La Fossa della Garofala: la vallata dei re normanni sommersa dal cemento | di Giusy Pellegrino

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Una delle prime testimonianze che fanno riferimento alla fossa della Garofala è un diploma regio datato 1166 di Guglielmo II: era uno splendido parco normanno denominato “Giardino della Milza” dal toponimo arabo Miuze, ricco di alberi da frutto irrigati dal fiume Kemonia. Questo immenso giardino si estendeva dal Parco (oggi Altofonte) fino a Monreale ma, dopo la fine del periodo Normanno-Svevo, venne frazionato in lotti messi in vendita. Una parte consistente di questi appezzamenti si estendeva, secondo gli studi di Giulia Sommariva, tra la via Brasa (l’attuale via Ernesto Basile) e la strada dei Porrazzi (l’attuale corso Pisani), fu venduta, alla fine del Quattrocento, al mercante palermitano Onorio Garofalo e, a ridosso della spianata dei Porazzi, intorno al XVIII secolo, furono edificate le prime abitazioni che componevano il nucleo originario del Borgo Santa Teresa.

La fossa della Garofala, nell’arco dei secoli, ebbe numerosi proprietari, tra cui Giuseppe Riggio Principe d’Aci che, nel 1801, “prende in enfiteusi parte di queste fertilissime terre” in cui vi realizzò una “moderna stazione sperimentale di agraria con colture di ogni tipo, pascoli e boschi”.

L’azienda agricola del principe d’Aci fu considerata come un modello da seguire: fornita di un campo sperimentale, che si avvaleva dei più moderni metodi agrari esportati dalla Francia e dalla Gran Bretagna, presentava un complesso sistema idrico con enormi vasche e pompe idrovore che irrigavano rigogliosi alberi da frutto, ortaggi, legumi e altre specie vegetali che, all’interno dell’azienda, trovavano terreno e clima ideale. Vi si svolgeva una fiorente attività enologica che sfruttava vitigni locali per la produzione di vini pregiati seguendo i metodi del francese Jean Antoine Chaptal.

Una parte della riserva fu lasciata selvatica per il ripopolamento faunistico: memore dell’antico genoardo normanno destinato a oasi per l’attività venatoria, vi fece costruire una casina di caccia di forma quadrangolare su due piani, decorata con merlature ghibelline e fornita di una torretta di avvistamento della selvaggina.

La stazione agricola del principe d’Aci ebbe vita breve per la morte, durante la rivolta del 1820, di Giuseppe Riggio (il corpo fu decapitato e la testa portata in “trofeo” dai rivoltosi al grido di “libertà”) e gli eredi, non potendo più mantenere l’azienda, la vendettero insieme alle due casine. Una di queste, il “castelletto”, attribuito erroneamente al principe, fu acquistato nel 1841 da Girolamo Lupo che gli ridiede lustro neogotico. Della casina di caccia sita nella parte più interna della fossa non si sa più nulla mentre il castelletto versa in un grave stato di abbandono e degrado, con una facciata pericolante e appositi sigilli e la sua antica bellezza e particolarità è offuscato dal cemento che lo circonda.

Giusy Pellegrino

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Laureata triennale in scienze storiche, nel 2017 si specializza col massimo dei voti in studi storici, antropologici e geografici con una tesi di storia medievale locale dal titolo "la spiritualità femminile nel XV secolo: l'esempio di Eustochia Calafato e il Monastero di Montevergini di Messina". Allieva dei docenti più illustri della facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Palermo tra cui possiamo annoverare Salvatore Fodale, Pietro Corrao, Patrizia Sardina, Maria Concetta di Natale e Daniela Santoro relatrice ed esempio importante per la sua formazione storica. Nel 2012 inizia il suo percorso in ambito turistico con l'acquisizione della qualifica di organizzatore di itinerari storico, artistici e culturali che la porta a svolgere un periodo di stage presso l'ex ufficio turistico della Provincia di Palermo e, nel 2019, acquisisce la qualifica di tecnico dell'accoglienza turistica. Nel 2018 inizia la sua collaborazione con l'ente di formazione Palermo Corsi dove insegna Storia e tradizioni di Palermo e, nello stesso anno, prende avvio la sua esperienza attiva in campo turistico con l' ASSOCIAZIONE TURISTICO-CULTURALE ITINER'ARS che da anni, attraverso importanti e proficui progetti, fa amare e conoscere le bellezze della nostra città, con particolare riguardo al Complesso del Gesù meglio noto come "Casa Professa", massimo esempio del barocco palermitano, e della Chiesa di Santa Maria degli Angeli detta la "Gancia". Attualmente è impegnata nella stesura di un saggio che verrà pubblicato in un libro scritto in collaborazione con i più importanti teologi gesuiti, progetto realizzato dal rettore di Casa Professa padre Walter Bottaccio Sj. Il suo motto è "la storia non va semplicemente scritta o letta ma vissuta".