“Francois”| di Luciana Carioti

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Era una fredda mattina di dicembre, Cristina, dopo aver silenziato la sveglia che da circa dieci minuti martellava incessantemente, si alzò in fretta per recarsi in quei venti metri quadrati che da qualche mese, per otto ore al giorno, la vedevano assorta tra bilanci e buste paga.

Il nuovo lavoro era entusiasmante, i colleghi simpatici, ed il capo, un uomo d’altri tempi che sembrava venir fuori da un racconto di Oscar Wilde, non era affatto male.

L’azienda per cui lavorava, un import-export di materiali per l’edilizia, aveva uno dei suoi uffici nel centro storico di Palermo e Cristina era solita parcheggiare poco distante dal luogo di lavoro per godersi una salutare passeggiata tra negozi e monumenti da ammirare.

Così aveva indossato il suo tailleur – pantalone grigio antracite, aveva passato sul viso appena un filo di trucco e, infagottata nel piumino che la copriva fino ai polpacci, si era avventurata in mezzo al traffico di quell’ora di punta a bordo della sua Fiat cinquecento rossa sintonizzata sulla solita emittente radio che trasmetteva rigorosamente musica anni settanta.

Giunta a destinazione sulle note di Barry White in perfetto orario, dopo diversi tentativi, riuscì finalmente a parcheggiare la sua auto in una zona tranquilla e poco distante dal bar dove ogni mattina, alla stessa ora, si riuniva con Adele per il solito caffè e la piacevole chiacchierata-gossip.

Ma quella mattina Adele non c’era ed era già davanti l’ingresso del bar quando si accorse di avere sul cellulare il messaggio dell’amica che le preannunciava la sua assenza dal lavoro per una banale influenza. Così, dopo aver consumato velocemente il suo caffè, iniziò il cammino per quella strada che era solita percorrere in compagnia.

Da qualche settimana un clochard maleodorante e di età indecifrabile se ne stava seduto sotto i portici di via Ruggero Settimo su un giaciglio improvvisato con buste e cartoni raccattati qua e là.

Cristina e Adele avevano fantasticato a lungo sull’identità del tizio che le seguiva con lo stesso sguardo torvo tutte le mattine tra una boccata e l’altra di fumo di qualche cicca abbandonata per strada dai passanti e che aveva al suo fianco un immancabile fiasco di viso rosso che di tanto in tanto portava alle labbra spostando con le dita, che sbucavano dal guanto sudicio, la lunga barba rossiccia. Turbate dallo sguardo arcigno e dai duri lineamenti del suo volto gli avevano affibbiato ogni sorta di macabra e inquietante storia, immaginandolo nelle vesti di un maniaco depravato o di uno spietato criminale e affrettavano sempre il passo in prossimità di quell’uomo  nell’assurdo tentativo di scansare un qualsivoglia tipo di contaminazione batterica per poi riprendere normalmente fino a destinazione.

Ma quella non era una giornata come le altre. Il capo le aveva affidato più compiti del previsto e Cristina, suo malgrado, si trattenne in ufficio oltre l’orario di chiusura dei negozi. Erano le venti e trenta, uscì in fretta dal portone, non c’era anima viva nei paraggi e si diresse in direzione della sua auto sotto l’eco solitario dei suoi passi che risuonava in maniera ancora più evidente sotto il porticato che aveva attraversato qualche ora prima.

Il clochard era ancora lì e dopo averla focalizzata da lontano come un animale fa con la sua preda, si alzò in piedi e prese da terra un lungo bastone in ferro tirato fuori dal mucchio di cartoni del suo giaciglio.

Il cuore le batteva all’impazzata, cercò di rallentare il passo e per un momento pensò di tornare indietro mentre la figura si faceva sempre più vicina; una miriade di pensieri affollarono la sua mente confusa, le braccia cominciarono ad intorpidirsi e sentì una morsa allo stomaco non appena si accorse che un nodo alla gola le impediva di emettere qualsiasi suono. Poi improvvisamente udì dei passi alle sue spalle “E’ la salvezza!” Pensò. Così voltatasi vide due ragazzi che procedevano verso di lei a passo veloce, riprese tutto il suo coraggio e nel momento in cui stava per rivolgersi ad uno di loro per chiedere aiuto, l’altro le bloccò le spalle al muro nel tentativo di strapparle la borsetta e l’altro con tono minaccioso le ordinò di sfilarsi l’orologio e gli anelli.

Cristina, paralizzata dalla paura e tremante come una foglia si toccò il polso per obbedire ma istintivamente si coprì il volto con le mani non appena udì una serie di colpi e l’urlo straziante di uno dei due ladruncoli che, piegato in due sull’asfalto, con l’aiuto dell’altro si alzò repentinamente per poi darsi insieme alla fuga. Aveva ancora le mani sul volto quando, appena recuperato l’uso della ragione e dei sensi, risentì ancora una volta quell’odore pungente che tante volte l’aveva infastidita durante le passeggiate verso il luogo di lavoro, mentre una mano sporca le restituiva la borsetta.

Gli occhi della ragazza incontrarono il volto dell’uomo che nell’immaginario delle due amiche era stato il protagonista cattivo di storie inverosimili ed a volte anche raccapriccianti, lo stesso uomo che aveva appena affrontato, mettendo in fuga, i due malintenzionati per restituirle la borsetta e si vergognò amaramente per questo.

Prese la stessa mano sporca che non avrebbe mai immaginato di stringere tra le sue e lo ringraziò con le lacrime agli occhi ricevendo in cambio il sorriso più dolce che avrebbe mai visto nella sua vita.

Cristina raccontò ad Adele la strana vicenda e da quel momento le due amiche ebbero un atteggiamento diverso nei confronti di Francois, il clochard dal cuore impavido.

Luciana Carioti