Un romanzo breve, antropologico, identitario, calabrese… “Figlia della terra” di Teresa Cuparo | Recensione di Andrea Giostra

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Quando leggo un libro, un romanzo, dei racconti, qualche volta, seppur raramente, delle poesie, quello che mi interessa prioritariamente è la scrittura. Sono d’accordo e condivido quello che disse su questo tema Charles Bukowski: «Non mi preoccupo di cosa sia o meno una poesia, di cosa sia un romanzo. Li scrivo e basta… i casi sono due: o funzionano o non funzionano. Non sono preoccupato con: “Questa è una poesia, questo è un romanzo, questa è una scarpa, questo è un guanto”. Lo butto giù e questo è quanto. Io la penso così.» (Ben Pleasants, The Free Press Symposium: Conversations with Charles Bukowski, “Los Angeles Free Press”, October 31-November 6, 1975, pp. 14-16).

Quando inizio a legge un nuovo libro tutto questo lo capisco dalle prime 10, 15, massimo 20 pagine. Se quella scrittura funziona, continuo la lettura, se non funziona, chiudo quel libro per non riaprirlo mai più. A Palermo abito a poco più di 100 metri da La Feltrinelli dove ho la possibilità, prendendo un buon caffè o sorseggiando un tè, di leggere le prime pagine delle novità editoriali per decidere se comprare un nuovo libro oppure no. Su 10 libri “novità” di cui leggo le prime pagine, la scrittura di 9 – dal mio punto di vista! – “non funziona”, come direbbe Bukowski. La scrittura del romanzo breve di Teresa Cuparo, invece, funziona, e funziona molto bene perché è potente ed empatica al contempo. Tutto questo si capisce dalle prime pagine del suo libro, dal primo e dal secondo capitolo dove scrive della nonna morente, nel quale c’è lo stringersi le mani, un imprevedibile e improvviso scambio di sguardi nel quale Teresa nonna si rivolge alla nipote dicendole le sue ultime parole: «Tu chini si’? Tu si’ chira si chjiama cumi mia? Cum’ a terra?». Ecco, questo tipo di narrazione mi costringe ad associare tutta una serie di vissuti e di emozioni che mi appartengono, che sono personali, che ho vissuto nel mio passato e che vengono improvvisamente recuperati per associazione da quella lettura. È da questo che capisco che quello “scrivere” ha la sua potenza emozionale. Le emozioni che provo, che riemergono dai miei ricordi sepolti, che si scatenano dalla quella lettura non sono di chi ha scritto quel testo, ma sono le mie, e da questo punto di vista quel libro, da quel momento in poi, non appartiene più a chi lo ha scritto ma a chi lo sta leggendo, quindi adesso a me.

Questa è un’altra grande qualità della scrittrice Teresa Cuparo: la capacità di innescare nel suo lettore, con la sua scrittura, emozioni potenti. Questa capacità è un talento innato, il talento per la scrittura, il talento di riuscire a catturare l’attenzione emozionale del lettore. Ed è un talento che possiedi o che non possiedi: puoi partecipare a tutti i corsi di scrittura creativa del mondo, ma se non hai questo talento non riuscirai mai a catturare emozionalmente il lettore che legge i tuoi scritti.

Infine la storia è l’altro elemento che entra in gioco. E quella di Cuparo è una storia meridionale, di terroni – come amo definirmi orgogliosamente! – dove entra prepotente il tema dell’identità che viene recuperata, il tema dell’appartenenza familiare e alla propria comunità. Non a caso, in dialetto siciliano, quando si conosce una nuova persona si dice sempre: “a cu’ appartieni” (a chi appartieni), che vuol dire qual è la tua famiglia, chi sono i tuoi genitori, i tuoi nonni, i tuoi zii, la famiglia allargata insomma, che ha la sua storia e quindi la sua identità sociale che tutti, in quella comunità, conoscono e riconoscono. E lì sta la tua affidabilità o la tua inaffidabilità, che è quella della tua famiglia e della sua storia all’interno di quel contesto sociale e relazionale, quello del tuo paese, della comunità di appartenenza dove si trovano le tue origini e le tue radici. Anche questo elemento identitario viene recuperato con forza nel romanzo di Teresa, dove c’è il lascito della storia di nonna Teresa alla nipote che porta lo stesso nome, il nome della terra. È un nome che porta con sé la sua storia, la storia di Teresa nonna costruita durante tutta la sua vita all’interno della sua comunità, dove tutti sanno tutto di tutti. Una storia identitaria che adesso, dopo l’ultimo respiro della nonna, appartiene alla nipote Teresa che dovrà custodirla, farla propria, e magari raccontarla in un libro perché quella “memoria” diventi immortale.

Tutti questi elementi sono straordinariamente rappresentati nel romanzo di Teresa Cuparo, con una scrittura apparentemente semplice, di una semplicità che racconta una complessità di contenuti importanti che vengono recuperati e che andrebbero proposti nelle scuole calabresi e non solo, proprio perché è una storia ricca di oggetti identitari, culturali, di costume, di tradizioni millenarie calabresi e, perché no?, meridionali, che la pseudo-letteratura contemporanea di “successo” ignora e trascura colpevolmente dedicandosi quasi esclusivamente alle stesse “minestre” riscaldate a ogni piè sospinto.

Una pseudo-letteratura nella quale tutti parlano e scrivono di commissari, di ispettori, di procuratori, di avvocati, di detective, insomma, sono sempre le stesse “favole” proposte e riproposte all’infinito nello stesso identico modo, omologate secondo standard definiti da non si sa chi, in una sorta di omogeneizzazione nella quale puoi mischiare, come in un mazzo di carte siciliane, le “storie” e gli “autori” proprio perché la “scrittura” e gli “scrittori” sono intercambiabili e non si riconosce chi ha scritto che cosa. Un “filone” narrativo che ha avuto in Andrea Camilleri il suo precursore. Camilleri che con le storie del commissario Montalbano ha saputo varcare i confini italici ed essere tradotto in quasi tutti i paesi del mondo. Un filone letterario che oggi non ha degni eredi seppur in centinaia e forse in migliaia cercano con tutti i sotterfugi possibili si accaparrarsi il “posto” che fu del grande scrittore di Porto Empedocle. Ma questa è un’altra storia!

Mentre invece gli editori importanti di questo Paese, i mass media, i divulgatori di cultura dovrebbero privilegiare storie come quella di Teresa Cuparo dove emerge con forza la nostra matrice culturale, quella giudaico-cristiana che, volente o nolente, ci appartiene da secoli e secoli, che rappresenta le nostre origini, le nostre battaglie, la nostra identità, il nostro modo di vivere le relazioni e la vita di comunità. Una storia, quella di “Figlia della terra”, che dovrebbe essere utilizzata per proporre simposi, dibattiti, confronti che ci riportano con i piedi per terra, sulla nostra terra, quella delle origini, delle radici, delle identità, che ti fanno capire chi sei, da dove vieni, dove sei e dove stai andando.

Ma forse tutto questo oggi, per chi detiene il potere della cultura del nostro Paese, è anacronistico? Speculativo? Innesca riflessioni inopportune? Pericolose? A voi lettori la risposta…

 

EMIA online – Presentazione libro FIGLIA DELLA TERRA:

Teresa Cuparo

https://www.facebook.com/teresa.cuparo

Teresa Cuparo

Il libro:

Teresa Cuparo, “Figlia della terra”, EMIA ed., Morlupo, 2019

https://www.rianoimpreseriunite.it/?s=figlia+della+terra

Teresa Cuparo, “Figlia della terra”, EMIA ed., Morlupo, 2019

Andrea Giostra

https://www.facebook.com/andreagiostrafilm/

https://andreagiostrafilm.blogspot.it

https://www.youtube.com/channel/UCJvCBdZmn_o9bWQA1IuD0Pg

Andrea Giostra