Karl Marx, tra comunismo e bolscevismo | Roberta Bramante

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Il 21 gennaio del 1921 ricorre il centesimo anniversario della fondazione del PCI. Il Partito Comunista Italiano nasce in risposta al Komintern del 1919 e al desiderio di Lenin di espandere la rivoluzione bolscevica al mondo intero. Ma cosa c’entra la rivoluzione russa con Karl Marx e la sua idea di comunismo? Cosa propone sostanzialmente il pensiero marxista? Accade spesso che venga fatto un uso improprio e inopportuno di filosofi e di filosofie come nel caso di Marx e del bolscevismo, prima leninista e poi stalinista. Il filosofo di Treviri parte innanzitutto da una critica al giustificazionismo di Hegel. Capovolta la dialettica hegeliana, che a suo avviso cammina sulla testa, Marx intende analizzare la realtà storica partendo dall’analisi del rapporto che lega la Sovrastruttura (Überbau) e la Stuttura (Bau). Nell’opera L’ideologia tedesca afferma che sono le forze produttive (macchinari, lavoratori, le scoperte scientifiche e tecnologiche applicate al settore industriale) e i rapporti di produzione(le relazioni umane che intercorrono in un’attività produttiva) a determinare le leggi di uno Stato, la politica, le ideologie, i processi culturali, ecc. Ovvero è la Struttura a determinare la Sovrastruttura. Ma la struttura che definisce il sistema economico di una società non risponde a leggi intrinseche, assolute, dogmatiche e immutabili, come credevano liberisti,  “la mano invisibile” di Smith, per intederci. Essa varia secondo un processo che il filosofo definisce dialettica di classe o materialismo storico, vedi Per la critica dell’economia politica. I rapporti di produzione sono tendenzialmente reazionari, decisi a conservare la propria supremazia, rispetto alle forze produttive che sono più veloci a mutare, come è accaduto nel Medioevo e fino alla Rivoluzione francese tra aristocratici e borghesi. Le fasi che hanno visto l’emancipazione della classe borghese e la sua conseguente supremazia,  hanno determinato progressivamente un processo di mantenimento forzato del nuovo status quo, della borghesia sulla classe operaia. Per mantenere tale supremazia il sistema capitalistico-borghese ha generato quello che il filosofo nel Capitale chiama “feticismo della merce”, vale a dire lo stesso fenomeno che permette all’attuale sistema consumistico di sopravvivere: creare bisogni non necessari e attribuire valore intrinseco alla merce senza tener conto del lavoro necessario per la sua realizzazione. Tuttavia è nel sistema capitalistico che risiede il germe della sua sconfitta. La causa dell’inevitabile fallimento si trova nella caduta tendenziale del saggio di profitto, risutato del rapporto tra il plus valore e la somma del capitale variabile e del capitale costante s=Pv / (c + v), che porterà inevitabilmente a un nuovo processo di trasformazione dei rapporti di produzione: “l’alba della rivoluzione è un giorno inevitabile”. L’imprenditore sarà costretto a investire sempre più denaro per rendere competitiva la sua produzione, tanto che neanche la riduzione continua dei salari porterà a ottenere effettivi  vantaggi, con il risultato che solo pochi individui avranno il monopolio economico del mondo. La soluzione a tale supremazia forzata del capitalismo sta nel superamento del feticismo della merce. La rivoluzione operaia per Marx è solo una fase di passaggio, momento necessario ma non risolutivo.
I vari tentativi di applicazioni del marxismo contro il sistema capitalistico hanno portato invece solo alla realizzazione di un comunismo rozzo, che Marx riteneva parziale e non risolutivo  vedi i Manoscritti 1844. In altre parole, le rivoluzioni comuniste del Novecento non hanno affatto vinto sull’ Homo oeconomicus, sull’attaccamento alla merce, al denaro, come egli stesso riteneva fondamentale, ma hanno dato voce al risentimento, spostato le ricchezze e determinato uno statalismo estremo, anche questo condannato dal filosofo del Capitale,  che al contrario parlerà di “Aufhebung des Staates”, di liberazione dallo Stato. La rivoluzione bolscevica genererà uno dei peggiori totalitarismi della storia, non coerente con quello che Marx auspicava.
Le varie rivoluzioni di stampo sovietico hanno impropriamente usato, deviato, manipolato e brutalizzato il pensiero marxista, distorcendo quello che era il suo unico fine intrinseco: la realizzazione di una società non assuefatta al mero consumo, emancipata dall’attaccamento al denaro, e ridare invece dignità al lavoro, all’uomo e alla vita in sé. In Italia non c’è mai stata una rivoluzione di stampo sovietico, nonostante le manifestazioni del Biennio rosso, le lotte sindacali del secondo dopoguerra o gli estremismi extraparlamentari degli anni Settanta. Il PCI ha visto al suo interno menti illuminate,  come Gramsci e Berlinguer, che hanno contribuito direttamente e indirettamente, al miglioramento della questione sociale italiana. Tuttavia è inopportuno continuare ad accostare pensieri e fenomeni, filosofi e rivoluzioni senza tener conto delle dovute differenze, smascherando degli accostamenti illeciti e ideologicamente inappropriati.