Daniela Trevisan, scrittrice, attrice, doppiatrice, ex docente della Scuola Pubblica | INTERVISTA

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«Leggere il mio ultimo romanzo è un po’ come mettersi a guardare un film sul grande schermo, la struttura narrativa è molto cinematografica, trasuda recitazione in cui la messa in scena dei vissuti diventa un viatico a tratti terapeutico» (Daniela Trevisan)

Daniela Trevisan

Ciao Daniela, benvenuta e grazie per aver accettato il nostro invito. Come ti vuoi presentare ai nostri lettori? Chi è Daniela attrice, scrittrice e docente?

Vorrei iniziare in media res citando la grande Anna Magnani: «Ho capito che ero nata attrice. Avevo solo deciso di diventarlo nella culla, tra una lacrima di troppo e una carezza di meno.» Mi riconosco in questa frase perché la recitazione vive in me, ricordo che, fin da piccola, ho sempre amato guardare tanti film, immedesimandomi nelle storie dei personaggi e delle protagoniste, avevo già un’indole romantica e sognavo di diventare un’attrice. Il mio “gioco” preferito era quello di esibirmi davanti alle mie amiche, riproponendo qualche sequenza dei film che mi erano particolarmente piaciuti. Loro mi guardavano, mi applaudivano e, il più delle volte, mi chiedevano di ripetere la parte che avevo messo in scena.

Come spesso capita, anch’io ho incontrato una maestra delle scuole elementari che è stata la mia prima mentore. La Maestra Giuseppina mi ha fatto appassionare ancora di più alla recitazione; ci proponeva spesso la visione di film, spiegandoci l’arte del cinema, aveva un’attrice preferita: Sophia Loren, e quando proiettava i suoi film iniziava a parlare di lei con passione, i suoi occhi si illuminavano; mi sembra ancora di vedere il suo sguardo radioso e pieno di energia, io ne ero rapita e in me prendeva sempre più forza la passione per la recitazione. Vi rivelo un piccolo segreto: il cognome della Maestra Giuseppina era Scicolone… sì, lei era proprio la zia di Sophia Loren!

La vita, invece, mi ha portata a insegnare, ma non ho mai smesso di coltivare in me il desiderio di diventare un’attrice.

Gli anni dell’insegnamento li ho vissuti sempre con grande dedizione, mi sono spesa molto, soprattutto per dare supporto ai bambini in difficoltà, in particolare quelli che non avevano un aiuto in famiglia e arrancavano nell’apprendimento. Mi sono dedicata allo studio e a formarmi per sviluppare una didattica efficace per le forme di fragilità di apprendimento; mi sono specializzata nell’insegnamento ai non vedenti, ai non udenti e agli alunni psicofisici, conseguendo anche un titolo di Alta Formazione universitaria, che mi è stato molto utile negli ultimi dieci anni di carriera quando ho avuto l’incarico della gestione complessiva del mio Istituto Statale Scolastico, dove mi sono occupata del coordinamento generale dei docenti.

Sono felice di aver vinto molte sfide, grazie alla mia tenacia e alla mia caparbietà, infatti sono riuscita a far leggere e scrivere bambini per i quali si era detto che non avrebbero mai potuto imparare a farlo. Quando i piccoli riuscivano a sillabare, a leggere parole e poi frasi, per me era la rinascita di quell’alunno e stargli accanto era un onore. Nel corso del mio lavoro, ho affrontato e vinto battaglie molto ardue e mi sono scontrata sia con alcune logopediste sia con colleghi ai quali mancava una visione, anzi la “visione” sui prerequisiti e sugli strumenti da mettere in gioco per permettere ad ogni alunno di raggiungere una competenza specifica. Mi sono sempre battuta per il rispetto dell’art. 34 della Costituzione, perché penso che tutti i bambini abbiano diritto allo studio e a ricevere una formazione commisurata e calibrata sulle loro effettive abilità.

Questa è stata la traiettoria che ha sempre nutrito l’anima del mio percorso di docente.

Stare sempre dalla parte degli alunni, non soltanto nei passaggi tecnici della letto-scrittura, mi ha resa sempre più forte e consapevole dell’importanza dell’insegnamento-apprendimento, mi sono sempre sforzata di far comprendere quanto un’insegnante possa incrementare l’autostima nell’alunno infondendogli fiducia e stringendo un patto di alleanza educativa con la Famiglia. Ho anche incrociato colleghi con cui ho condiviso la medesima spinta professionale, e li ringrazio ancora per aver creduto, con me, nelle potenzialità di ciascun alunno e nella possibilità di poter far emergere il talento; con fatica e convinzione nel saper leggere dentro le cose, selezionando bene le informazioni per capire cosa sia veramente utile, funzionale, per sviluppare risorse, per ampliare la conoscenza di se stessi e per la risoluzione di un problema; con il supporto di questi colleghi ho diffuso la normativa scolastica affinché fosse applicata e non disattesa, insomma, mi sono prodigata perché la Scuola funzionasse nei principi costituzionali e pedagogici.

Poi la mia passione attoriale ha prevalso, così ho lasciato definitivamente l’insegnamento e ho iniziato a investire tempo e risorse nella formazione cinematografica e teatrale.

Da subito ho preferito allontanarmi dall’interpretare personaggi che ricalcano la mia personalità, perché mi piace conoscere e indagare parti inedite di me. Mi viene in mente quello che dice Alice Munro nel suo libro Chi ti credi di essere? «Quando li recitava, non si immaginava di essere un’attrice che interpreta Lady Macbeth in scena. Immaginava proprio di essere lei, di essere Lady Macbeth.» Sì, mi piace soprattutto superare i miei difetti, le mie paure, le mie insicurezze perché ritengo che scoprire sé stessi e i propri limiti sia un’occasione da non perdere, una promessa di evoluzione. Però per riuscire in questo intento ci vuole una grande dose di autoironia, solo così, a mio avviso, si possono superare gli ostacoli. L’attraversamento delle ombre e della luce ci consegna emozioni travolgenti che ci dipingono il cuore.

L’attore, tuttavia, porta con sé la propria vita, pertanto è importante imparare ad usare le emozioni come uno strumento utile a creare passione, funzionale a superare le eventuali opposizioni presenti all’interno del copione. Tutto questo implica l’intima conoscenza di sé stessi e il sapere analizzare la sceneggiatura affinché l’interpretazione scenica risulti una vera e propria processualità dell’inconscio.

Risolutiva è la capacità di utilizzare le avversità per superarle e quindi vincere! Solo attraverso la liberazione di sentimenti pulsanti si può apportare intensità all’interpretazione.

Nella mia vita ho superato molte avversità, molte sfide e questo mi ha arricchita di forza di volontà e di controllo delle incertezze che mi sono ritrovata a fronteggiare, arginare, sanare. Ed è proprio da tutto ciò che, in seguito, mi sono determinata a vivere il piacere di spendere al meglio il mio tempo di vita. In pratica, trionfare sulle avversità ha significato imparare a danzare in una dinamica che apre al tutto possibile e al tutto realizzabile. Ho imparato che se desidero una cosa vado a prendermela e nell’inseguirla, più mi avvicino e più riesco a tenere alta la mia autostima.

In sintesi, sono legata a tutti quei personaggi che sono mossi dalla scoperta del come superare le avversità con ironia e forza di volontà. Se devo citare qualche esempio, beh, sono legata a due splendide attrici: Monica Vitti e Mariangela Melato, forse perché tra le tinte del loro temperamento mi riconosco.

Daniela Trevisan a Milano con modelle Special Queens

…chi è invece Daniela nella sua quotidianità, al di fuori dal lavoro e dalla sua passione per la scrittura e la recitazione?

Innanzitutto è una Daniela che ha avuto una formazione familiare molto severa. Nella mia famiglia di origine si è data molta importanza all’educazione e alla formazione intesa come partecipazione al miglioramento del tessuto sociale, con forza morale e spirituale. Questo è l’imprinting di base che ha determinato il mio forte senso di responsabilità e di attenzione per rendere il mio mondo – il mondo nel senso più ampio – accogliente e inclusivo della diversità in tutte le sue forme. A casa, il pregiudizio era già un giudizio che non andava percorso. I principi erano quelli di verificare sempre quanto mi venisse detto, da chiunque. Mio padre era un Militare, amava le regole, l’ordine e la disciplina e, io, la primogenita, dovevo essere un modello per i miei fratelli; mio padre pretendeva parecchio da me. Mia madre era una donna estremamente religiosa, profonda e caparbia.

Ho frequentato sia la scuola privata dalle suore (a Roma) sia quella pubblica (ad Anagni e a Padova) e ho imparato soprattutto ad arricchirmi di conoscenza, la mia costante sete di sapere l’ho declinata con l’onestà intellettuale e ho sviluppato un’attitudine ad avere una prospettiva sempre più ampia delle cose e del mondo.

Sono sempre stata una bambina curiosa di comprendere un po’ tutto ma anche molto riflessiva.

Il mio mito d’infanzia è stata Anna Frank, un cuore limpido e aperto. Proprio con lei mi sono confrontata nei momenti di scoramento; mi ha insegnato più lei, con la sua scrittura e i suoi sentimenti nobili che tante persone che mi erano vicine e si occupavano di pedagogia. Il tema della Shoah è un tema ricorrente, ritorna perentorio nei miei pensieri adulti, l’ho affrontato anche nel mio romanzo Il campo di girasoli, perché sono fermamente convinta che non bisogna mai abbassare la guardia; oggi più che mai, a livello sociale, bisogna rafforzare la Memoria di quello che apparentemente sembra un passato lontano, affinché non s’incorra più nella barbarie. Il salto nel male è sempre più breve e facile ai nostri giorni in cui la mediocrità, intesa come superficialità del sentire, sta diventando sempre più marcata per molte cause che non approfondisco qui, ma che in tanti temiamo, molto.

Oggi, Daniela si è alleggerita del compito educativo, ed è fiera di quello che è riuscita a fare, pur nelle ostilità. Oggi mi sento finalmente libera di occuparmi di me, di brillare di me stessa, delle mie corde espresse e da esprimersi, senza temere più il giudizio degli altri come lo è stato in passato, specie in alcuni frangenti professionali; sono consapevole, purtroppo, che l’invidia resti un sentimento del mondo e che sia per lo più mosso da parte di chi vorrebbe essere ciò che non ha il coraggio di osare di sé.

Esprimo sempre ciò che penso, assumendomi fino in fondo le mie responsabilità.

Sono stata segnata da due tentate violenze, subite in adolescenza, sono due pagine dolorose del mio vissuto che hanno condizionato alcune scelte professionali e hanno dato una sterzata alla mia professione. Come racconto nel mio ultimo romanzo – Sulla strada del vento -, sono state proprio queste due prove tremende che mi hanno fatto abbandonare l’idea di seguire il percorso attoriale scegliendo l’insegnamento, anche se devo riconoscere che è stata una decisione presa per raccordarmi alla mia famiglia che ovviamente non lo riteneva idoneo per me e, sicuramente, non vedeva per me un futuro da attrice.

Ma ringrazio quella forza che ha alimentato il mio “fare” sempre del mio meglio con consapevolezza, perché posso dire di aver lottato con coscienza per implementare valori umani, e sento che mi riecheggia dentro quella dignità che desideravo coltivare in me sin da piccola e che proteggo da sempre, una fiamma che certo non è mai stato “calore di fiamma lontana” di foscoliana memoria.

Attualmente sono una donna che ama mantenere relazioni significative, leggere saggistica, romanzi e racconti, ascoltare musica, stare immersa nella Natura appena ne ha l’occasione.

Mi piacciono soprattutto le attività artistiche di ogni tipo perché stimolano i miei neuroni sempre in movimento. Fin dai tempi in cui studiavo mi sono appassionata ai grandi artisti disabili come Toulouse-Lautrec artista eclettico e innovativo, genio assoluto, affetto da nanismo che ha trovato conforto nella pittura e ha dipinto la propria disabilità trasformando la sofferenza in arte e poi lei: la magnifica Frida Kahlo, affetta da spina bifida, una donna che incarna la forza e il coraggio e che ha fatto del coraggio di osare l’emblema di uno stile innovativo, sovvertendo tutti gli stereotipi e i pregiudizi che vogliono le donne artiste relegate ai margini della storia dell’arte. Conoscere la storia di questi artisti ha suscitato in me un profondo interesse nei confronti della loro energica personalità. Ho tentato sempre e tento ancora di diventare una persona versatile.

Qual è la tua formazione professionale, artistica e letteraria?

Ho intrapreso la mia formazione artistica partendo dall’Accademia “Professione Artista” a Roma, un percorso che è stato stimolante e fondamentale per il mio ritorno all’antica passione: la recitazione. Se sono riuscita a far rivivere quella passione ardente che tenevo custodita in me lo devo ai miei vari Maestri casting director, ai quali sono molto grata. Ne ho incrociati tanti fino ad oggi, ma uno in particolare lo porto nel cuore: il regista Alessandro Pondi, che stimo moltissimo per la sua capacità di ascoltare in modo attivo e di valorizzare chiunque scelga il mestiere dell’attore, ha una sensibilità speciale, apprezzo moltissimo anche la sua attitudine a interpretare positivamente la vita e a sceneggiarla con quella leggerezza che connota la commedia all’italiana. Un ruolo determinante ha avuto anche il mio Maestro prossimale Vittorio Attene – diplomato all’Accademia Silvio d’Amico di Roma, attore, regista e formatore – è lui che mi ha seguita con entusiasmo sia individualmente sia in gruppo e mi ha insegnato a stare in costante collegamento con gli obiettivi di scena e in linea generale a rapportarmi con il compito davanti la camera. Non finirò mai di ringraziarlo. Proprio lo scorso anno, nell’Associazione Culturale FANTALICA di Padova, con gli allievi dell’ultimo anno, sempre grazie al Maestro Vittorio Attene, abbiamo realizzato e inviato al Concorso PLURIART il corto Al posto vostro, premiato per la valorizzazione della città di Padova.

Dopo Roma, grande vetrina cinematografica, e un master specifico, ho frequentato negli anni tutti i corsi progressivi cinematografici nella mia città: Padova. Lo scorso anno ho seguito un corso teatrale tenuto dal Maestro Gaetano Rampin, un’ulteriore occasione di crescita professionale. Il Maestro Gaetano Rampin è stato un uomo di grande spessore e un grande Maestro di scena del Teatro Veneto, ci manca moltissimo (ndr il Maestro Rampin è mancato per covid-19 la notte di Natale 2020) e il mondo dell’arte ha perso con lui un pezzo di vera storia artistica.

Posso dire che la mia formazione sia continua. Penso che ci siano sempre nuove frontiere da esplorare, la mia è una ricerca continua.

La formazione letteraria invece spazia ovunque, perché ho sempre letto molto fin da quando ero sui banchi di scuola: saggi, opere di grandi autori, le cosiddette “pietre miliari”, che poi ho ritrovato come punti di riferimento nei corsi di specializzazione all’insegnamento. Tra tutti vorrei citarne alcuni che ho approfondito e che per me sono stati fortemente formativi. Ho apprezzato moltissimo Psichiatria psicoanalitica di Elisabeth Zetzel e La conoscenza della conoscenza di Edgar Morin, autore che mi ha sempre affascinata; la sua visione del futuro si è rivelata premonitrice se pensiamo alla situazione di incertezza che stiamo vivendo oggi! Anche Daniel Goleman è stato fonte di curiosità con L’intelligenza emotiva. Insomma, mi sono nutrita di psicologia e pedagogia per poi familiarizzare anche con le neuroscienze, un argomento che mi affascina; ho letto molti articoli di riviste specifiche e anche la letteratura scientifica internazionale di rilievo. Un testo illuminante? L’uomo che scambiò la moglie per un cappello di Oliver Sacks, grazie all’abilità dell’autore che ha romanzato e resi discorsivi contenuti scientifici, questi risultano perfettamente comprensibili anche ai non addetti ai lavori. Un altro libro che va letto e che porto nel cuore è Elogio all’imperfezione di Rosa Levi Montalcini, la scienziata mette in evidenza come progresso scientifico e intellettuale nascono nel momento in cui si riconoscono i propri errori: per capirli, studiarli, connetterli senza pudore al fine di risolverli.

Penso che appellarsi alla propria onestà, ammettendo di aver sbagliato, sia un chiaro indice di maturità, l’imperfezione, vista come tappa obbligata per raggiungere la meta, risulta una panoramica da inseguire perché ci fornisce la motivazione al miglioramento continuo. E, nel frattempo, durante queste considerazioni m’è tornato alla memoria anche il testo di Giacomo Rizzolatti Sei tu il mio io per l’importanza dei neuroni a specchio senza i quali gli esseri umani non sarebbero in grado di stabilire relazioni empatiche e interpersonali. Da adolescente portavo sotto il braccio, come una baguette, L’arte di amare uno dei saggi di Erich Fromm, ricordo che lo leggevo alle superiori insieme a Benedetto Croce, che i miei coetanei definivano “quello tosto”, io ero rapita dalla sua disamina tra “Struttura e Poesia” che mi ha ammaliata tanto come il pensare alla differenza che c’è tra razionalità ed emotività. Infine, molte letture di Massimo Recalcati che apprezzo per la sua capacità di portarti nel profondo della riflessione. È un po’ come ritrovare dentro di me la Natura: laghi, mari, oceani e alte cime dove posso inebriarmi di vita.

Daniela Trevisan, Miss Sorriso

Ci parli del tuo ultimo libro? Di cosa narra, senza ovviamente fare spoiler?

Sulla strada del vento (edito da CLEUP) è un libro che consegna ai lettori storie di uomini e di donne che riscoprono il proprio vento interiore. I miei personaggi sono persone che rinascono aprendosi alla meraviglia della vita, dopo aver attraversato varie avversità. Ho narrato i temi sociali di grande attualità partendo da una storia adolescenziale.

Il tutto si snoda attraverso il racconto della protagonista, voce narrante, che si fa speleologo nelle profondità della sua anima e riemerge rafforzata perché riesce a lasciarsi trasportare dal vento del proprio sentire che non inganna mai…

Ho cercato di restituire al lettore un testo scritto con uno stile semplice ma coinvolgente, in cui è possibile riconoscersi attivando le corde dell’umanità, della leggerezza e della riflessione.

Daniela Trevisan, Sulla strada del vento, 2020, CLEUP Editrice Padova

Chi sono i destinatari che hai immaginato mentre lo scrivervi?

L’ho immaginato per quegli adulti che faticano a dare eco alla progettualità in cui vorrebbero avventurarsi, ma nei quali prevale il timore del cambiamento. Progettualità e apertura al cambiamento, se attuati, possono veramente contribuire al benessere psicofisico.

Una domanda difficile Daniela: perché i nostri lettori dovrebbero comprare Sulla strada del vento? Prova a incuriosirli perché vadano in libreria o nei portali online per acquistarlo.

Perché leggere il mio ultimo romanzo è un po’ come mettersi a guardare un film sul grande schermo, la struttura narrativa è molto cinematografica, trasuda recitazione in cui la messa in scena dei vissuti diventa un viatico a tratti terapeutico, mi spiego: le storie che ho voluto rappresentare sono costruite attraverso un gioco di rimandi tra tecniche di scrittura e tecniche di recitazione, ho creato una sorta di drammaturgia delle esperienze e delle emozioni, avvolgendole in un’atmosfera il più possibile dolce e rasserenante, perché il messaggio di fondo, che ho affidato ai miei personaggi, è di incoraggiamento ad affrontare con fiducia i momenti di svolta interiore, quelli che arrivano per aiutarci a modificare la nostra vita.

Dal momento che riflettere ritengo sia basilare, attraverso le situazioni descritte, ho cercato, quindi, di rimanere molto vicina ai miei personaggi e li ho caratterizzati enfatizzando le loro azioni; ho voluto conferire alla loro personalità: profondità, intuito e forza emotiva, affidandomi a suggestioni che arrivano a scorrere sulla pelle del lettore e negli ingranaggi della mente. La mente, infatti, si organizza così per la processualità predisposta dal racconto e declina il suo affresco in visioni di personaggi, di luoghi, di profumi con intensità. Il testo contiene anche considerazioni che aiutano ad essere collegati a temi che richiedono coscienza sociale e costituzionale.

Nella tua attività letteraria hai pubblicato altri libri? Ci racconti quali sono, di cosa trattano e quale l’ispirazione che li ha generati?

Un altro romanzo, il primo, di genere pedagogico è stato Il campo di girasoli (edito da CLEUP). L’ho scritto quando ho deciso di lasciare l’insegnamento e l’istituzione scolastica, volevo lasciare una testimonianza sulla buona pratica del metodo per affiancare gli alunni, volevo trasmettere quanto un’adeguata relazione d’aiuto sia determinante al successo formativo dello studente.

Il romanzo è piaciuto molto, soprattutto alle famiglie e a quei docenti che hanno a cuore l’ambiente scolastico. È una narrazione intensa che si snoda attraverso la relazione tra un giornalista e un’anziana insegnante e che mantiene alti i livelli emotivi e motivazionali sia degli insegnanti sia dei genitori che hanno necessità di credere che la scuola sia un ascensore sociale per tutti.

Si tratta di una storia affascinante e allo stesso tempo umana e sensibile.

Il racconto è una raffigurazione vera e propria dell’insegnante, Donna Margherita, e del suo mondo costituito da un vissuto doloroso, lotte estenuanti e un immenso altruismo. Il panorama narrativo è intriso di messaggi forti che inducono, anche qui, ad ampie riflessioni. Nei vari approcci con gli alunni, l’insegnante mostra l’entusiasmo che ha per la vita stessa e la consapevolezza della responsabilità del ruolo che ricopre; emerge anche la sua conoscenza che poggia saldamente sulla convinzione di esercitare quella politica sociale costituzionale che contribuisce alla formazione di cittadini responsabili e attivi, ma soprattutto liberi. Questo suo pensiero, sotteso al tutto, appare come un fil rouge che la orienta in ogni scelta che lei attua con spirito di coscienza civile, sociale e culturale. Donna Margherita crede fermamente che ognuno possa contribuire in prima persona allo sviluppo democratico di un Paese e di un Popolo, attivando un’energia propulsiva che deve partire proprio da sé stessi. Uno tra i messaggi più alti e delicati, che ho tentato di consegnare ai lettori, è quello che gli insegnanti debbano avere piena coscienza dell’enorme potere che hanno nell’essere “Maestri di Vita”. Il testo non racconta soltanto di Scuola, tocca altri argomenti umano-valoriali, anche storici di grande sensibilità.

C’è qualcuno che vuoi ringraziare che ti ha aiutato a realizzare le opere letterarie? Se sì, chi sono queste persone e perché le ringrazi pubblicamente?

Per quanto riguarda Il campo di girasoli, il racconto è il risultato della mia esperienza scolastica e ringrazio tutte quelle figure professionali che hanno condiviso con me i percorsi didattico-formativi, adeguati alle singole situazioni, comprendendo la necessità sempre più pressante di personalizzare l’insegnamento.

Il romanzo Sulla strada del vento, invece, è nato dalla spinta – che sempre ho sentito – verso il continuo cambiamento, inseguendo il desiderio di miglioramento costante puntando sulla ricerca delle proprie individuali inclinazioni e sul come valorizzarle.

Questo processo avviene quando ci si mette nella prospettiva di conoscersi sul serio e per farlo è necessario mettersi alla prova, osando e attivando il coraggio di compiere quei passi per concretizzare ciò che vorresti fare.

Il talento è una processualità e ognuno di noi, allontanandosi dalla strada sempre percorsa e attuando scelte diverse, può scoprire nuove attitudini, occasioni in cui poter addestrare sé stesso a qualcosa che piace e che non credeva di saper fare. Iniziare a fare ciò che piace davvero porta alla scoperta delle limitazioni in cui siamo imbrigliati – magari perché siamo male orientati – e al superamento dei limiti stessi.

Insomma, ringrazio qui tutte le persone che hanno letto il racconto e si ritrovano al punto di svolta nel voler vivere e decidere diversamente di sé, perché la scoperta del possibile, del praticabile conduce a compiere azioni utili e consapevoli verso la bellezza che ci circonda, consci che accada soltanto per ciò che vogliamo vedere e ottenere! Ringrazio allora tutti coloro che attueranno questa trasformazione perché l’ammirazione della propria bellezza ci porta a proiettare verso l’esterno azioni sempre più positive per sé e per gli altri.

Tu sei anche un’attrice. Ci parli di questa parte artistica di te?

La speranza di poter vivere l’esperienza dell’attrice non mi ha mai abbandonata e, sebbene abbia svolto la professione di insegnante, come ho già detto, sono poi ritornata sui miei passi. Non posso chiedere alla Vita che questa diventi una vera e propria professione, ora come ora, ma creo i presupposti affinché si aprano possibilità di inserirmi in qualche altra situazione cinematografica, come è già accaduto in passato.

Attori validi ce ne sono ovunque, siamo in tanti a coltivare il desiderio della recitazione. Posso però affermare che tale desiderio l’ho sempre custodito con cura impegnandomi, ormai da sette anni, per migliorare le mie competenze tecnico-formative. Il cinema oggi propone temi di attualità, apporta soluzioni, compensazioni alle multidimensionalità umane dando loro realtà e dignità. Grazie alla sua funzione critica e divulgativa, il cinema trasmette contenuti e conoscenze, offrendo una ricostituzione dell’equilibrio psico-sociale di cui c’è sempre bisogno e dunque ricomposizioni creative e ricche sotto il profilo catartico. Questa finalità del cinema mi piace troppo, perché coniuga cultura e assestamenti sociali.

I modelli a cui mi ispiro sono sostanzialmente quelli umani, quelli in cui la fragilità risulta il punto di forza e in cui la speranza di oltrepassare il guado si fortifica sempre più. Amo la sensibilità e tutte le strategie per mantenerla ancorata all’umanità. Dunque anche i miei modelli artistici sono costellati di persone umane sensibili e rispettose delle peculiarità altrui e che denotano uno stato d’animo di accoglienza della differenza. Il cinema è un insieme di arti, tecniche e attività, è un contenitore di espressioni artistiche che spaziano dalla fantasia, all’informazione, alla divulgazione del sapere.

Proprio in relazione a quest’ultimo punto, ogni sceneggiatore ha un grande compito, come è quello dello scrittore. Devono entrambi lavorare sulla costruzione sociale secondo una prospettiva in cui la creazione di significati avvenga mediante le attività collaborative tra persone, finalizzate ad alimentare Cultura.

Daniela Trevisan, Miss Spettacolo

Se casualmente ti ritrovassi in ascensore con Martin Scorsese, o con Giuseppe Tornatore, o con Quentin Tarantino, tu e uno di questi Maestri, da soli, e avessi un minuto di tempo per sfruttare quell’occasione incredibile e imprevedibile, presentarti e convincerlo a darti una parte nel suo prossimo film, cosa gli diresti di te quale artista della settima arte?

Partirei con il raccontare che possiedo i vetrini dipinti che si usavano con la “Lanterna magica” prima che i fratelli Lumière inventassero il cinematografo e con tale strumento ottico di intrattenimento mio padre, quando ero piccola, proiettava le favole sul muro, quando aveva il tempo per farlo e io ero super felice.

Quando prendo quei vetrini, sento rivivere quelle storie e la mia fantasia incollata là sopra.

A Quentin farei capire quanto il cinema sia una passione vivace fin dalle prime rudimentali sperimentazioni e chiederei semplicemente un piccolissimo ruolo per incastonarmi in un mosaico sempre agognato.

«Quando la lettura è per noi l’iniziatrice le cui magiche chiavi ci aprono al fondo di noi stessi quelle porte che noi non avremmo mai saputo aprire, allora la sua funzione nella nostra vita è salutare. Ma diventa pericolosa quando, invece di risvegliarci alla vita individuale dello spirito, la lettura tende a sostituirsi ad essa, così che la verità non ci appare più come un ideale che possiamo realizzare solo con il progresso interiore del nostro pensiero e con lo sforzo del nostro cuore, ma come qualcosa di materiale, raccolto infra le pagine dei libri come un miele già preparato dagli altri e che noi non dobbiamo fare altro che attingere e degustare poi passivamente, in un perfetto riposo del corpo e dello spirito.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905). Qual è la riflessione che ti porta a fare questa frase di Marcel Proust sul mondo della lettura e sull’arte dello scrivere?

Questa riflessione di Marcel Proust è stupenda! Contiene quel mistero da svelarsi, quello presente in ciascuno di noi e che la lettura ci regala proprio quando assolve alla sua funzione. La lettura è uno stimolo per approfondire la nostra sensibile conoscenza interiore prima di entrare in empatia con il fuori di noi.

Questa affermazione ricalca il mio punto di vista sulla lettura, su ciò che essa dovrebbe consegnare al lettore e sulla sua capacità di stimolare alla meditazione per aprire a nuove prospettive e alla risoluzione delle nostre problematiche. Quando invece la lettura si sostituisce in toto, nel senso che non mette il lettore nelle condizioni di riflettere, si perde l’occasione di confronto e anche la parte più nobile di essa.

«La lettura di buoni libri è una conversazione con i migliori uomini dei secoli passati che ne sono stati gli autori, anzi come una conversazione meditata, nella quale essi ci rivelano i loro pensieri migliori» (René Descartes in “Il discorso del metodo”, Leida, 1637). Qualche secolo dopo Marcel Proust dice invece che: «La lettura, al contrario della conversazione, consiste, per ciascuno di noi, nel ricevere un pensiero nella solitudine, continuando cioè a godere dei poteri intellettuali che abbiamo quando siamo soli con noi stessi e che invece la conversazione vanifica, a poter essere stimolati, a lavorare su noi stessi nel pieno possesso delle nostre facoltà spirituali.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905 | In italiano, Marcel Proust, “Del piacere di leggere”, Passigli ed., Firenze-Antella, 1998, p.30). Tu cosa ne pensi in proposito? Cos’è oggi leggere un libro? È davvero una conversazione con chi lo ha scritto, come dice Cartesio, oppure è “ricevere un pensiero nella solitudine” come dice Proust? Dicci il tuo pensiero…

Non posso che confermare di condividere il pensiero di Marcel Proust. La lettura è ricevere un pensiero in solitudine e poterlo elaborare per farlo rinascere e sgorgare dal profondo, nel pieno possesso delle facoltà spirituali, in una nuova essenza di sé. Ma c’è anche un aspetto importante nel pensiero di Cartesio, affatto trascurabile: sono proprio quei pensieri migliori che l’autore ci consegna che risultano di stimolo alle rivalutazioni secondo il principio della relatività.

«Appartengo a quella categoria di persone che ritiene che ogni azione debba essere portata a termine. Non mi sono mai chiesto se dovevo affrontare o no un certo problema, ma solo come affrontarlo.» (Giovanni Falcone, “Cose di cosa nostra”, VII ed., Rizzoli libri spa, Milano, 2016, p. 25 | I edizione 1991). Tu a quale categoria di persone appartieni, volendo rimanere nelle parole di Giovanni Falcone? Sei una persona che punta un obiettivo e cerca in tutti i modi di raggiungerlo con determinazione e impegno, oppure pensi che conti molto il fato e la fortuna per avere successo nella vita e nelle cose che si fanno, al di là dei talenti posseduti e dell’impegno che mettiamo in quello che facciamo?

Appartengo alla categoria delle persone che cercano in tutti i modi di raggiungere i propri obiettivi attraverso la fatica e i sacrifici perché ciò che si raggiunge contando sulle proprie risorse corrisponde a felicità estrema, al nutrire la parte interiore di essenza, tutto il resto è molto effimero.

Porto a termine sempre ogni cosa guidata dal mio forte senso di responsabilità che si riverbera anche nelle piccole cose.

Non desidero mai lasciare insoluti, d’altra parte sono proprio le azioni che testimoniano chi siamo e come pensiamo. Nella vita affronto sempre tutto e mi sono ritrovata a superare anche gravi situazioni. Il dolore mi ha molto formata, ho una coscienza sempre attiva che corrisponde a una lente di ingrandimento per cogliere dettagli e sentire emozioni. La determinazione e l’impegno mi hanno arricchita e resa più autonoma nel riuscire a risolvere le cose. Ho già espresso cosa penso del talento, è l’individuazione delle qualità personali che si attivano dando loro respiro e liberandole attraverso il coraggio di osare. Se poi arriva anche un pizzico di fortuna… beh, tutto diventa speciale! Ma bisogna lavorare sodo senza riporre troppe aspettative su di essa, mentre si è in viaggio per raggiungere la meta si fatica e si va avanti.

«…anche l’amore era fra le esperienze mistiche e pericolose, perché toglie l’uomo dalle braccia della ragione e lo lascia letteralmente sospeso a mezz’aria sopra un abisso senza fondo.» (Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, Volume primo, p. 28, Einaudi ed., 1996, Torino). Cosa pensi di questa frase di Robert Musil? Cos’è l’amore per te e come secondo te è vissuto oggi l’amore nella nostra società contemporanea?

Sono una persona romantica, idealista e credo che l’amore sia sostanzialmente un incontro di anime in affinità emotiva. Comunque senza entrare nel tipo di alchimia personalizzata, l’amore va mantenuto sempre acceso attraverso la creatività, l’empatia, la costruzione di basi solide fondate sui valori. La bellezza straordinaria dell’amore è la capacità di costruire attraverso la volontà, l’impegno, l’intensità.

Credo che giochi un ruolo determinante la capacità di sapersi confrontare con rispetto, mettendosi in ascolto, al di là delle diatribe di visione, ma sia decisamente importante saper condividere gioie e dolori con trasporto. Soltanto così l’amore può travolgerci e diventare un’esperienza di appagamento autentico e stabile.

Accogliere l’altro per come è, significa non farlo sentire sbagliato e questo è sostanzialmente la polverina magica che può generare un sentimento vincente. Tramite questi semplici aspetti che richiedono costanza, alleanza, reciprocità, tolleranza, possiamo non sprofondare nell’abisso di cui parla Robert Musil.

La qualità di un amore sta nella sua costruzione, come diceva Fossati «La costruzione di un amore spezza le vene delle mani. Mescola il sangue col sudore», perché quando l’innamoramento si affievolisce, la passione richiede una virata all’impegno di mantenimento. Se non dovessimo riuscire, con ragionevolezza, a svolgere questa manovra, rimarremmo a mezz’aria sopra un abisso senza fondo.

Oggi, nella nostra società contemporanea, questa manovra è più difficile da compiersi perché c’è una scarsa propensione a “mescolare il sangue con il sudore”, manca l’allenamento alla fatica, insomma è più facile mollare, ricominciare con un’altra avventura. Siamo nell’epoca della vetrina, dei rapporti mordi e fuggi e della grande passione che morde e fugge il momento. Ecco, tutto ciò non può confondersi con l’amore, non è certamente quello, perché l’amore è privo di pregiudizi e di stereotipi e va al di là del viversi il momento.

E se ciò che ho affermato vale per la coppia, andare contro ogni forma di discriminazione per la valorizzazione della diversità ha un valore aggiunto per il progresso della società e apre le porte all’amore universale.

Per contro, assistiamo a una forma di deviazione dell’amore verso il possesso, assoluto eterno. Credo che l’incapacità di vivere il sentimento amoroso con alleanza, reciprocità, tolleranza e aggiungo ancora rispetto, inevitabilmente sia l’anticamera di tutte le violenze che si consumano tra le mura domestiche. La violenza sulle donne è un altro dei temi che mi vedono impegnata nel dare un contributo attraverso il mio lavoro. Ma è un argomento che richiederebbe un’intervista a parte.

Chi sono i tuoi autori preferiti, gli scrittori, i saggisti che hai amato leggere e che leggi ancora oggi?

Oggi a me piace leggere di tutto. Desidero spaziare dall’area neuropsicologica fino a raggiungere lidi di conoscenza e di vibrazione emotiva che appartengono ad altri spicchi e specchi di realtà lontani dal mio vissuto personale.

Ho la necessità di saggiare, scoprire, sentire fragranze e profumi che non incontrerei mai facendo sempre il medesimo percorso.

È una necessità biochimica che ascolto dal mio profondo esserci.

Esplorare le risorse, del dentro e del fuori di me, è una delle più grandi navigazioni che compio da sempre come, oramai, avrete compreso.

I libri che secondo te andrebbero letti assolutamente quali sono? Consiglia ai nostri lettori almeno tre libri da leggere nei prossimi mesi dicendoci il motivo del tuo consiglio.

Se questo è un uomo di Primo Levi; Un uomo di Oriana Fallaci; Il giardino segreto di Frances  Hodgson Burnett.

Questi tre libri rappresentano l’essenza umana sensibile, la direzione che ho imboccato e condiviso per vivere con atteggiamento empatico il mondo. Rappresentano un po’ il mio campo di girasoli: la direzione formativa valoriale e le traiettorie che vanno abbracciate per dare un senso alla propria vita. Queste, insegnano ad imparare a costruire sulle proprie potenzialità e a non lamentarsi delle carenze proprie e altrui.

Consiglio questi testi per gli aspetti significativi, dunque, perché creano le condizioni umane, pedagogiche e organizzative di costruzione di libertà cosciente e coscienziosa: ali e radici utili per un alto volo circa il rispetto della condizione umana.

Daniela Trevisan

E tre film da vedere assolutamente? Quali e perché proprio questi?

Mine vaganti di Ozpetck. Ozpteck affronta il tema della famiglia utilizzando il genere della commedia. Mi ha catturata la sua capacità di far cadere una serie di luoghi comuni molto radicati nella società italiana.

The Danish Girl di Ton Hooper.  Il film è un capolavoro soprattutto di recitazione pensando alla performance magistrale dell’attore Eddie Redmayne nei panni di Lili Elba la prima persona a essere indentificata come transessuale e ad essersi sottoposta a un intervento chirurgico di transizione di genere.

La forma dell’acqua di Guillermo del Toro. Il film intreccia più generi: sentimentale, fantastico, avventura e drammatico. Assolutamente intenso, è un gioco di vibrazioni sensibili, in cui le atmosfere gotiche si intersecano con la diversità e le problematiche socio-politiche, un pezzo che a me sta tanto a cuore: l’accoglienza della diversità che non è sottrazione. Si incorpora nelle mie corde del sentire e dello scoprire.

07Quali sono i tuoi prossimi progetti e i tuoi prossimi appuntamenti che vuoi condividere con i nostri lettori?

In questo periodo di Covid-19 il cinema e il teatro hanno interrotto le loro attività e io mi sono orientata a prestare la mia voce per qualche film d’animazione giapponese, per la pubblicità, a leggere la IV edizione delle preziose “Novelle brevi di Sicilia” di Andrea Giostra e al doppiaggio di attrici in film famosi, come quello di Jodie Foster in The brave one (visibile cliccando sul link YouTube segnalato).

Nel settembre dello scorso anno sono stata finalista della XIV edizione del Concorso Nazionale letterario Giovane Holden e per me è stata una meravigliosa notizia.

Sono una persona molto attiva e trovo sempre qualcosa a cui dedicarmi nell’ambito artistico. Se si ferma una branca dei miei interessi preferiti, ne attivo un’altra e se non resta nulla, ricamo a punto croce e decoro dei biglietti per i miei amici.

Stare nella progettualità fa parte del mio stile di vita. Io, se posso, scrivo e cerco di assolvere al mio compito sociale divulgando buoni e sani sentimenti anche costituzionali oltre che spirituali.

Molte delle pellicole presentate alla 77ma Mostra d’Arte Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia sono state rappresentative di vari conflitti interni, le sfide, i traumi, i desideri, i sentimenti reali degli individui nelle varie diversificazioni personali e contestuali e i registi li hanno trasformati o trasferiti in qualcosa di positivo, hanno assolto completamente al loro compito, così è per me quando scrivo un libro, perché questo, possibilmente, deve far riflettere il lettore su temi importanti come ad esempio quello sulla violenza di genere, al quale accennavo prima. C’è bisogno di incrementare la cultura del rispetto, della parità per poter creare i presupposti per coltivare legami affettivi sani.

I miei due romanzi infatti presentano temi di attualità e rientrano nel genere pedagogico. Per me progettualità è saper consegnare ai lettori spaccati di vita reale e aumentarne la prospettiva di visione e ricomposizione razionale che è poi sinonimo di ricerca della bellezza.

Tra i nuovi progetti Vi svelo che ho predisposto una sceneggiatura inclusiva che racconta di modelle e modelli disabili che amano le passerelle. Lo scorso anno a Milano, coinvolta come sempre dalla splendida donna e modella Antonella Soligo, mi sono trovata a sfilare con loro per un Concorso Nazionale di bellezza e, successivamente, mi hanno incaricata di sviluppare questo tema.

Il copione è già stato approvato e il cortometraggio sarà possibile filmarlo la prossima primavera, dopo una sfilata prevista a Fiuggi.

Posso dire con soddisfazione che questa è un’altra progettualità realizzata in ambito sociale, assieme ad Anna Focone, donna umana e sensibile, che ha avuto l’idea e che conduce il gruppo: Special Queens, citato anche all’interno del romanzo Sulla strada del vento.

Cerco ogni occasione utile per intervenire sull’inclusione, argomento per il quale sento di avere una sorta di missione personale e sociale da portare avanti, come lo è quello di lavorare sulla parità di genere.

In ordine a quest’ultimo punto, ad un’altra passerella di un Concorso Nazionale di Bellezza a cui ho partecipato, in quel di Salsomaggiore Terme, durante una premiazione, nel mio breve discorso ho focalizzato l’attenzione sull’importanza di raggiungere la parità di genere per debellare la violenza sulle donne, mi sono rivolta con coraggio ai molti spettatori presenti alla manifestazione nazionale ricevendone un’ovazione.

Posso affermare che i Concorsi Nazionali di Bellezza a cui ho partecipato, sono stati soprattutto una preziosa occasione di scavo introspettivo perché mi hanno dato la possibilità di bonificare una situazione che in passato mi aveva profondamente segnata e dalla quale ho tratto altra luce per determinarmi verso ciò in cui credo.

Dulcis in fundo, parteciperò ad una Fiction Nazionale che sarà filmata in Campania il prossimo settembre.

Come vuoi concludere questa chiacchierata e cosa vuoi dire a chi leggerà questa intervista?

Ringrazio ciascun lettore per essere arrivato a leggermi sin qui e per avere riservato il suo tempo e la sua attenzione alle molte cose svelate. Che dire?

Vi invito a leggere i miei romanzi in cui, spero, vi ritroverete e dove sicuramente potrete trovare una parte colorata di me unita a quella che avrete già un po’ intuito in questa intervista. Grazie.

Daniela Trevisan

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Daniela Trevisan

Intervista Radio Ascoli un mondo di libri

http://lnx.radioascoli.it/podcastfilter/347/

I libri:

Daniela Trevisan, Sulla strada del vento, 2020, CLEUP Editrice Padova

Daniela Trevisan, Il campo di girasoli, 2015, CLEUP Editrice Padova

Daniela Trevisan, Amantea e i girasoli in A.A.VV., Antologia XVI ed. Premio Letterario Giovane Holden, 2020, Giovane Holden Edizioni sas

Andrea Giostra

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Andrea Giostra al mercato di Ballarò a Palermo