“La violenza nel contesto scolastico” | di Stefania Savino

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Con il termine violenza si intende un atto volontario, esercitato da un soggetto su un altro. Etimologicamente “che vìola” ciò che oltrepassa il limite della volontà altrui. Si tratta quindi di un’azione compiuta mediante l’abuso della forza di uno o più soggetti che provoca dolore ad altri individui, anche indirettamente. La violenza appartiene a tutte le età, a cominciare dalle prime esperienze in cui ogni essere umano vive le relazioni con l’altro, fino a vicende che ricadono anche su se stessi.

“La violenza nel contesto scolastico” | di Stefania Savino

Il fenomeno della violenza è abbastanza comune tra bambini e adolescenti e può manifestarsi in forme diverse: dalla lotta giocosa tra compagni ad atti di bullismo, sino ad estremi quali omicidi tra gang e sparatorie anche nelle scuole.

I comportamenti aggressivi sono comuni nel corso dello sviluppo dell’uomo. Sin da piccoli, verso i 18 mesi, i bambini sono mossi principalmente dal desiderio di impadronirsi di oggetti altrui; dopo i 24 mesi, con lo sviluppo del linguaggio e di alcune capacità sociali, l’aggressività si riduce significativamente e continua a diminuire fino ai 6 anni quando, la maggior parte dei essi, impara modalità verbali di violenza.

Gran parte degli episodi di violenza tra bambini in età prescolare è indirizzata ai coetanei. Tra quelli che frequentano la scuola primaria il fenomeno, sempre più messo in evidenza, è diventato un serio problema.

In una società come la nostra, che cambia continuamente oltre che velocemente per stili di vita, per influenze mediatiche e per ininterrotte innovazioni tecnologiche, risulta evidente quanto anche i bambini siano cambiati. Il tessuto sociale stesso in cui i bambini crescono cambia, sia per una composizione multietnica in crescente aumento sia per la variegata struttura familiare.

Andando un po’ a ritroso nel tempo, è durante il “secolo dei lumi” che l’infanzia acquisisce un diverso e più alto livello di considera- zione socio-psico-affettiva tanto che, nel secolo successivo, nasce e si sviluppa una nuova disciplina medico-scientifica dedicata alla tutela della salute dei bambini: la Pediatria. Nel secolo successivo verrà poi regolamentato tutto allo scopo di difendere i diritti dei bambini in tutte le nazioni del mondo.

Nella seconda metà degli anni Ottanta si verifica una profonda trasformazione nelle società: quando la tv commerciale giunge anche in Italia, con una gran quantità di immagini e programmi, si assiste ad un ridimensionamento generale delle società. Si comincia a parla- re di sedentarietà infantile: i bambini vivono l’infanzia non più all’aria aperta, insieme ai coetanei ma sempre più davanti ad uno schermo.

Queste trasformazioni esprimono un cambiamento anche a livello antropologico, se vogliamo; l’infanzia appare come un’età abbastanza vicina a quella adulta, tanto che risulta molto più faticoso seguirne la crescita e, sempre più, all’interno delle aule scolastiche, si verificano numerose situazioni di conflitti e litigi tra coetanei. Scene simili, fino a diventare episodi di violenza, sono presenti anche nei film, nelle serie tv, nelle pubblicità e persino nei cartoni animati.

In questi anni di progresso tutto è cambiato: sono cambiati i bambini, le bambine ma, allo stesso tempo, sono cambiati anche i conte- sti in cui essi vivono le loro relazioni; sono cambiate le modalità dell’essere genitore, è cambiata la scuola, è cambiato il rapporto con gli insegnanti e con le istituzioni in generale.

I bambini di oggi sono sempre più in grado di gestire e di accrescere il bagaglio delle loro conoscenze, in tempi rapidissimi e con tanta naturalezza.

Nel nostro tempo educare le nuove generazioni al rispetto e alla valorizzazione delle differenze è considerata emergenza sociale che impone un sempre più crescente livello di allerta, affinché possano essere contrastati episodi sempre più frequenti di violenza a partire dai linguaggi quotidiani, dai media e dalle istituzioni.

La Costituzione Italiana riconosce pari dignità sociale a tutti i cittadini, indipendentemente dal sesso di appartenenza. Già nel Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere del 2013 erano contenuti specifici riferimenti alla prevenzione del fenomeno della violenza, in particolare contro le donne e la discrimina- zione di genere attraverso l’informazione e la sensibilizzazione. An- che la Legge 128 del 2013 pone l’attenzione sulla necessità delle scuole di favorire nei giovani l’aumento delle competenze relative all’educazione, all’affettività, al rispetto delle diversità e delle pari opportunità di genere e al superamento degli stereotipi di genere.

Educare al rispetto per la parità tra i sessi, prevenire la violenza di genere e tutte le forme di discriminazione costituiscono le Linee Guida Nazionali indirizzate alle Istituzioni scolastiche in attuazione dell’Art.1 della Legge 107 del 2015 principi fondamentali ribaditi nella Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea e dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Dunque l’uguaglianza di genere è altresì considerato elemento strategico per contribuire al benessere generale per un mondo più inclusivo e più equo.

Come precedentemente menzionata, la Legge107/2015 favorisce  la relazione tra generi improntata al dialogo, al rispetto delle diversità, alle pari opportunità sostenendo una cultura di riconoscimento delle differenze e un’educazione sentimentale di genere.

Contrastare ogni violenza costituisce il principio da cui partire per sensibilizzare quegli stereotipi di genere presenti in tanti prodotti mediatici (pubblicità, giochi, libri…) utilizzati da tutti, sin dai primi anni dell’infanzia.

Stereotipi sessisti sono presenti nelle fiabe, nelle pubblicità, nei libri di testo e nel linguaggio stesso dove, troppe volte, il maschile risulta dominante; spesso viene veicolata l’idea dell’uomo forte e dinamico rispetto alla donna debole e inattiva.

Troppe volte i mass media ci mostrano le discriminazioni di gene- re come una casistica in cui il mondo degli adulti ne è implicato e, nella maggior parte dei casi, tali comportamenti sono la somma di manifestazioni di un disagio che ha origine negli anni della prima formazione, soprattutto là dove alcuni modelli culturali attecchiscono e si nutrono, fino a dar vita ad esiti piuttosto infelici.

Curiosità e tristezza allo stesso tempo, ha suscitato un nuovo pro- getto lanciato dalla Mattel, una delle più grandi case produttrici di giocattoli al mondo e in particolare dal marchio Barbie. Il progetto, denominato “Dream Gap Project”, mira ad accrescere la consapevo- lezza e ad aumentare l’attenzione verso quei fattori che impediscono alle bambine di esprimere le loro potenzialità. In particolare, a partire dai 5 anni, le bambine sono meno orientate rispetto ai maschi, a considerarsi in grado di brillare e capaci di raggiungere alti livelli di successo, smettono di credere di poter fare ciò che desiderano e così iniziano a perdere fiducia nelle proprie capacità. Tutto ciò a causa di stereotipi culturali, pregiudizi e rappresentazioni che rafforzano ulteriormente questa problematica. È alquanto spaventoso che fin da piccole, le bambine sentano limitazioni imposte da una società che ha sempre fatto della figura maschile la personificazione del successo.

In occasione della Giornata internazionale delle bambine e delle ragazze, Barbie ha deciso di celebrare, non a caso, Samantha Cristoforetti, pilota, ingegnera, astronauta e soprattutto prima donna italiana negli equipaggi dell’Agenzia Spaziale Europea. L’astronauta ha commentato il riconoscimento ricevuto esprimendo la sua gioia per il fatto che la bambola Barbie non ha rappresentato solo l’aspetto fisico e di genere ma che sia stata offerta una panoramica completa dei tra- guardi professionali che anche le donne sono capaci di raggiungere. Ha inoltre sottolineato che tutti, bambini e bambine, devono poter immaginare il proprio futuro in maniera svincolata da limiti artificiali che non hanno alcuna solidità ai nostri giorni.

Ogni essere umano, indipendentemente dal genere, deve essere libero di essere ciò che vuole e chi vuole, senza mai temere di essere giudicato o limitato.

Come sostenuto da numerosi psicologi e psichiatri, un certo grado di aggressività è normale nei bambini, nel senso che fa parte delle modalità esplorative relazionali con l’altro; l’atto violento, general- mente, è un comportamento-problema, sentore di un disagio che numerosi bambini non riescono né a gestire né a comprendere.

Spesso i bambini in età prescolare mescolano realtà e fantasia, non sempre sono consapevoli del danno che potrebbero causare e nemmeno degli effetti di un loro gesto nei confronti di un altro. Con la crescita però i comportamenti negativi potrebbero diventare un’abitudine e rafforzerebbero condotte sbagliate.

Numerosi bambini mostrano atteggiamenti aggressivi e violenti che spesso sono sminuiti, confidando nella possibilità che spariranno con la crescita anche se però la realtà insegna che, in mancanza di adatti supporti educativi, i problemi cresceranno e tante saranno le difficoltà relazionali che si sveleranno in seguito.

Il comportamento aggressivo e violento, a qualunque età si mani- festi, merita sempre di essere preso in seria considerazione. Esso si mostra con un’ampia varietà di atteggiamenti: esplosioni di ira, aggressione fisica e verbale, rabbia intensa, impulsività, minacce, crudeltà e cattiverie oltre a veri e propri atti di vandalismo.

All’interno dell’istituzione scolastica ci sarebbe da aggiungere an- che un certo grado di sofferenza dovuto al logoramento di autorevolezza da cui la scuola è tormentata, per gli eccessivi incarichi a cui è oggi chiamata e, non ultimo, una promozione all’educazione, spesso non adeguatamente fornita in primis in ambito familiare.

Quale che sia la tipologia della famiglia, questa dovrebbe essere sempre e comunque il luogo primario in cui promuovere l’educazione, mentre oggi si evince quanto essa abbia in comune con il mondo infantile: tecnologie di varia natura utili a generare immagini, musica e giochi, oltre agli stessi mezzi per comunicare, svagarsi e rilassarsi.

E anche rispetto alle figure di riferimento, ad esempio, siamo a conoscenza che, in tempi passati, i genitori rispettavano di più l’insegnante o comunque l’istituzione scolastica, mentre oggi tutto ciò è pura utopia, è solo un sogno da inseguire.

Famiglia e scuola, come anche altre agenzie di riferimento, hanno l’obbligo di formare e sollecitare costantemente i soggetti di apprendimento, sin dalla tenera età, per agevolare lo sviluppo di relazioni interpersonali fondamentali per la vita, guidare i loro percorsi, i loro sguardi, sostenere l’espressione di tutte quelle emozioni e quei sentimenti che ognuno si porta dentro, allargare il loro orizzonte e sti- molare, sempre più, la curiosità verso tutto ciò che appartiene al con- testo ambientale.

Tutto ciò sarà realizzabile e raggiungibile solo se ognuno di noi accoglierà anche i punti di vista altrui, sfumando gli eventuali pregiudizi e cercando di evitare l’imposizione.

Nelle nostre scuole, data la mia ultra trentennale esperienza come docente, in particolare della fascia d’età dai 3 ai 10 anni, ho potuto verificare, con frequenza sempre maggiore, situazioni difficili di con- trasto tra compagni di una stessa classe, finiti poi in episodi anche violenti.

Tali manifestazioni andrebbero esaminate con costante ed intensa attenzione e, allo stesso tempo, sarebbe necessario porsi alcune do- mande sul perché un bambino o una bambina abbia manifestazioni violente espresse in diverse modalità.

Ci sarebbe inoltre, da evidenziare una differenza di terminologia che si adotta nella scuola: il litigio tra bambini, il conflitto e la violenza non sono la stessa cosa.

Il litigio ad esempio non è di certo violenza poiché quest’ultima gode di caratteristiche distinte. E ancora: il litigio è legittimo, la violenza assolutamente no!

La scuola, seppur eroga cultura, istruzione ed educazione, difficilmente potrà sostituirsi alle carenze familiari e personali, considera- te sempre più responsabili di tristi eventi. Essa è una sorta di osserva- torio privilegiato in cui i bambini permangono un bel numero di ore al giorno e per diversi anni; è inoltre, un ambiente complesso in cui agiscono livelli di relazione definiti verticali (tra docenti e alunni/alunne) e orizzontali (gruppo di pari).

È proprio nella scuola che si dovrebbe realizzare il miglior progetto educativo possibile.

Per insegnare il rispetto ad un bambino molto importante è l’esempio: sarà necessario che l’adulto offra concreta testimonianza attraverso il proprio modo di essere e di comportarsi. Pur non esistendo precise ricette educative, basilare è il rispetto oltre che l’ascolto dell’altro qualunque sia l’età, l’etnia, la formazione e la lingua. Solo così facendo, la scuola potrebbe comprendere in anticipo quei segnali di disagio simili a avvisi di pericolo prima che la situa- zione possa diventare complessa e finire in comportamenti violenti.

È fondamentale che ogni intervento, da parte dei docenti, sia col- legato ad una rete di operatori delle varie agenzie che hanno contatti con l’infanzia anche perché spesso si corre il rischio di ritrovarsi con- fusi tra slanci di positività e tranquillità mista a reazioni di frustra- zione e inadeguatezza.

Essenziale, a mio parere, nella vita di classe è l’attenzione che andrebbe attribuita alla dimensione emotiva di ogni singolo alunno/a; l’insegnante magari, in collaborazione con altri specialisti, potrebbe adoperarsi per evitare difficoltà di comportamento e manifestazioni di violenza a scuola anche se, programmi di intervento diretti ad aiutare gli alunni e le alunne, sono ancora sporadici.

Nel corso degli ultimi anni si è verificata una delicata modifica- zione in materia educativa tanto che, la psicologia delle emozioni, è diventata oggetto di studio e di ricerca per sottolineare quanto sia complesso questo periodo di crescita, in coincidenza dell’incontro con l’altro.

Inoltre sarebbe opportuno affrontare contemporaneamente anche l’importanza di una formazione professionale delle abilità relazionali di tutti i docenti, affinché ognuno possa sempre conformare il proprio modello comunicativo alle caratteristiche di colui o colei che ha dinanzi e in base al contesto in cui tutto ciò ha luogo.

In numerose ricerche condotte in Italia su un campione rappresentativo di insegnanti, di ogni ordine e grado, si rileva un’altissima percentuale di risposte che evidenzia la sindrome del burnout di cui la psicologa sociale americana Christina Maslach ne rende nota nelle sue numerose analisi.

Sempre più crescente la necessità di organizzare per gli insegnanti strumenti che consentano di conoscere a fondo il proprio funziona- mento emotivo e relazionale, quale requisito necessario per conosce- re quello degli altri prima di poter intervenire.

Nella scuola, in particolare, il docente è sempre più chiamato a mettere in campo attività proiettate alla realizzazione di una partecipazione attiva degli studenti di ogni ordine e grado, azioni democratiche e soprattutto basate sulla correttezza e sul rispetto verso sé stessi e verso tutti.

La scuola, considerata luogo fondamentale in cui si struttura e si definisce l’identità di genere oltre che la personalità degli individui, deve porsi quale motrice e ragione che muove i docenti a proporre percorsi di educazione all’identità e alle relazioni di genere, sin dalla tenera età.

Pari opportunità di genere, valorizzazione delle differenze, rispetto dell’identità devono essere temi trasversali di ogni istituzione scolastica per favorire la crescita di cittadini consapevoli e attivi all’interno di tutti i contesti di vita, cominciando dalla famiglia fino all’ingresso in società.

Sempre più, nelle nostre aule scolastiche, si accolgono studenti emotivamente confusi, quasi smarriti mentre cercano di orientarsi tra genitori incoerenti e insegnanti preoccupati; studenti che si rintanano nel vittimismo e facilmente attivano comportamenti difficili caratterizzati da aggressività, indifferenza, irritazione e spavento.

Ogni gruppo classe si presenta all’insegnante con le sue particolari caratteristiche perché ha una sua individualità e, quelle classi che sono definite come insubordinate e ribelli, risultano faticose da gestire.

Lo studente aggressivo, spesso presente nelle nostre aule, è sovente riconoscibile per una sua peculiarità: ha atteggiamenti violenti e poco corretti verso persone e cose; ha spesso un vissuto che porta sempre con sé e che lo condiziona. E saranno proprio questi soggetti ad essere, a volte isolati dai compagni e altre volte, individuati come leader e spesso, purtroppo, anche imitati.

Ma allora ci si chiede cosa può fare l’istituzione scolastica in situazioni del genere ma soprattutto il docente, che vive quotidiana- mente episodi di violenza?

Occorrerebbe, anzitutto, individuare gli studenti problematici, stabilire un contatto con la famiglia e in caso di assenza di questa, chiedere aiuto agli esperti del settore. Inoltre si dovrebbe tentare di anticipare possibili comportamenti fuori norma, definire le regole in anticipo, uguali per tutti, rinforzare quei comportamenti definiti positivi e, allo stesso tempo, sollecitare gli studenti al dialogo per affrontare le situazioni-problema che si presentano di volta in volta nel pano- rama scolastico.

La percezione adulta di quelli che sono i litigi diverge general- mente da quella dei bambini: questi ultimi, durante il periodo dell’infanzia, dimostrano capacità di autoregolazione e scarsa consapevo- lezza lesiva nei confronti dei coetanei. Di conseguenza se è giusto che i bambini hanno il diritto di litigare, è altrettanto legittimo che l’adulto li renda consapevoli e in grado di gestire quei conflitti che, inevitabilmente, si verificano in vari contesti.

Il criterio dunque per la gestione dei conflitti, soprattutto quelli infantili, che si verificano all’interno delle istituzioni scolastiche, dovrebbe essere quello maieutico: in esso gli alunni sono i protagonisti e gli adulti hanno il compito di contenere la situazione per evitare l’esplosione di eventuali reazioni, organizzare lo spazio e i tempi per accogliere il motivo del litigio e rinforzare il vicendevole ascolto.

Parlarsi, inoltre, aiuta la decantazione emotiva, consente lo scambio del punto di vista altrui permettendo così, anche il passaggio alla dimensione relazionale del conflitto. Bisognerebbe inoltre sostenere sempre l’accordo scelto dai litiganti, aiutarli a comprendere che tutte le ragioni sono valide e che, in un litigio, non necessariamente bisogna cercare il colpevole.

Spesso nei litigi che si verificano in un gruppo classe c’è sempre e comunque l’attitudine all’accordo tra gli studenti, l’importante è non imporre mai la soluzione dall’esterno.

Tutto il positivo di questa strategia di intervento sta nel processo piuttosto che nel risultato. Sarebbe utile da parte dell’adulto non agi- tarsi mostrando spavento o sentendo a tutti i costi l’esigenza di frapporsi come se ci fosse un’emergenza e, inoltre, non considerare il litigio come un altro, l’ennesimo inaspettato evento, che ha sovraccaricato la giornata scolastica.

Non è fondamentale stabilire dove sia la ragione e dove il torto quanto piuttosto considerare che si è dinanzi ad una valida esperienza di crescita per l’intera comunità scolastica. All’interno di quello che può essere un litigio o un conflitto, si rivela utile comunque sostenere sempre l’accordo tra le parti, anche se questo non dovesse coincidere con il pensiero dell’adulto. È proprio nel litigio che ognuno dovrebbe cogliere il proprio limite, considerando l’errore come opportunità per tutto l’apprendimento, motore dell’intera evoluzione.

L’importanza delle dinamiche che sussistono in una situazione conflittuale è convalidata da diversi studiosi. In Italia, ad esempio, ricercatori come Clotilde Pontecorvo, Anna Oliverio Ferraris, Silvia Vegetti Finzi e tanti altri concordano nel sostenere che, il contrasto tra i banchi di scuola, costituisce un tassello importante nel mosaico del processo di crescita personale e sociale di ogni singolo individuo.

Si impara realmente a stare insieme quando si interagisce nella complessità delle relazioni tra gli esseri umani.

Per quanto tanto sia stato fatto e ancora c’è da fare, le relazioni tra gli esseri umani sono in continua evoluzione così come gli studi, le sperimentazioni e la ricerca.

A tal proposito prendo in prestito una frase di Albert Einstein che cita: “Se sapessimo (esattamente) quel che stiamo facendo, non si chiamerebbe ricerca” ed è forse proprio questo il punto da cui partire. Sarà necessario individuare nuove strategie che permetteranno di ampliare le conoscenze sui bambini, futuri cittadini del nostro mondo e sulle relazioni tra esseri umani, allo scopo di raggiungere quella serenità che permetterà, a tutti e ad ognuno, di vivere una esistenza migliore.

Stefania Savino

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Per approfondimenti:

Albisetti V. (2008), Come vincere la violenza, Paoline Editore, Mila- no

Burgio R., Bertelloni S. (2007), Una pediatria per la società che cambia, ED. Tecniche Nuove, Milano

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Giaccardi C. e Tarantino M., a cura di, (2012), I media e la scuola.

Tra conflitto e convergenza, Il Mulino, Bologna

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Springer-Verlag Italia

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