Quel “profumo di violette” | di Luciana Carioti

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Erano passati vent’anni dall’ultima volta che entrai in quella casa.

Il solo suono stridente della chiave un po’ ossidata che stava per aprirmi un infinito di emozioni, mi fece mancare il fiato. Aprendo lentamente la porta l’odore stantìo di profumo alle violette mi pervase le narici. Ebbi un tuffo al cuore. Era il suo profumo preferito.

Le veniva regalato ad ogni occasione: per il compleanno, a Natale, a volte anche senza ricorrenze, accompagnato puntualmente dal solito vassoietto di cannoli, due per la precisione, uno per mangiarlo subito, l’altro per gustarlo con calma il giorno seguente e per riuscire a placare l’inesauribile “voglia di dolci”, tenuta faticosamente a bada a causa del suo diabete.

In cucina, tra le tende a fiori ormai ingiallite, si insinuava prepotentemente un raggio di sole che sembrava danzare con il pulviscolo sollevato dal mio ingresso e che si accumulava alla  coltre già formatasi sullo schermo del piccolo televisore a tubo catodico, sfacciato testimone del tempo trascorso.

Con il cuore in gola ed un sottile senso di piacevole malinconia feci l’intero giro dell’appartamento per riempirmi gli occhi e rivivere fotogrammi di una vita fa, quando quotidianamente salivo le scale di quel terzo piano per fare visita a nonna Lucia.

Entrai nella camera da letto stile liberty con i comodini rivestiti di marmo grigio.  Nella  specchiera in legno del grande comò, anch’esso in marmo grigio, si rifletteva l’immagine sacra di un’incantevole Madonna con bambino che campeggiava sulla sommità della testata traforata di quel letto che adesso non mi sembrava più tanto enorme.

Mi avvicinai e presi tra le mani il vecchio pettine di osso bianco con cui riordinava i suoi lunghissimi capelli corvini per poi raccoglierli abilmente nell’immancabile “tuppo”.  Un capello nero era ancora incastrato tra i denti del pettine e per un attimo sfilandolo, pensai di riuscire in qualche modo a conservarlo, ma l’ultima immagine di lei in fin di vita adagiata su quel letto mi spinse a non farlo. Così aprii lentamente le dita lasciandolo volteggiare liberamente fino al pavimento dove posai l’ultimo sguardo prima di dirigermi in sala da pranzo.

In quella stanza, teatro di pranzi e ricorrenze con i cugini e gli zii, spiccava la grande poltrona di vimini, posizionata nell’angolo più luminoso. Era la sede dei nostri pomeriggi dopo la scuola dove mi mostrava, seduta di fianco a lei con una sedia identica ma in miniatura, le sue doti nell’arte della calligrafia, per poi deliziarmi con la solita tavoletta di cioccolato fondente tirata fuori “pa picciridda” anche  molto tempo dopo, quando ormai ero in età da marito.

Riabbassai la corda sdrucita della serranda, il tempo sembrava essersi fermato e mi sentii spettatrice di un’infanzia meravigliosa. Per un momento ebbi la sensazione di risentire la sua voce con la tipica inflessione dialettale e mi ripromisi di tornare in quella casa proprio come una volta e con la consapevolezza che, varcata quella soglia, sarei ripiombata in una dimensione diversa perché le persone che si amano non si perdono mai, almeno  fino a quando sono presenti nei nostri ricordi.

Luciana Carioti