Valerio de Gioia: “buona notte amore mio”… | di Daniela Cavallini

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… LE DOLCI CONFIDENZE TRA PAPA’ VALERIO E LA SUA PICCOLINA PRIMA DELLA NANNA!

Amiche ed Amici carissimi, solo alcuni giorni fa,  ho condiviso l’intervista rilasciatami dall’Avv. Gian Ettore Gassani relativa al suo ultimo successo letterario “La guerra dei Rossi” – Racconti di famiglie e di violenze prima e durante il Covid-19.

https://mobmagazine.it/blog/2020/12/06/gian-ettore-gassani-la-guerra-dei-rossi-racconti-di-famiglie-e-di-violenze-prima-e-durante-il-covid-19/

Oggi, desidero riportavi  la prefazione al citato libro, a cura del Dott. Valerio de Gioia – Giudice presso il Tribunale Penale di Roma – https://mobmagazine.it/blog/2020/11/25/25-novembre-giornata-internazionale-per-leliminazione-della-violenza-contro-le-donne-di-daniela-cavallini/  in quanto descrive uno dei momenti più intimi  che da papà vive con la sua piccolina, subito prima della nanna.

Una storia breve, intensa, che narra con amabile naturalezza il dialogo tra il papà e la sua bambina, non nascondendo neppure quel pizzico d’imbarazzo avvertito di fronte alle domande più impertinenti che la  bimba pone.

Ora Cecilia si è addormentata e papà Valerio, nel guardarla ammirato,  rivela la sua grande sensibilità di Giudice nei confronti di tutti i bimbi subenti abusi, auspicando che il prima possibile qualcuno la sera torni a dirgli “buona notte amore mio”.

Di seguito – previa autorizzazione del Dott. de Gioia – riporto la versione integrale della storia.

– E vissero tutti…

– …felici e contenti.

– Buona notte amore mio.

– Papà?

– Sì?

– Ma la nonna è morta?

Ecco, lo sapevo… prima o poi me l’avrebbe chiesto. Tanto vale essere sincero. Del resto è una cosa naturale, succede… in questo caso un po’ troppo presto, ma succede.

– Sì.

– E chi l’ha uccisa?

– Ma come chi l’ha uccisa? Nessuno amore mio: la nonna purtroppo si è ammalata ed è morta. Dormi, non ci pensare, lei sta in cielo e da lassù ci vede e ci protegge.

Cecilia, tre anni e mezzo, il nome della nonna e gli occhi azzurri della madre, grandi come la curiosità che agita le domande impertinenti della sua età.

Il fatto che una settimana prima abbia chiesto della chi avesse rubato la macchina, in realtà venduta, e domandato emozionata, vedendomi in foto con un gruppo di carabinieri, se mi avessero arrestato, mi ha dato due certezze: la deformazione professionale è ereditaria e farla addormentare deve rimanere una prerogativa materna.

La risposta, evidentemente rassicurante, coglie però nel segno: finalmente si addormenta, me ne accorgo dal respiro che si fa sempre più profondo, lento, con un ritmo contagioso.

Uno sbadiglio mi allarma. Non devo cedere alla stanchezza, adesso inizia la fase più difficile: la fuga. Non c’è manovra più intricata dell’evasione dal letto di una figlia:un mix tra il gioco dello “Shangai” e dell’ “Allegro chirurgo”, complicato dal buio e dall’abitudine della bambina di dormire a “quattro bastoni”. Solo il caso e un’abilità fuori dal comune, guadagnata sul campo e nel corso del tempo, consente di non sfiorare le braccia o le gambe che di notte si trasformano in lunghi tentacoli, recettori sensibili ad ogni più piccolo movimento o contatto.

Un improvviso scotimento del materasso o un semplice scricchiolio dei tendini – i papà lo sanno bene -, vanificano l’intera operazione: non sono ammessi errori. I piccoli hanno la rara capacità di avvertire ogni minima incertezza: muniti di una sorta di sesto senso, percepiscono ogni tentennamento e, cosa ancor più preoccupante, non distinguendo tra dolo e colpa, ti fanno pagare a caro prezzo anche la più piccola distrazione.

Se si sveglia adesso si riparte dal via e stasera non me lo posso permettere. Non ho né la voglia né la forza. Domani sarà una giornata impegnativa: un’altra udienza con processi le cui vittime, dirette o indirette sono perlopiù bambini, spesso non più grandi del cucciolo che ho appena fatto addormentare, che subiscono la cosiddetta violenza assistita.

Alle volte penso che il codice, oltre a impormi di dare del tu a quel minore presente in udienza, dovrebbe obbligarmi a dargli  un abbraccio, una carezza così da fargli capire che non è colpa sua se le cose non vanno, se si trova lì in quel momento.

Ma soprattutto vorrei che capisse che quegli adulti che vede all’interno dell’aula, nascosti dalle pesanti toghe nere e da un linguaggio incomprensibile, stanno lavorando con un unico obiettivo: che il prima possibile qualcuno la sera torni a dirgli “buona notte amore mio”.

Un abbraccio!

Daniela Cavallini