C’è anche chi non mangia | di Caterina Civallero

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Durante le feste natalizie una notizia mescolata alle tante ha fatto il giro del mondo: «La modella Stella Tennant è morta poco dopo il suo cinquantesimo compleanno». Chi ha seguito l’evoluzione del campo della moda negli ultimi trent’anni conosce perfettamente il suo vitino da vespa, di soli 33 cm di circonferenza, caratteristica che ha shoccato  il pubblico circa dieci anni fa. I giornali parlano della Tennant e della sua malattia mentale: di quale disturbo si tratta? Anoressia; ancora una volta questo termine che strazia al solo pronunciarlo.

In questo articolo mi limiterò a esplorare l’argomento in maniera delicata riservando al futuro approfondimenti intensi e vivaci.

«Ogni medaglia ha il suo rovescio e non ci resta che esplorare il territorio di quelle persone che sembrano non rispondere agli esempi menzionati finora. Gli astenici, i convalescenti, le persone anziane e malate, e alcune sane ma poco propense allo slancio verso la vita, soffrono di inappetenza funzionale arrivando a deperire giorno dopo giorno. Molti di noi conoscono o credono di conoscere il termine anoressia, espressione usata e registrata in ambito medico per la prima volta nel 1689 dal dottor Richard Morton a proposito di alcuni suoi pazienti affetti da un comportamento refrattario nei confronti del cibo. Consunzione nervosa si chiamava all’epoca, una specie di inedia volontaria e, strano a pensarsi, il primo paziente a rientrare nel libro del medico inglese, specializzato in tubercolosi, fu un ragazzo. Ancor oggi molti maschi soprattutto con età compresa fra l’adolescenza e i 30 anni ne soffrono, ma la statistica vede le femmine maggiormente coinvolte in questo disturbo alimentare psicogeno (DAP).

Negli anni il comportamento anoressico è stato esplorato ampiamente e ha visto coinvolta, nell’anamnesi del paziente, la figura materna; una serie di supposizioni oggi superate suffragavano la responsabilità della stessa rispetto alla comparsa del disturbo. E così l’ansietà della figura genitoriale femminile è stata erroneamente scambiata per la causa del problema. Nel tempo sono state avanzate numerose ipotesi in merito e, a questo proposito, mi sento disinvolta nel proporre la mia pubblicata nel libro Il mio gemello mai nato già citato in altri capitoli: «Perdere peso assomiglia a morire. La fame è un meccanismo biologico che ci permette di vivere, e di continuare a restare vivi. Così come l’assenza di fame, l’inedia, ci garantisce di poter giungere alla morte. Pertanto, quando abbiamo fame o quando non riusciamo a percepirne fisiologicamente il bisogno, scattano dei meccanismi di reazione, di paura e di ansia atavici.

Ovvero se sentire la fame è come sentirsi “morti” questo sentire è il sentire del fratello gemello che è scomparso. Ereditiamo in noi il suo piano emotivo, quello vissuto nell’atto del trapasso, quando la natura ha operato la sua naturale selezione, e sarà questo piano a fare da timone a tutte le nostre scelte di vita. Tratteniamo in noi le emozioni da lui provate nell’atto della morte, e tanto più repentinamente e tardivamente è avvenuta tanto più feroci saranno le emozioni che proveremo. Siamo macchine biologiche ferrose, telepatiche, in perpetuo movimento. Siamo come calamite biologiche e siamo caricati su una frequenza dettata soprattutto dal nostro imprinting iniziale. Ogni emozione e avvenimento vissuto nei primi giorni di vita caratterizzerà la nostra modalità reattiva che può essere compresa e domata, ma non omessa.

Della morte si ha paura o se ne è affascinati. Su questa dicotomia si muove la letteratura, la filosofia, la storia e la cinematografia di tutto il pianeta. Ogni nostra scelta, del momento presente o verso il futuro, fa leva sul concetto della morte e del suo contrario. L’esistenza o è slancio verso la vita o è propensione alla morte, e quando è morte ecco comparire la paura o il fascino. Più si ha paura della morte più è difficile resistere alla fame. Più si insegue la morte rifuggendo la vita meno si ha desiderio di cibo. Lo si vede in quei bambini che appena nati si attaccano al seno della madre e succhiano come disperati, come se fossero in arretrato di cibo da sempre. Sembra nascano con l’ansia di non sentirsi mai sazi. Poi ci sono quei bambini che, al contrario, non mangerebbero mai: quelli che se li lasciassi due giorni senza stimolarli, senza insistere a nutrirli, li troveresti morti nel sonno.

Se ci si osserva interiormente, se ci si interroga sul valore che diamo al cibo e quindi alla vita, è possibile avvicinarsi a quella parte di noi che conosciamo poco. La parte buia. La parte che ci condiziona. Una parte di cui non dobbiamo avere così paura. È un vuoto in cui non c’è il “lupo” e non c’è il nulla, ma c’è il nostro rapporto con il fratello non nato.

Se ci avviciniamo a questo spazio sacro, con calma, facendoci condurre per mano da un terapeuta stabile e preparato, ci è possibile incontrare e sentire il nostro senso di fame, la nostra fame di vita, gestirla, dargli una misura, una forma, e comprendere chi siamo, come reagiamo.

È possibile saziarci e confortarci, anche solo temporaneamente, con un bicchiere di acqua, una tisana, una bibita. E se possiamo permettere a una cosa semplice come l’acqua di confortarci e di nutrirci, possiamo provare che il senso di fame ha un significato spirituale infinito che va conosciuto, riconosciuto, affrontato, capito. Il nostro lavoro, i nostri studi, sono volti a questo. Portare alla luce, come un archeologo, i reperti storici del nostro vissuto emotivo. Mangiare è vita, e la vita è un diritto da difendere».

Molti digiunatori ascetici, in campo religioso, raccontano di persone alle prese con una scelta piuttosto impegnativa: digiunare per espiare. Su questo verbo vorrei soffermarmi ancora qualche riga e poiché la sua radice etimologica ci ricollega alla pena, e quindi al senso di colpa, è su questo concetto che a mio parere occorrerebbe far luce.

Perché il soggetto coinvolto si sente in colpa? Quale peccato o mancanza è stata commessa per meritare un simile castigo? Quando si cerca una soluzione a problemi di questa portata si parla per metafore o similitudini ma come sempre è la simbologia che il corpo adotta per esprimersi che ci può aiutare a comprendere. Il concetto resta sempre il duello fra la vita e la morte che non è la fine del tutto ma il contrario della nascita.

È per questa ragione che avanzo le tesi che esprimono il concetto di gemellarità: che ne siamo consapevoli o meno dal momento del nostro concepimento veniamo condizionati biologicamente a reagire a stimoli che nulla transigono; la psicologia in questo campo può servire a completare l’ipotesi di diagnosi e i suoi strumenti possono essere di aiuto nel trovare una terapia riabilitativa nei confronti del cibo, ma l’aspetto diagnostico spetta al mero campo biologico e lì deve restare. La teoria gemellare scagiona il ruolo delle madri che negli ultimi 35 anni si sono sentite sotto accusa e sono state trattate come le responsabili dell’anoressia della propria prole. La sindrome del gemello trascende questa immagine e ricolloca il rapporto biologico ed emotivo nel luogo che gli spetta: l’utero o primo nido di vita.

Ancora una volta la dualità delle nostri origini disegna percorsi precisi al fine di aiutarci, anche quando necessario, a comprendere le azioni da intraprendere per correggere le anomalie di sistema.»

Questo brano è tratto dal mio libro intitolato Un sorso e un morso e ha lo scopo di sensibilizzare i lettori più attenti.

Attualmente sono impegnata a sviluppare un testo sul tema basato su esperienze dirette e decisamente attuali. ll fenomeno è in aumento, la gravità delle sue dinamiche è spaventosa se osservata da vicino.

Documentarsi, per ora, è doveroso.

A presto

Caterina Civallero

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