I racconti del silenzio – L’albero del melograno

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Laura, si svegliò di buon mattino e lasciò svelta il letto. Dopo una rigenerante doccia, indossò l’accappatoio e ancora gocciolante, andò in cucina. I primi raggi del sole illuminavano l’ambiente rendendolo più accogliente del solito. Dopo una frugale colazione si pose dietro i vetri del balcone ad ammirare l’azzurro cielo primaverile. Quel giorno non sarebbe stato un giorno qualunque; con molta tristezza e con un nodo che le stringeva la gola sarebbe tornata al “paesello”. Erano trascorsi molti mesi da quando nonna Olga non c’era più, e lei, dopo il funerale, non aveva più voluto sentire parlare del paese e della fattoria. Alcune settimane prima, Laura, aveva ricevuto una telefonata dallo studio del dottor Malatesta. La signora Concetta, storica segretaria dell’anziano notaio, le aveva ricordato di alcune scadenze legate alla successione per la morte della nonna e le aveva fissato un appuntamento per il ventuno di marzo. Laura tornò in camera da letto, mise dentro uno zaino della biancheria e del vestiario, nulla di impegnativo, l’occorrente per un paio di giorni. Quel mattino sentiva dentro di se una calma che non le apparteneva. Dopo avere indossato un completo in frescolana poggiò sulle spalle il suo inseparabile blazer color cannella e uscì da casa. Durante tutto il viaggio cercò di non pensare a quello che le avrebbe detto il notaio, allontanando tutti i pensieri neri che tentavano di bucarle la mente. Volutamente evitò l’autostrada e percorse la statale. Laura aveva perso entrambi i genitori in un incidente d’auto quando era ragazzina e l’unica parente che le era rimasta era nonna Olga alla quale era legatissima. Dopo la maturità, Laura, desiderava rimanere nella casa del paese, oppure nella masseria che la famiglia possedeva da oltre due secoli. Nonna Olga, per l’unica nipote, aveva però altri progetti: Laura avrebbe continuato i suoi studi nel capoluogo e avrebbe abitato l’appartamentino donatole per i suoi diciotto anni.
Mancavano solo pochi chilometri al paese. Laura rallentò l’andatura dell’auto ed abbassò il vetro. Rivedere quel territorio l’emozionò così tanto da farle battere il cuore come un cavallo al galoppo. Raggiunse la collinetta da tutti chiamata “ la terra di Alì “, fermò l’auto, scese e iniziò a salire. Il gigantesco melograno troneggiava maestoso e lussureggiante, vi andò accanto ed istintivamente sfiorò alcuni rami come a volerlo carezzare. Il melograno era nel periodo di massima fioritura, gli stupendi fiori a campanella, crescendo, cambiavano forma giorno dopo giorno. Le minuscole e verdissime foglie incorniciavano i magnifici fiori come la ghirlanda posta sul capo di una fanciulla. Laura si pose davanti al grande albero e con lo sguardo abbracciò tutta la valle. La natura in quei giorni primaverili dava il meglio: colori, profumi e anche suoni. Dall’alba al tramonto le gazze, i merli, le capinere, le passere e le tortore si libravano nel cielo con un fondo di nuvole bianche rosate e alzavano i loro canti gioiosi. Tutti, a stormi, puntuali come ogni anno tornavano per costruire nuovi nidi e per dare nuova vita. Laura rivolse lo sguardo verso il grande albero, chiuse gli occhi e si rivide bambina con Nunziatina e Concetta a raccogliere melograni.
Laura chiedeva sempre a Nunziatina perché quel posto veniva chiamato da tutti ”la collina di Alì” mentre nonna Olga lo chiamava la collina del melograno. Nunziatina non sapendo cosa rispondere le ripeteva sempre la stessa frase.
Quell’estate, di tanti anni fa, il caldo d’agosto era insopportabile. Tutti coloro che vivevano nella masseria, essendo la casa ben ventilata, rimanevano dentro fino al tramontare del sole. Nonna Olga, dopo le diciotto, chiamava la nipote dicendo. Così, una a fianco all’altra, prima di cena, si concedevano una passeggiata. Un pomeriggio di fine agosto, andarono nel vigneto. La donna rimase in silenzio alcuni minuti, poi, si rivolse con un amorevole sorriso all’amata nipotina. L’indomani pomeriggio, nonna e nipote, salirono sulla seicento grigio scura e lentamente raggiunsero la collina del melograno. Scesero dall’auto, raggiunsero l’albero di melograno e stettero, per alcuni minuti mano nella mano ad ammirare la valle. Sotto di loro un manto di rigogliose colture copriva il terreno: vigneti, uliveti, mandorleti, giganteschi alberi da fico e grandi piante di opuntia con i primi frutti colorati, tingevano la valle di verde trasmettendo un senso di serenità in chi guardava. Ad un tratto Laura si rivolse alla nonna.
Con il suo solito sorriso rassicurante Olga si rivolse alla nipote. Laura non disse nulla, asserì con il capo e le strinse forte la mano. Il giorno dopo il caldo era asfissiante, Laura rimase tutto il giorno in casa a leggere. Quel giorno le sembrò maledettamente interminabile. Alle diciotto in punto, nonna e nipote, si diressero al limoneto. Avvolte dal profumo della zagara camminarono per alcuni minuti in assoluto silenzio. Fu Laura a parlare per prima. Quello che tutti chiamavamo “il quadrato” altro non era, che uno spazio di terreno circondato da alberi di limoncello, con un tavolo e dei sedili in pietra. Per la sua posizione sopraelevata il quadrato era molto ventilato e quando soffiava il maestrale, le donne e gli uomini della masseria vi andavano a cercare un po’ di frescura. Entrambe sedettero su una delle panchine a guardare affascinate il sole che scivolava leggermente dietro la sottile e immaginaria linea dell’orizzonte. La donna, instintivamente, sistemò i bianchi capelli con entrambe le mani, chiuse gli occhi e portò indietro il capo, poi, lentamente, lo rialzò e sfoderò uno dei suoi sorrisi rassicuranti. I suoi soliti gesti prima di iniziare un racconto. < Nonno Alessandro inizio a raccontare dell’Iran parlandomi di un immenso altopiano centrale circondato da catene montuose, di deserti di roccia e di sabbia, di terreni aridi e di oasi dove scorrono modesti corsi e steppico i d’acqua che danno origine a laghi e paludi. Raccontava di giardini di tipo desertico: piante spinose, graminacee e con arbusti bassi con grandi boschi sui monti Zagros dove crescono querce, olmi e noci. Diveniva nostalgico quando ricordava i monti Elburz e la loro vegetazione particolarmente ricca con distese di frassini e faggi. Descriveva le città dell’Iran come i giardini dell’Eden; ovunque si trovavano alberi da frutto. Raccontava la bellezza dei roseti con una passione tale, che, se chiudevi gli occhi, immaginavi una grande quantità di boccioli coloratissimi e ne sentivi anche il profumo. Parlava sempre delle tante varietà di gelsomini che con il loro intenso profumo invadevano piacevolmente le città. Il tuo trisavolo e il tuo bisnonno rimasero in Iran un paio di anni. Quando tornarono non erano da soli: portarono con loro una giovane coppia e un bimbo di pochi mesi. In famiglia non accettarono subito i nuovi arrivati, ma bisnonno Matteo, incurante del pensiero degli altri parenti, sistemò la famigliola in un paio di camerette al piano terra della masseria. Azara e Nadir All Mokki con il piccolo Arad si ambientarono presto. Nadir lavorava nell’orto e nei ritagli di tempo intagliava il legno creando dei piccoli capolavori. Azara durante il giorno era impegnata nella pulizia della casa e nel pomeriggio si dedicava ai lavori di ricamo e di tessitura. Era molto brava e le signore della ricca borghesia le commissionavano tappeti, cuscini e arazzi, dandole così la possibilità di guadagnare qualche soldo extra. Dopo alcune settimane dal loro ritorno dall’Iran, mentre il sole iniziava a tramontare tingendo il cielo d’arancio e di viola, nonno Matteo, mio padre e Nadir montarono sul calesse e si diressero verso i terreni della grande valle. Salirono la collina, scesero dal calesse e rimasero immobili con lo sguardo perso nel cielo finché il sole non sparì dietro i monti. Nadir con una vanga scavò una piccola buca. Poi, mio padre tirò da un sacchetto di tela grezza due melograni essiccati che avevano perso il colore rosso rubino ed ora erano simili all’ambra del Chiapas. Quando tutti gli arilli furono nella buca, Nadir la ricoprì con la nera terra e il bisnonno infilò nel terreno un ramoscello di melograno alquanto rinsecchito dicendo. I risalirono sul calesse, scesero dalla collina e ritornarono alla masseria mentre le ombre della sera coprivano la valle. Nadir tutti i giorni, dopo il tramonto del sole, sul dorso di una mula, si recava sulla collina portando con se una “lancedda” piena d’acqua per innaffiare gli arilli che avevano sotterrato. Così fece, giorno dopo giorno, finché non giunsero le prime piogge. Il nonno non andò per tutto l’inverno alla collina, vi tornò in primavera, quando le giornate iniziavano ad essere più tiepide. Gli alberi erano tutti in fiore ed i primi girasoli crescendo coloravano di giallo i perimetri degli orti. Le spighe lentamente crescevano imbiondendosi. Le immense distese di sulla si coloravano di tantissimi fiori e si popolavano di centinaia di api. I fiori di campo spuntavano lungo i bordi delle strade colorando il grigio del basolato. Il grande cortile della masseria era pieno di rose, narcisi e fresie che spandevano profumi inebrianti. Mio padre narrava del risveglio della primavera e dei profumi della natura e di come entravano nelle narici di suo padre risvegliando in lui remote emozioni di viaggio. Quel giorno di primavera, il tuo trisavolo, tornò dalla collina euforico, esultante come un bimbo che ha cavalcato per la prima volta la giumenta di famiglia. Girava per la casa canticchiando.

Il suono di un clacson distolse Laura dai ricordi. Ai piedi della collina vi era un trattore ed un uomo di mezza età che con entrambe le braccia alzate la stava salutando. Laura guardò il melograno ancora una volta, poi iniziò a scendere lentamente la collina.
L’uomo del trattore le veniva incontro sfoggiando un sorriso familiare. Gasparino, era il figlio di una coppia di contadini che negli anni cinquanta aveva iniziato a lavorare alla masseria; lì era cresciuto e dopo la partenza di Arad per l’America, aveva preso le redini della masseria. Laura, salì in auto e andò direttamente allo studio del notaio Malatesta.
Lo studio del notaio era rimasto uguale a come lo ricordava. L’arredamento scuro e severo le mise un po’ di soggezione. Il caldo sorriso della signora Concetta l’accolse con affetto. Laura entrò nello studio privato del dottor Malatesta, e per un attimo tornò nel passato. L’ambiente era identico allo studio di suo padre dove non era più entrata, non per sua volontà, ma perché nonna Olga, dopo la morte del figlio ne aveva interdetto a tutti l’ingresso.
Il notaio si risaettò sulla grande poltrona di pelle marrone scuro, poi, con un colpetto di tosse, si schiarì la voce. Il notaio sorrise a Laura, prese dalla scrivania una grossa busta bianca un po’ ingiallita, scostò la poltrona e si alzò. Laura si alzò con calma, cercando di nascondere la sua ansia e si andò a sedere sul divano di pelle color vinaccia chiaro. Così dicendo le porse la busta.
Senza dire nulla, Laura l’aprì, tirò fuori il contenuto che poggiò sul
tavolo basso accanto al divano. Laura fissava il contenuto della busta senza dire una parola e la sua attenzione fu attratta da una busta azzurra. La prese e lesse il mittente ed il destinatario: era indirizzata alla nonna e il mittente era un certo Nadir All Mokki, Remsen St. 1005 Brooklyn, NY USA. Tirò fuori il foglio, lesse attentamente e quando ebbe finito guardò il notaio.
Laura non era meravigliata, sapeva quanto nonna Olga fosse legata ad Arad ed ai suoi genitori, li aveva sempre considerati la sua famiglia.
< Giuste osservazioni. Era desiderio del tuo bisnonno Alessandro donare in vita la collina con il melograno ed un appezzamento di terreno con uliveto e mandorleto a Nadir, ma lui non acconsentì mai ad andare da un notaio ed era solito ripetere Dopo la disgrazia dei tuoi genitori, tua nonna, un giorno mi telefonò e mi disse che voleva onorare il desiderio di suo padre: voleva donare la collina ed il terreno sottostante ad Arad. Mi misi subito in contatto con lui e gli comunicai le intenzioni di Olga. Purtroppo non ebbi nessuna approvazione da Arad, non voleva nulla. Trascorsero alcuni anni e gli unici contatti con lui furono lo scambio di auguri per Natale. Un giorno di alcuni anni fa, con mia grande sorpresa, mi telefonò e mi chiese di comprarti una casetta in città e di non dire nulla ad Olga. Per me fu impossibile nascondere la verità a tua nonna, così dopo giorni di discussioni con entrambi, lei acconsentì all’acquisto di una casa e mi collaborò. In quel periodo eri minorenne e l’immobile venne intestato a tua nonna. Se guardi bene nella busta trovi documenti. Hai altre cose da chiedermi?> Laura era un pò frastornata, non riusciva a parlare.
Troppe verità in pochi minuti. Rimase per alcuni minuti seduta con lo sguardo fisso sulla libreria, poi si schiarì la voce con un colpetto di tosse. Il notaio la guardò con un’espressione tra il compiaciuto e l’incerto.
Laura uscì dallo studio del notaio sorridendo, sentiva di avere preso una saggia decisione. Salì sull’auto e si diresse alla masseria.
Varcato il cancello vide Gasparino e la moglie nell’orto che raccoglievano pomodorini. Fece appena in tempo a scendere dall’auto che le robuste braccia di Rosa la strinsero in un caloroso e forte abbraccio. La voce squillante e gioiosa di Rosa che dava il benvenuto a Laura vibrò nell’aria.

Aveva deciso di rimanere un paio di giorni, giusto il tempo di organizzarsi con il notaio e di andare al cimitero per portare un fiore ai suoi cari defunti. La sera arrivò presto alla masseria. La stanchezza e le emozioni della giornata costrinsero Laura ad andare a letto presto. Il mattino dopo, quando si svegliò, ebbe un solo pensiero, parlare con il notaio. Alle nove e trenta lo chiamò allo studio.
Laura trascorse la giornata con Rosa e Gasparino che la coccolarono come quando era bimba.
Quei due giorni furono un toccasana per il suo fisico e per il suo spirito. Durante la notte, nella sua camera una grande nostalgia le strinse il cuore e promise a se stessa che non sarebbe più rimasta lontana dalla masseria per tanto tempo. Quella era la sua casa, lì erano i suoi ricordi, i suoi affetti e lì era il grande melograno. Il mattino dopo decise di ripartire subito dopo aver fatto colazione, salutò Rosa e Gasparino e promise loro che sarebbe tornata presto. Percorse la strada della collina, quella che l’avrebbe portata alla statale, alzò gli occhi e guardò l’albero del melograno fiorito, era splendido. Laura ebbe un sussulto, per un attimo le sembrò di vedere nonna Olga che con un grande sorriso e con entrambe le mani la salutava. Le sorse spontaneo un sorriso e parlò a voce alta.

Betty Scaglione Cimò