Torno Subito: Lettera dal Fronte

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«L’arte, in senso lato, ha sempre invitato l’osservatore a riflettere sul mondo che lo circonda, non ha mai proposto delle soluzioni ai problemi esistenziali, ha molto spesso suggerito una via, ha sempre spronato l’osservatore alla riflessione: evidenziando, risaltando, deplorando, ammonendo, stuzzicando, profanando, denunciando.»

di Barbara Morana

“Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po’ e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò… “ Come raccontare ad un amico il contesto socioculturale nel quale viviamo, giacché rifarsi alla quotidianità come fa Lucio Dalla avrebbe dell’assurdo, tenuto conto della velocità alla quale cose e persone si muovono in esso. Facciamocene una ragione, ormai la società in cui viviamo è indescrivibile, siamo un pianeta iperrealista, divenuto il calco della nostra propria illusione, soggetti perfetti, immortalati in una tela di Alyssa Monks o una monumentale scultura di Ron Mueck, forme racchiuse apparentemente reali profondamente inattendibili, un susseguirsi sfrenato d’immagini estremamente dettagliate, fervide rappresentazioni di una realtà verosimile che non esiste, se non attraverso l’ammissione della propria impossibilità. Ormai abbiamo oltrepassato le assurde congetture raccontate da Orwell nel suo profetico “1984”, siamo andati oltre i confini di “Spazio 1999” e “2001 Odissea nello spazio”; nel 2020 abbiamo superato le aspettative di questi narratori visionari che sulle pagine bianche o sulla pellicola vergine, tracciavano mondi assurdi e fantascientifici. Oggi, per amor del vero, la realtà ha superato la finzione, svilendola e non sublimandola ahimè.

Alyssa Monks, Tonic, olio su tela

Ron Mueck, Una Bambina (2006), acrilico su resina di poliestere e fibreglas, 110.5 x 134.5 x 501 cm. National Gallery of Canada, Ottawa. Photo © NGC

Abbiamo attraversato il concetto e ci siamo impantanati sull’aspetto. Ci siamo lasciati alle spalle il realismo di Courbet che, con “Funerale a Ornans”, ci ha imposti al mondo come soggetti pittorici, tre metri e quindici per sei metri e sessantotto centimetri di banale divenire, sublimati da un pittore che ha deciso di raccontare nei suoi quadri, la vita del “Signor Rossi” nella sua piatta quotidianità, nel suo lento e tranquillo divenire. Siamo andati oltre il quieto surrealismo cittadino di René Magritte nella sua tela Golconda, nella quale una miriade di uomini d’affari in bombetta cadono come gocce di pioggia da un cielo che piange umanità o la mancanza di essa, chi lo sa. Forse alcuni di noi si riconoscono ancora nei volti scomposti e poi ricomposti dei ritratti cubisti di Picasso. Altri forse sguazzano nel mare rosa shocking e verde acqua del caro Andy, vanno a spasso come tante icone Pop warholiane che notiamo da lontano grazie all’acidità della paletta e la maestà del loro ego. Altri, pochi, sono anime inquiete lacerate dai tagli di Fontana e ustionate dalle combustioni di Burri, sono concetti spaziali che vagano smarriti alla ricerca dell’astratta essenza delle cose che ci circondano. Tanti, troppi: “siamo figli delle stelle e pronipoti di sua maestà il denaro… a Beethoven e Sinatra preferiamo l’insalata e a Vivaldi l’uva passa che ci dà più calorie!”

Gustave Courbet, Funerale a Ornans, 1849-1850, olio su tela. © Museo d’Orsay, Parigi

René Magritte, Golconda, 1953, olio su tela, 81×100 cm. © Menil Collection, Houston, Texas

Ci votiamo e sacrifichiamo al culto sfrenato di noi stessi, religiosamente pratichiamo il nostro proprio dogma e scriviamo le pagine della nostra Bibbia, reinterpretiamo la nostra Torah e ci inginocchiamo al cospetto dei versetti del nostro Corano, tutto ciò nella sistematica ignoranza dell’altro. Abbiamo reso lo straordinario volgarmente ordinario, il sacro vilmente profano, l’eccezionale un piatto banale, il successo un rumoroso eccesso, siamo tutti degni di nota, tutti mancati artisti, scienziati, economisti e politologi, tutti scriviamo, cantiamo, dipingiamo, inventiamo, creiamo e ci affermiamo ogni giorno nell’affannosa corsa verso il podio, ogni giorno è il giorno prima degli esami e ogni notte è quella degli Oscar. Tutto ciò non sarebbe di per sé un problema, se alla base delle proprie convinzioni e rivendicazioni non ci fosse l’ostinata ricerca del riconoscimento altrui; per affermare le nostre presunte qualità abbiamo bisogno di un pubblico compiacente, un amico in meno su Facebook si trasforma in un affronto incomprensibile e un tweet, non abbastanza stellinato, un vero dramma esistenziale, una vera performance che farebbe sorridere la nostra Marina Abramović; chissà quante ore dovrebbe passare seduta su una sedia, guardando sfilare muta ed immobile, questi uomini e donne in cerca di autore, del resto si sa non esiste spettacolo senza spettatori.

Oggi siamo tutti uno, nessuno e allo stesso tempo centomila soldatini di un esercito di terracotta che ci conduce verso conflitti senza vinti né vincitori, le miriadi di conflitti innescati al mondo sono solo espedienti per vendere armi e ancora armi e ricostruire rovine e ancora rovine. Persino le macerie e le anime in pena in preda alla furia e alla desolazione innescata dal “Giudizio Universale” di Hieronymus Bosch, sembrano amene cartoline, se comparate alla bolgia di cadaveri e allo strascico di vedove e madri in lacrime che fanno da sfondo a questa natura morta postmoderna: piangono i loro morti in mondovisione, consapevoli di essere rimpiazzate dopo qualche secondo da un’immagine più intrisa di cruenta realtà.

Hieronymus Bosch, Giudizio Universale, olio su tela, 163,7×242 cm. © Accademia delle Belle Arti, Vienna

Parafrasando nuovamente Battiato: “Uh! com’è difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore, in quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell’orrore…”. La nostra compassione dura pochi secondi, qualche minuto e, se è veramente atroce, riesce a ronzarci in mente per qualche giorno. Non ci sono immagini che ci sconvolgono più di quella precedente e, a prescindere da quella successiva, non ci sono più scatti che ci segnano l’anima restando indelebili nel nostro inconscio, come le cicatrici del giovane uomo Tutsi, sopravvissuto ad un campo Hutu, magistralmente reso dallo scatto di James Natchwey. Quante volte con gli occhi abbiamo accarezzato il solco profondo di quelle cicatrici, violenza insensata, scolpita anche a causa della nostra tacita complicità. Quante volte abbiamo avuto voglia di consolare e coprire la piccola Kim Phuc che, a soli nove anni, nuda, afflitta dalle ustioni e sconvolta dalla paura, corre per salvarsi dalle bombe, la foto di Nick Út, del 1972, ha fatto entrare per sempre il conflitto vietnamita nelle nostre case, ha scosso le nostre coscienze ricordandoci che domani potrebbe toccare a noi. Dove sono finite queste immagini iconiche? Si sono moltiplicate all’infinito, ecco cosa è successo, le immagini si sono annullate a causa del loro sfrenato divenire, la nostra retina non le trattiene, non ve n’è una che sovrasta l’altra appiattendo anche la tragedia più efferata. Un moltiplicarsi di punti di vista e di inquadrature, una vera è propria “dinamite dei decimi di secondo” per usare le parole di Walter Benjamin. Purtroppo, ancora una volta questo approccio, invece di liberare il nostro sguardo sulle cose, produce una temporanea cecità che rischia di diventare, a brevissimo, cronica.

Nick Út, Napalm girl, 8 giugno 1972. © Nick Út, —AP

Un sopravvissuto di un campo di sterminio Hutu posa per James nel pieno del conflitto del 1994 in Ruanda. © James Nachtwey / Contrasto

Per non parlare della politica, l’Italia non è mai stata così lontana dalla nitida opposizione tra “buono e cattivo governo” tanto cara ad Ambrogio Lorenzetti nella sua famosa allegoria nella Sala dei Nove a Siena. Da tempo i due modi di governare nel “Bel Paese” coesistono in costante sovrapposizione. Nel quadro politico italiano, la trasparenza, come effetto pittorico, a Palazzo Chigi o Palazzo Madama, la si riscontra ancora nelle splendide tele che la abitano, nelle quali una velatura scopre l’altra, rivelando all’occhio di colui che osserva anche il dettaglio più infimo; come valore etico imprescindibile di chi governa, ahimè, la si vede raramente: ogni inciucio serve a coprire l’altro, il governo di turno apporta i suoi “pentimenti” o “beceri restauri” a quello precedente, nascondendo la moribonda repubblica, malata terminale di un cancro le cui metastasi hanno soffocato la ragion di stato e divorato il bene comune. La Comunità Europea è ormai preda delle varie guerre intestine tra dissidenti, strafottenti e rinunciatari, chi toro bianco chi aquila, tutti occupati nell’intento di violare la bella e pura Europa. Il resto del mondo si trova in balia del benessere apparente o dell’estrema povertà. Eh, dulcis in fundo, “last but not least”, il gigante americano del petrolio Exxon è uscito spudoratamente dalla tela “Ritratto di Orleans” di Edward Hopper, per incarnarsi nella persona del Segretario di Stato Americano Rex Tillerson, nel neoeletto governo Trump, da icona di consumismo divenne, sia pur per poco, rappresentante di governo. Con questa scelta strategica, il neoeletto Presidente degli Stati Uniti d’America superava il realismo pittorico del grande Hopper, trasformando il concetto in precetto: “Messieurs Dames, faites vos jeux. Rien ne va plus.

Ma è il COVID-19 che ci ha fatto definitivamente entrare in un’opera di Maurizio Cattelan, siamo tutti spiaccicati al muro e contenuti da un nastro adesivo trasparente, impossibilitati ad una vita normale, costretti ad un’esistenza virtuale. Il quadro si capovolge e adesso capiamo quanto avessimo dato per scontato la vita reale, normale e fin troppo banale, ci ritroviamo dunque ad anelare la nostra piatta quotidianità. Allora armiamoci di pazienza e con una copia delle “Città invisibili” del mitico Calvino, riscopriamo l’invisibile che siamo stati finora incapaci di percepire, ritroviamo le nostre radici, non siamo niente se non apparteniamo a qualcosa, già sia un paese in cui riconoscerci per pregi e difetti, una casa in cui tornare o un amore da coltivare.

In un passato non troppo lontano, alcuni di noi sono stati solo numeri progressivi, tatuati sul proprio braccio sinistro, oggi molti, troppi di noi sono solo immagini sbiadite e stropicciate in un universo di proiezioni altrui, specchi che rimandano la triste apoteosi dell’io, un io svilito, dissacrante, strafottente e saccente. Per voler essere troppo appariscenti, siamo diventati invisibili agli altri, ma soprattutto a noi stessi. Che dire di più amico mio, non ci resta che vivere, “salasso” suggerirebbe l’ormai mitico dottore nel Casanova di Fellini, come cura a tutti i malanni: “E se quest’anno poi passasse in un istante, vedi, amico mio, come diventa importante che in questo istante ci sia anch’io.” Per il momento e aspettando che l’emergenza COVID-19 rientri e sempre per restare nell’universo di Cattelan, appendo, amico mio, il cartello “Torno subito”!

Edward Hopper, ritratto di Orleans, olio su tela, 1950. © De Young Museum, San Francisco

Maurizio Cattelan, A perfect day, 1999.

Maurizio Cattelan, Torno subito, Galleria neon, Bologna, maggio 1989.

 

Barbara Morana

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