Paolo Massimo Rossi, ingegnere e scrittore, ci presenta il suo primo giallo “Un cespuglio di spine” | INTERVISTA

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«Ritengo che l’opera letteraria, in definitiva, sia soprattutto parola, ma anche stile e linguaggio. Cioè, nella mia visione del significato dello scrivere, penso che le parole utilizzate debbano essere proposte in una forma linguistica dotata di una propria logica ed impostazione intrinseche, che sono diverse dalla ricerca del sentimento immediato.» (Paolo Massimo Rossi)

Paolo Massimo Rossi

Ciao Paolo Massimo, benvenuto e grazie per aver accettato il nostro invito. Ci parli del tuo nuovo romanzo, Un cespuglio di spine? Come nasce, qual è il messaggio che vuoi che arrivi al lettore, quale la storia che ci racconti senza ovviamente fare spoiler?

Il romanzo nasce come sfida letteraria. Sono sempre stato appassionato di storie poliziesche, non di tutte, ma soprattutto, confesso, del Maigret di Simenon (evidentemente inarrivabile nella costruzione di atmosfere e della voglia umana di capire prima che di risolvere) e del Nero Wolfe di Rex Stout (quasi maniacale nella razionalizzazione dell’indagine). Per non parlare del Marlowe di Raymond Chandler, tanto affascinante nel suscitare il piacere della lettura, quanto inimitabile per essere sfacciatamente californiano.

Sull’onda di queste suggestioni letterarie, nel romanzo Un cespuglio di spine sono stato preso – e il novello investigatore avvocato Lucci lo è stato con me – dal desiderio di inventare e poi risolvere un mistero: il presumibile omicidio dell’avvocato Gabriele Vardi.

Vardi viene trovato morto nella saletta avvocati del TAR di Perugia. Chi l’ha ucciso? E come? Preso atto che, almeno apparentemente, sul corpo non vi sono tracce di violenza e che tante considerazioni mediche fanno escludere la morte naturale?

Come in ogni giallo che si rispetti, chi investiga si avvale di una spalla, una figura che da sempre è risultata essenziale nelle pieghe narrative dei meccanismi d’indagine: basta pensare al mitico Watson o all’ineffabile Goodwin o al sempre disponibile Lucas. Spalle sì letterarie, ma anche inevitabilmente realistiche nello sviluppo delle storie. Una spalla, nel mio romanzo che, nel progredire della storia, ironicamente e lucidamente diventa ispiratrice ma anche vittima della determinata motivazione alla verità dell’esplorante e solo a volte dubbioso avvocato Lucci.

Qual è il messaggio? Nella scrittura di un romanzo giallo (o polar o noir che dir si voglia) non finisce mai, malgrado il déja vu, la possibilità di affascinare o, almeno, incuriosire il lettore. Che ci si possa riuscire, poi, è un’altra storia. Dipende dalla capacità di chi scrive di portare alla luce quella sorta di continuo negoziato a distanza, per cui la definizione di ciò che è poliziesco o non lo è, si può modificare nel corso della scrittura.

Sempre pagando un pedaggio: in un romanzo “giallo” la ricerca di una verità oggettiva confliggerà sempre con la falsificazione letteraria della stessa.

Paolo Massimo Rossi, “Un cespuglio di spine”, CTL ed., Livorno, 2021

Questa volta hai scritto un romanzo giallo. Come mai hai deciso di lavorare a questo progetto che si discosta dai tuoi precedenti romanzi?

Era giunto il momento di disattendere l’ormai stagionato neo della narrazione introspettiva del protagonista che, quasi atto liberatorio, poteva finalmente svestirsi di una maschera: quella di esprimere il pensiero dello scrittore, del quale, troppo spesso, aveva finito per rappresentare un datato alter ego. In altri termini dovevo superare l’ambigua aporia tra extradiegesi e intradiegesi stilistica e narrativa. Risultato: una scelta di extradiegesi onnisciente e totalizzante, solo tesa al meccanismo della soluzione del mistero.

Certo, il protagonista-investigatore avvocato Alessandro Lucci rappresenta, piò o meno esplicitamente – né poteva essere diversamente -, una proiezione del mio Io scrittore, nel momento stesso che dichiaro sfacciatamente il ludico desiderio di calarmi in una vita sconosciuta. In questo realizzando letterariamente il sogno Faulkneriano di ogni romanziere: poter essere anche altro da sé.

Una modalità di cui si può ritrovare il filo conduttore anche negli altri miei romanzi, ma che qui viene scarnificata e semplificata grazie alla scelta necessaria di focalizzare lo scritto principalmente sull’aspetto investigativo e molto poco su quello della descrizione caratteriale.

I personaggi di altri miei romanzi (Jacob Rohault, Glauco Brà, Eulogio Roè per citarne solo alcuni) sono esseri umani sino all’esasperazione nel loro confidare nel cogito cartesiano, Alessandro Lucci non ne ha bisogno: vive nella certezza se non del risultato, sicuramente in quella dell’impegno.

 

«Sotto la chiave che potremmo dire di “coscienza”, ce n’è un’altra, a spiegare il successo e la diffusione del “Giallo”; una chiave freudiana: il giuoco dei divieti, delle infrazioni di essi; della profanazione e della ricostituzione dei tabù; delle ambivalenze, insomma: per cui il lettore di “Gialli” si trova a parteggiare, in egual misura, per il colpevole non ancora individuato o per l’investigatore che accanitamente lo persegue; sicché la soluzione di quel cruciverba narrativo che è il romanzo poliziesco coincide nel lettore con l’insoddisfazione, sempre.» (Leonardo Sciascia, Le chiavi del “Giallo”, in “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 14 aprile 1962, p. 3). Sono parola di Leonardo Sciascia che fu un grandissimo lettore di Gialli e di romanzi polizieschi. Tu cosa ne pensi delle parole di Sciascia. Nella prospettiva del tuo romanzo, cosa lo accomuna all’analisi del grande scrittor siciliano?

Credo che Sciascia abbia ben spiegato i rimandi, come anche le motivazioni psicologiche del successo del “Giallo” ma, almeno per quel che riguarda il mio modo di affrontare questa scrittura, la sua è una visione romantica tesa a permettere la gratificazione del lettore.

Nel cespuglio di spine, si evidenzia la congruenza con una moderna visione pessimistica della realtà poliziesca: il colpevole non ammette il proprio pentimento, forse spera solo nelle attenuanti generiche, conservando il diritto di non rispondere. Allora, Alessandro Lucci, e io con lui, non riconosciamo i valori umani, per quanto modesti, dei presunti colpevoli. Essi restano cinicamente legati a un “se tanto mi dà tanto” in fondo solo consumistico. In altri termini non riusciremo mai a parteggiare per loro.

Una modalità in linea con le distopie brutali che caratterizzano la nostra società.

Sono “colpevoli” diseducativamente moderni, che non hanno coscienza del dettato kantiano che spinge a considerare l’umanità sempre come fine e mai come mezzo: nel Cespuglio di spine, per chi uccide l’assassinio è un mezzo per raggiungere un risultato al di là della morale. Un modo che rende impossibile per chi investiga mostrare una qualche solidarietà e comprensione per il colpevole. Al più, riesce a provare pena o compassione, oltre che a credere in una giustizia giusta.

Tutto questo rende l’avvocato Lucci un puro di spirito e i colpevoli solo meritevoli al più di un purgatorio dantesco. In fondo la filosofia della fratellanza è morta: amaramente, e in attesa di un recupero di umanità, il mondo si mostra manicheo. Unica salvezza al cinismo imperante è l’atteggiamento ragionevole dell’avvocato Lucci, che non assomiglia al Maigret di Simenon, piuttosto al Marlowe del Grande sonno: un hard boiled da sconfitta dell’uomo.

 «Il giallo consiste nell’uso di mezzi di terrore e di pietà senza precauzione. E quella che Alain – filosofo francese il cui vero nome era Émile-Auguste Chartier (1868-1951) vissuto nella prima metà del Novecento – chiama precauzione sarebbe per l’appunto la disciplina, la misura, la forza dell’arte. Sicché, in definitiva, il più grande romanzo poliziesco che sia mai stato scritto resta I fratelli Karamazov di Dostoevskij.» (Leonardo Sciascia, Una storia del “Giallo”, in “Lavoro”, X, 20, 19 maggio 1957, p. 14, nella rubrica “Sottobosco letterario”). Cos’è il Giallo per te leggendo queste parole di Sciascia?

Leonardo Sciascia

Non si può che essere d’accordo con Leonardo Sciascia nel ritenere che il più grande romanzo poliziesco mai scritto sia I fratelli Karamazov. Romanzo complesso che racconta di un dramma morale familiare, in cui non tutti i figli beneficiano della stessa attenzione dei genitori, in cui si viene abbandonati da piccoli e si è costretti a un’amara esistenza: l’eterna lotta tra il dubbio e la ragione, e quindi tra il bene e il male.

Evidentemente sarebbe uno stupido atto di presunzione paragonare il mio cespuglio di spine a I Fratelli Karamazov. Sarebbe la storia di una tragedia epocale dell’esistenza contro la banalità quotidiana di un’inchiesta giudiziaria. Posso dire solo che da parte mia non c’è stata “remora” nella scelta di mostrare l’intrigo poliziesco senza ricorrere al terrore. Troppo diversi sono i nostri tempi e il nostro ambiente rispetto a quelli della Russia di fine Ottocento. Nel cespuglio di spine, per mascherare il delitto ci sono solo la menzogna e la finzione, che sanno di intrigo delittuoso e non di paura: l’avvocato Lucci aggiunge umanità, rigore e disciplina nell’atteggiamento indagatore.

Dunque per me cos’è il giallo oggi? Sinteticamente, la descrizione di un crimine, nell’indagare il quale è essenziale, prima di usare il fiuto, individuare razionalmente i fatti o, almeno, i due o tre fatti certi: quelli utili per formulare delle ipotesi. Dopo, non resta che andare avanti per piccoli passi, recuperando mestiere, esperienza e un minimo di immaginazione. Quello che molti chiamano fiuto spesso è solo il caso.

Chi sono i destinatari che hai immaginato mentre lo scrivevi?

Onestamente, i lettori armati di curiosità e pazienza.

Una domanda difficile Paolo Massimo: perché i nostri lettori dovrebbero comprare “Un cespuglio di spine”? Prova a incuriosirli perché vadano in libreria o nei portali online per acquistarlo.

Credo che il primo impatto sul probabile acquirente sia determinato dalla copertina. Ritengo che costituisca un elemento che può far presa. Passo successivo è la lettura della quarta di copertina: “Seduto in modo scomposto su una sedia accostata al tavolo della saletta avvocati del Tribunale Amministrativo di Perugia, l’avvocato Vardi era evidentemente morto, probabilmente per omicidio.”

Nella congerie delle tante ipotesi adombrate e proposte, che ruolo gioca nel delitto la cioccolata, emblema di una città che da essa ha ricavato fama e ricchezza?

L’Avvocato Alessandro Lucci desidera saperne di più e inizierà dunque a gettare luce sulle ombre del caso. Incontrerà personaggi delle forze dell’ordine spesso restii a fornire una collaborazione fattiva; gli arriveranno lettere anonime di minaccia; conoscerà Elisa Vardi, sorella del defunto, donna elegante, raffinata e sensuale, più interessata alla seduzione che al desiderio di una rapida conclusione delle indagini. Sono tutti elementi che possono creare curiosità e interesse.

C’è qualcuno che vuoi ringraziare che ti ha aiutato a realizzare questa opera letteraria? Se sì, chi sono queste persone e perché le ringrazi pubblicamente?

La Casa Editrice CTL di Livorno che ha realizzato con passione e professionalità il volume. Il professor Luciano Lani, chimico di chiara fama che mi ha edotto sui veleni. L’avvocato Carlo Rossi, del foro di Pescara, che mi ha istruito su certe modalità e concetti giuridici come “domiciliatario”, “segreto istruttorio”, “costituzione di parte civile”, oltre a fornirmi degli spunti per parlare delle modalità con cui si svolgono gli interrogatori e tanto altro. Infine l’artista Miriam Prato che ha magistralmente illustrato la copertina del romanzo con il suo splendido dipinto L’Istrice. Ma vorrei ringraziare soprattutto il Professor Umberto Parisi e l’artista Miriam Prato che furono i primi a visionare la bozza del romanzo e che, con un editing attento, furono prodighi di osservazioni, in primo luogo finalizzate a rendere coerente il racconto nella logica del “giallo”.  Un particolare grazie all’artista Miriam Prato che con generosa passione ha magistralmente illustrato la copertina del romanzo con il suo splendido dipinto L’Istrice.

Nella tua attività letteraria hai pubblicato altri libri e romanzi. Ci racconti quali sono, di cosa trattano e quale l’ispirazione che li ha generati?

In questi ultimi anni ho scritto e mi sono stati pubblicati sei romanzi e svariati racconti. Ne cito solo alcuni:

Con gli occhi di Arianna: la storia della presa di coscienza di una donna che si cerca e si rivela a sé stessa non tanto attraverso la rivisitazione dei propri ricordi quanto, e soprattutto, attraverso le immagini, frammentate e parziali, che le sono rimaste impresse negli occhi. Scritto come omaggio alla donna.

Jacob Rohault I giorni di Venezia: romanzo con riferimenti storici ma anche pretesto per parlare dei miei topos letterari: Parigi, Venezia, Bologna. Una storia che esplora anche i risvolti sentimentali che condizionano il comportamento degli uomini: la dolcezza e i drammi dell’amore.

L’intruso nelle vecchie stanze: la scoperta di antichi documenti in una vecchia casa abbandonata accende la curiosità del protagonista, inducendolo a scrivere una storia che si sviluppa tra la ricerca di una verità oggettiva e la falsificazione letteraria della stessa.

Il venditore di pensieri altrui: Un romanzo che ha trovatolo l’ispirazione per essere scritto in almeno tre elementi.

Il primo: un banchetto situato all’interno di un bar in Place della Bastille a Parigi, dove un cosiddetto “nouveau philosophe” (evidentemente non dei più noti), vendeva informazioni e consigli ispirati a filosofi antichi e moderni. Qualcuno si sedeva davanti a lui che, al modico prezzo di tre franchi o di un bicchiere di vino o di birra, spiegava sinteticamente il pensiero di Aristotele, di Kant, di Sartre e così via.

Il secondo: il desiderio di rivisitare quella specie di icona letteraria che è costituita dall’ambiente del bar. E in Romagna è una vecchia tradizione. La gente si incontra, parla, ironizza, discute di calcio e politica. Lo schema narrativo in questo caso è rappresentato dalle battute e dalle chiacchiere che, spesso, sono appunto non-sense da bar.

Il terzo: la voglia di raccontare dell’amicizia, senza cadere nei patetici luoghi comuni della nostalgia. Come anche degli amori che vanno e vengono e che il protagonista vive quasi avendone una strana paura: che possano diventare troppo importanti e profondi.  Infine, il desiderio di raccontare delle strade, dei marciapiedi e dei porticati dove camminare osservando e riflettendo più o meno seriamente sull’esistenza.

Quali sono i tuoi prossimi progetti e i tuoi prossimi appuntamenti che vuoi condividere con i nostri lettori?

Un nuovo giallo: La trama sarà ancora un’indagine di Alessandro Lucci all’interno di un Teatro, questa volta alla scoperta di un delitto commesso molti anni prima. Un crimine di cui in paese si era sempre parlato con mille sospetti, senza che mai si potesse scoprire la verità.

Panfilo Rainaldi, la vita di un uomo di montagna che, per una serie di casi strani della vita si trova a fare il marinaio. Troverà la morte per un’epidemia di Beri-Beri su una nave durante la guerra di Libia all’inizio del 900.

Come vuoi concludere questa chiacchierata e cosa vuoi dire a chi leggerà questa intervista?

Dire del mio credo “letterario” che – si tratti di scrivere un romanzo sentimentale, storico o, semplicemente un giallo – è sempre in linea con l’affermazione che la letteratura sia soprattutto “relazione”.

Da un punto di vista, diciamo così, metaletterario una proposta di scrittura, che sia di poesia o di prosa è certamente, come affermava J.P. Sartre, “lo spazio in cui autore e lettore dialogano a partire dalle proprie concrete esistenze ed esperienze di vita”.

Ritengo che l’opera letteraria, in definitiva, sia soprattutto parola, ma anche stile e linguaggio. Cioè, nella mia visione del significato dello scrivere, penso che le parole utilizzate debbano essere proposte in una forma linguistica dotata di una propria logica ed impostazione intrinseche, che sono diverse dalla ricerca del sentimento immediato.

In questo rifuggendo dall’adozione dell’abusato ricorso alla mestizia romanticheggiante: sorta di astuzia letteraria tesa a mimetizzare l’enfasi scrittoria.

Paolo Massimo Rossi

https://www.facebook.com/paolomassimo.rossi

Il libro:

Paolo Massimo Rossi, “Un cespuglio di spine”, CTL ed., Livorno, 2021

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Andrea Giostra

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Andrea Giostra
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Andrea Giostra
SHORT-BIO | ANDREA GIOSTRA Appassionato di Arte, Letteratura e Cultura. Laureato in Psicologia Clinica con lode, con gli ultimi quattro esami sostenuti all'Università di Gent (Belgium), dove ha preparato la tesi di laurea all'interno di un progetto di ricerca scientifica della Faculty of Psychology and Educational Sciences diretta dalla Prof.ssa L. Verhofstadt-Denève. Per cinque anni ha collaborato con la Cattedra di Psicologia Clinica dell’Università degli Studi di Palermo diretta dallo psicoanalista Prof. L. Sarno. Ha partecipato ad un Corso Biennale di perfezionamento post-lauream in Psicoanalisi Freudiana presso l’Istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo diretto dal Prof. L. Sarno. Ha frequentato un Master biennale in Formazione e Specializzazione Rorschach diretto dai Dott. S. Parisi e P. Pes presso l’Istituto Italiano di Studio e Ricerca Psicodiagnostica Scuola Romana Rorschach. Ha frequentato un Master triennale in Criminologia diretto dal Prof. G.V. Pisapia dell'Università degli Studi di Padova e presieduto dal Prof. G. Tranchina dell’Università degli Studi di Palermo. Project Manager e Planner di importanti Opere e Mostre di Arti Visive e di Architettura.