L’articolo sulla sessualità al Liceo Parini di Milano: tra scandalo e richiesta di rinnovamento. I primi vagiti di una rivoluzione | di Donatella Di Maio

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“Quanto più libere saranno le donne

tanto più lo saranno gli uomini,

perché chi rende schiavo è a sua volta schiavo.”

(Louise Nevelson)

 

“La Zanzara” era un giornalino studentesco, scritto in piena autonomia dagli studenti frequentanti gli ultimi anni del prestigioso Liceo Parini di Milano. Il giornale era nato nel 1945, in occasione della Festa della Liberazione e aveva cominciato la sua attività con la carta che i partigiani regalarono a un gruppo di studenti. Nel 1966 il giornalino fu al centro di uno scandalo che valicò i confini nazionali e che fu accusato di oscenità e corruzione. La stesura del giornale era piuttosto impegnativa: ogni mese gli studenti sceglievano un tema per un sondaggio interno della scuola e in più raccoglievano informazioni e materiale necessari a riempire almeno 36 pagine su vari argomenti. Il sondaggio era attuato tramite un questionario a cui tutta la scuola era invitata a rispondere. Alla fine gli studenti degli ultimi anni esaminavano i risultati e selezionavano un piccolo numero di risposte e di alunni con cui organizzavano un forum all’interno del quale si svolgevano confronti e dibattiti, che venivano poi pubblicati sul giornale.

In quel fatidico febbraio del 1966 gli studenti decisero di proporre alla scolaresca un’inchiesta-sondaggio dal titolo “La posizione della donna nella società Italiana” che abbracciava anche temi concernenti la morale, la religione, il matrimonio, la sessualità, la contraccezione, il lavoro e la famiglia.

I ragazzi firmatari dell’articolo furono tre: Marco De Poli, Claudia Beltrami Ceppi, Marco Sassano. L’incontro si tenne in casa di quest’ultimo in cui si svolse il dibattito alla presenza di altre studentesse e di altri studenti del Liceo Parini. I risultati e le conclusioni del sondaggio furono riportati in un articolo e pubblicati il 14 febbraio, in occasione della festa di San Valentino, al posto delle consuete frasi inneggianti l’amore. Nell’articolo erano trascritte le opinioni di alcune studentesse, troppo moderne per l’Italia puritana e moralista degli anni Sessanta, che gridò allo scandalo e sanzionò platealmente ogni riferimento alla libertà sessuale, alla contraccezione, al bisogno di scardinare l’idea della sessualità dal dovere della procreazione, alla verginità non percepita più come valore assoluto, alla richiesta di una educazione sessuale a scuola: argomenti che sovvertivano le infinite catene dogmatiche deputate a mantenere l’obbedienza e sottoposte ad una ossessiva censura religiosa e clericale.

«In un paese tanto malizioso e insieme tanto distratto e rassegnato come il nostro, abituato a sopportare senza sussulti la presenza di 1 milione e 300 mila disoccupati, i delitti impuniti della mafia coperti di complicità ad altissimo livello, le evasioni fiscali, le piraterie degli speculatori delle aree fabbricabili, dei sofisticatori di cibi e di bevande […]. in un paese dove si sa di religiosi simoniaci dediti al contrabbando di tabacco e di opere d’arte sacra, di orfanelli seviziati nei collegi […], è difficile immaginare qualcuno che potesse veramente restare “traumatizzato” dalle dichiarazioni un po’ troppo esplicite e disinvolte di due studentesse. Ma il fariseismo pubblico e privato ha le sue esigenze, come il finto patriottismo, specialmente quando diventa un atto di liturgia quotidiana, una specie di professione e addirittura un mestiere.» (Guido Nozzoli).

L’inchiesta interna di un giornalino studentesco fu, dunque, capace di fare sussultare l’Italia e provocare un’ondata di sdegno nel Paese. Il primo a scagliarsi contro le “mostruosità” contenute nell’articolo studentesco fu Don Luigi Giussani, capo di Gioventù Studentesca, futuro fondatore di Comunione e Liberazione. Scrisse un violento comunicato nel quale additava come lesive della morale, della religione e dei costumi le risposte delle ragazze, tendenti a delegittimare l’autorità della Chiesa e a voler eccedere i limiti posti dalla Teocrazia in materia di sessualità. L’articolo riportava infatti le risposte delle ragazze che tra l’altro accusavano la Chiesa di essere generatrice di sensi di colpa e incubatrice di censure pregiudiziali come per esempio la condanna dei film erotici; le ragazze inoltre puntavano l’indice accusatorio e critico anche contro l’indiscussa e rigida autorità paterna. Ma a fare scoppiare il caso fu il “Corriere Lombardo”, che il 22 febbraio pubblicò in prima pagina un articolo dal roboante titolo “Scandalo al Liceo Parini”. Il 16 marzo i tre ragazzi firmatari dell’articolo e il preside della scuola furono convocati in Questura e interrogati. Gli ufficiali di polizia che procedettero all’interrogatorio ordinarono ai ragazzi di spogliarsi per poterli sottoporre ad una visita integrale (occorre ricordare che si trattava di ragazzi diciassettenni) appellandosi ad una circolare del 1933 pubblicata nella Germania nazista e fatta propria successivamente dall’Italia fascista, che autorizzava, nei casi di sospetta infermità mentale o deformazione fisica (in una visione eugenetica volta a preservare la purezza della razza) i funzionari di polizia a procedere nel corso degli interrogatori a ispezione corporale integrale dei fermati. I ragazzi, che erano arrivati in Questura abbigliati di tutto punto, con giacca e cravatta (secondo il blasonato protocollo del Parini) si ritrovarono nudi all’interno di un anonimo ufficio della Questura di Milano, sottoposti ad un esame fisico e costretti a rispondere a domande che avevano l’intento di verificare la loro integrità psichica e la loro visione etico-religiosa. La ragazza si rifiutò di spogliarsi e pretese la presenza di un avvocato. I tre studenti furono denunciati da un gruppo di genitori infuriati che, con discorsi ricercatamente eristici simili a congreghe di postulanti, minacciavano ritorsioni, tra cui quella di ritirare i propri figli dal liceo, e che avviarono una sorta di “crociata sanfedista” contro il dilagante malcostume, la degenerazione del sistema valoriale, la corruzione e il turbamento di minorenni.

Claudia Beltrami Ceppi, Marco De Poli e Marco Sassano furono indagati dalla Procura della Repubblica di Milano e processati per direttissima con l’accusa di “oscenità a mezzo stampa e pubblicazione clandestina”; venne denunciato anche il preside Daniele Mattalia per mancato controllo.

Il processo ebbe inizio il 30 marzo 1966 presso il Tribunale di Milano e si concluse il 2 aprile con sentenza di assoluzione per tutti gli imputati, che furono assistiti gratuitamente da alcuni dei più famosi avvocati del foro milanese. Al processo presenziarono centinaia di giornalisti italiani ed esteri, provenienti da tutto il mondo: il giornalino della scuola troneggiò sulle prime pagine di alcune fra le più accreditate testate giornalistiche italiane e internazionali: il New Your Times, Le Monde, Le Figarò e il Times.

In Italia l’opinione pubblica e il mondo della politica parvero improvvisamente destarsi dalla ordinaria disattenzione e consueta superficialità e si mobilitarono, dividendosi tra “innocentisti” e “colpevolisti”. Pietro Nenni vice presidente del Consiglio dei ministri, si schierò apertamente in favore dei ragazzi; “Il Corriere della Sera” e “L’Espresso” riportarono fedelmente le cronache di quel tumultuoso processo, pubblicando i contenuti delle udienze, comprese le testimonianze dei due studenti relative alla visita integrale a cui vennero sottoposti con lo scopo di stabilire la loro capacità di intendere e di volere. L’Italia rivelò al mondo il suo volto criptico, polveroso, tentacolare in cui si poteva essere arrestati e processati per aver fatto educazione sessuale a scuola.

Peccato che ancora oggi sia di difficile attuazione nelle scuole, non essendo disciplinata da specifici e univoci articoli di legge.

Il processo si trasformò in un detonatore in grado di fare esplodere con fragore le polveri incandescenti che covavano sotto la superficie. Per la prima volta nel dopoguerra migliaia di ragazzi scesero in strada a contestare, organizzando cortei e manifestazioni spontanee, anticipando la rivolta studentesca del ’68 e divenendo veicolo di un messaggio di rinnovamento. Si possono infatti facilmente rintracciare in questa vicenda che resta emblematica, i fermenti di quella rivoluzione studentesca che infiammerà di lì a poco le piazze di tutte le maggiori città del mondo.

Le agitazioni, gli scioperi, le rivolte che segnarono gli anni Sessanta resero possibile una scomposizione prismatica della società italiana che lasciava intravedere, al di sotto di una posticcia uniformità e di una levigata apparenza, la presenza di rivoli di diversità che si coagularono attorno ad una imprescindibile richiesta di cambiamento, di dissonanze che diventarono cartina di tornasole e potenziarono insoddisfazioni le quali finirono per rifluire in un’onda rivoluzionaria che cambiò il corso della storia.

I protagonisti di questa sedizione erano giovani appartenenti alla media e alta borghesia, mossi però da “un apostolato acuto come un tormento” come avrebbe scritto la grande filosofa e critica letteraria Maria Corti.

Arcaicismo e modernità convivevano dunque nell’Italia degli anni Sessanta, in un ibridismo pluridimensionale, che segnerà indelebilmente il passo nel 1968, quando essa sarà squassata da Nord a Sud dalle rivendicazioni studentesche, che in alcuni casi assunsero la forma di vere e proprie guerriglie urbane e costrinsero l’opinione pubblica ad interrogarsi sulla situazione istituzionale, politica e sociale dell’Italia del tempo.

Il Liceo Classico Parini di Milano ha una storia tanto illustre quanto antica, fondato nel 1774 per volere di Maria Teresa d’Austria. Nella sua lunga esistenza ha visto nelle proprie aule l’avvicendamento di celebri personaggi: Alessandro Manzoni, Carlo Cattaneo, Camilla Cederna, Carlo Emilio Gadda, Dino Buzzati, il poeta Mario Luzi, Vittorio Zucconi, Mario Sassano e Mauro De Poli, Salvatore e Alberto Veca e Walter Tobagi, il grande giornalista de “Il Corriere della Sera” ucciso nel 1980 dalle Brigate Rosse.

Nel maggio 2008, in onore del quarantennale del sessantotto, Marco De Poli insieme ad altri ex compagni di classe contattarono la redazione del giornalino del Parini per concordare l’uscita di un nuovo numero de “La Zanzara” che riprendesse l’inchiesta che destò scalpore negli anni Sessanta; l’articolo del 2008 non era però incentrato sulla sessualità delle ragazze del liceo, ma sul tema dell’omosessualità: uscì il 6 giugno sul Corriere della Sera.

Oggi il giornale del Parini si chiama “Zabaione”. In occasione del cinquantesimo anniversario dei fatti accaduti, i protagonisti di allora hanno organizzato un convegno aperto alla cittadinanza con una mostra fotografica.

Donatella Di Maio