L’inverno: la stagione dei biancospini e dei cristalli di neve | di Mariangela Rodilosso

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L’inverno è la stagione crepuscolare del sole pallido e fuggente che squarciando le tenebrose nebbie sparge ombre malinconiche e languide. Le sue luci bianche, azzurrine, ed argentate si stemperano sulle finestre gelate portando attimi di gioia che risollevano l’animo intorpidito.

La terra appare stanca, infreddolita, e misteriosa. I tramonti sfumati interrompono questo mondo monocromatico in cui regna il silenzio. Un silenzio surreale che è simbolo dell’appartenenza e se stessi ed ai propri sogni. La grazia umbratile di questo tempo desta sentimenti di sospensione, di vaga inquietudine, e di attesa verso quell’indefinito che fa affiorare alla memoria il dipinto “Il Viandante sul mare di nebbia”, celebre ed iconico manifesto del Romanticismo.

la gazza la pie the magpie, monet

Il mare ruggente e selvaggio ha ormai abbandonato le inebrianti sensazioni dell’estate. Le sue onde adirate, tempestose, e scontrose scompigliano la battigia con spuma bianca come latte. Conchiglie ed alghe si stagliano sulla sabbia salmastra come velieri abbandonati e dimenticati. I porti restano solitari ed i gabbiani, simili all’albatros delle rime dell’Ancient Mariner di Samuel Coleridge, sembrano esuli viaggiatori senza pace e senza meta.

I giorni si scolorano, i boschi oscuri tacciono, e l’impalpabile neve conferisce candore a tutte le cose.

Piazze, palazzi storici abbandonati, e cupole dorate di chiese innevate esalano un incanto che lascia senza parole. Tali paesaggi mi fanno pensare alle storie immortali di Alexander Puskin, Leo Tolstoy, e Boris Pasternak. Mi sembra così di poter essere presente alla raffiche di vento, alle bufere, al freddo mordente, ed agli amori consumati nelle sontuose dacie tra Mosca e San Pietroburgo. Poi, dalla descrizione poetica dei romanzi russi mi pare di poter scorgere le giostre innevate, le lande e le case immerse nell’abbagliante manto bianco della neve. Paesaggi e sagome stagliate contro cieli solitari e foschie del tramonto trasudano una bellezza che diviene tripudio del bianco e del nero, e della vita comune scandita dalla prosaica bellezza della natura. L’inverno è anche il tempo dei racconti tramandati da generazione in generazione; attraverso queste storie, scene di un passato antico si materializzano nella memoria di chi ricorda e di chi le ascolta con stupore. Così, come per un miraggio, tornano a rivivere i sapori di quella gioiosa convivialità consumata intorno ai bracieri. Le immagini di donne curve sui rosari all’imbrunire si proiettano nella pellicola della memoria, i suoni di bambini festanti segnano l’atmosfera di grande allegrezza, ed il cibo delle feste riappare come momento proustiano impregnato di affetti e calore umano.

“Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno, e stretti insieme dietro i vetri, ricordassimo di inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo” (Dino Buzzati).

Inoltre, la dimensione sognante e fiabesca del freddo inverno assume forme, parole, e melodie che si materializzano in balletti, sinfonie, e operette. Nel balletto di danza classica “Lo Schiaccianoci” di Cajkovskij, tratto dal racconto di E.T.A .Hoffmann, la storia porta in scena mirabolanti ed incredibili creature che come fiocchi di neve impreziosiscono la percezione di questa stagione. Queste atmosfere glaciali, rarefatte, scintillanti, e cristalline rievocano un altro mondo fantasmagorico, quello delle Cronache di Narnia di C. S. Lewis. La differenza, però, tra questi due mondi consiste nel fatto che nei racconti di Hoffmann, l’inverno è sinonimo di gaia celebrazione natalizia, di doni attesi da bambini trepidanti, di giocattoli che si animano, e di fate incantevoli che mettono in scena spettacoli di pura fantasia. Nel Leone, la Strega, e l’Armadio di C.S. Lewis, il generale inverno diviene invece paesaggio antropizzato, bellezza levigata, immobile, magia tetra dei cristalli di neve, e gelida maledizione di un popolo imprigionato dal perfido reame del male. A Narnia c’è un inverno perenne senza Natale. Qui, dunque, l’inverno è sentito come stato primordiale, selvaggio, indomabile, ed avverso all’uomo proprio come nelle saghe nordiche norvegesi e islandesi.

In conclusione, il possente, drammatico, e terrificante fascino del Dio inverno è stato narrato magnificamente da poeti, scrittori e artisti; il suo fascino ha comunque avvinto e segnato anche molti uomini comuni come noi. Infatti, dovremmo forse paragonarci ai fiori del biancospino, quando tremuli ai primi soffi del vento gelato del mattino, ci ostinano a resistere ed a lottare con resilienza in questo universo estraneo, glaciale ed immacolato allo stesso tempo. Immacolato perché simile ad un campo di neve in cui possiamo lasciare le nostre orme nel bene e risollevare i nostri fratelli caduti. “Se potrò impedire ad un cuore di spezzarsi non avrò vissuto invano. Se potrò alleviare il dolore di una vita, o lenire una pena, o aiutare un pettirosso caduto a rientrare, non avrò vissuto invano” (Emily Dickinson).

In fine, noi tutti esseri umani non siamo altro che semi sotto la neve. Questi semi, nonostante le avversità della vita, possiedono un amore immenso per la vita. Questo attaccamento alla vita, l’ottimismo, e la voglia di agire ci permettono di germogliare. Dunque, nonostante l’umanità sia provata ed afflitta, è il trionfo dell’uomo quando sceglie la speranza, l’ardore, ed il coraggio per rifiutare quell’aridità esistenziale che ci condannerebbe a vivere in un luogo simile a Narnia, senza Natale, redenzione e resurrezione.

Mariangela Rodilosso

il viandante sul mare di nebbia, Orig