Maria Cumani Quasimodo Una donna del nostro tempo | di Antonietta Micali

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Maria Cumani Quasimodo
Una donna del nostro tempo.

Da un’intervista al figlio Alessandro Quasimodo

Di Salvatore Quasimodo,  si è parlato tantissimo, ma la Cumani merita, non solo di essere ricordata, ma conosciuta, amata e apprezzata per essere stata non solo la moglie del grande poeta, ma una donna eccezionale, una pioniera della danza, amante della musica e della poesia, una donna delicata e forte al tempo stesso.

Maria Cumani è stata una grande danzatrice, coreografa, ha lavorato con grandi registi  del calibro di Lina Wertmuller, Federico Fellini e moltissimi altri. Un’artista completa, ha sempre ballato esclusivamente le sue composizioni originali e, nel tempo, si è perfezionata nella tecnica della “modern dance”. Maria ha amato il marito in maniera esclusiva. Il loro incontro ha determinato un totale sconvolgimento nella vita dell’artista, che nonostante fosse consapevole della vita complicata che l’aspettava insieme a Salvatore, non esitò a volergli stare accanto. Si sposò con il poeta  dopo aver avuto  il figlio Alessandro,  nel 1948, dopo la morte della prima moglie, Bice Donetti. Salvatore Quasimodo era molto innamorato della moglie, tanto che  prima di sposarla, nonostante già vivesse con lei e avesse già un figlio, volle andare dal padre di lei a chiedergli la mano come segno di grande rispetto e amore nei suoi confronti. Salvatore anche se aveva  delle storie con altre donne, era ben consapevole che comunque  contavano  ben poco nella sua vita e che invece Maria era la sua vita. Con la Cumani il marito condivise non solo l’amore sponsale, ma la passione per la poesia, con lei apprezzò la musica, la lirica e il teatro.  Maria scrive in uno dei sui diari :”Ho conosciuto Salvatore Quasimodo la sera del 28 maggio 1936 a casa del mio professore di Storia dell’arte, Raffaello Giolli. Prima ancora che io avessi avuto il tempo di notarlo, di vederlo quasi…cominciò subito a parlarmi da “poeta”…ebbi subito l’impressione di essere accettata, capita…” sicuramente, questo sentirsi capita e accettata fu per lei determinate e il suo fu un amore soprattutto intellettuale, un’amore  che travolge l’anima  prima ancora che i sensi. In tutte le lettere della Cumani campeggia e vibra la figura del marito  e  dalle lettere del grande poeta indirizzate a Maria  prende le mosse “Il fuoco tra le dita” un testo composto da una dozzina di missive nelle quali il Premio Nobel si firma ora con il proprio cognome, ora con gli appellativi di Virgilio e di Apollion, rivolgendosi altresì all’amata con il nomignolo di Pucci datole dal padre, o con “Delfica” o “Erato.” Quando il Premio Nobel utilizza l’appellativo di “Virgilio” è chiaro che lo fa per identificarsi al poeta latino proprio come fece Dante per trarne ispirazione. Le lettere che Salvatore indirizza alla Cumani, sono missive di altissima valenza  poetica  e letteraia, a volte con richiami mitologici dal gusto quasi dannunziano. Le lettere quasimodiane sembrano essere più un monologo che un dialogo, sono stilisticamente perfette, mancano di quel modo informale che devono avere quando sono rivolte alla persona con la quale si ha una grande familiarità. Le parole  del poeta hanno la forza della seduzione, vogliono compiacere Maria e se stesso. Maria invece  scrive lettere, pagine di diari, monologhi, brevi racconti, poesie mettendo a nudo la sua anima e nello scrivere si racconta. Nei suoi scritti,  troviamo stralci della sua vita che vanno dalla giovinezza fino all’età matura, in cui lei parla di amore, di libertà, di dolore, sentimenti che accompagnano la  sua vita e che fanno nascere in lei la voglia della poesia. Nei diari della Cumani, troviamo il suo amore tormentato per il marito, il suo essere donna e grande artista, il suo essere una giovane  e dolce madre, i momenti lieti, i successi, ma anche i dolori che a tratti avvolsero la sua vita. Il diario di Maria è l’amico segreto, il custode del suo tempo, un testimone dei suoi pensieri e sentimenti più intimi, del resto, un diario non è altro che, come diceva David Thoreau, “ un registro di esperienze e crescita, non una cassaforte di cose ben fatte e ben dette”. Un diario è un insieme di parole  del cuore. Maria nutriva una certa ammirazione per Katherine Mansfield alla quale si ispirò per scrivere, ma il tono stilistico della Mansfield è lontano da quello di Maria. Negli scritti della Cumani troviamo  la sua  continua ricerca dell’essere, quell’introspezione e quella fluidità delle parole, come se a lei risultasse più facile consegnarle ad un foglio, piuttosto che affidarle alla parola orale, come se quest’ultima non riuscisse ad esprimere appieno il suo pensiero. La sua aspirazione era quella di arrivare alla poesia, fu il marito inizialmente ad incoraggiarla a scrivere. Il rapporto che Maria ebbe con la scrittura fu lo stesso che ebbe con la danza, si trova nei sui versi quella stessa leggerezza e  bellezza di quando studia le coreografie per i suoi balli, la sua è una poesia visiva, spaziale, che rispetta il ritmo della musica e della danza. La parola diventa colore, ritmo, un’armonia di echi e sensazioni e mentre leggiamo le sue liriche percepiamo la sua anima e la vediamo ancora volteggiare con la veste candida e i piedi nudi al ritmo di violoncelli e flauti e tamburi… lei la musica l’aveva dentro di sé e la trasferiva nelle parole in modo naturale. Nei suoi scritti riesce a descrivere situazioni irreali in modo molto razionale, con una descrizione perfetta, riuscendo a far immaginare luoghi e persone. Dalle sue parole si capisce che nutriva un senso di smarrimento “non più mia sono” di solitudine, di abbandono. Questo senso d’inadeguatezza, di perdita della solarità d’un tempo è stato causato dalla perdita dell’amore di Salvatore, verso le cui debolezze d’uomo Maria mantenne un atteggiamento di grande compostezza, esprimendo un giudizio costantemente pacato, mai mosso da rancore o da sentimenti di vendetta. Solo amarezza, senso di privazione, di rimpianto, sempre fedele all’amore perduto, senza ossessione né possessione, ma semplicemente attenta e devota nella sua condizione di donna sola sia pur confortata dall’amore del figlio e dalla sua intensa attività di danzatrice, coreografa, attrice. Il suo sguardo disincantato ben le rivela le debolezze del Quasimodo uomo che ama disperatamente e di cui si fa carico di comprenderne le debolezze e i tormenti, l’asprezza del carattere che più volte le causò molta sofferenza. Nel suo diario Maria cita sempre il marito, ci sono decine di versi virgolettate come se nel suo scrivere non potesse fare a meno delle parole del poeta. Maria in “Fuori non ci sono che ombre che cadono” scrive: “Non so staccarmi dalle tue poesie ed ogni giorno ne conquisto una e l’altra non muore…” Maria e la sua poesia sono lontani “da gesti inutili” perché lei è una donna dal temperamento forte e moderna, che sicuramente se fosse vissuta nel nostro tempo avrebbe avuto più modo per esprimere il suo talento, del resto lei stessa afferma che è vissuta nel tempo sbagliato. Maria amava ogni forma di arte, tra cui la pittura, ed era amica di grandi artisti, c’è un bellissimo ritratto di lei fatto da Guttuso in cui traspare quella leggerezza e grazia mentre danza, come se d’un tratto si librasse libera nell’aria. La lunga storia di amore e sacrificio che ha legato la Cumani ad uno dei grandi poeti del novecento è stata vissuta con la stessa intensità emotiva e con quell’alone di grande mistero che è racchiuso in ogni sentimento di grande amore.

Antonietta Micali