Stefania Meneghella, scrittrice, ci presenta il suo ultimo libro, “Magnete” | INTERVISTA

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«Il mio stile narrativo, essendo molto surrealista, si concentra infatti non su quello che mi accade ma su come accade. Utilizzo infatti una realtà differente, fatta soprattutto di tutto ciò che di irreale ho conosciuto. La vita è composta da entrambe le dimensioni: quello che c’è e quello che non si vede. Servono entrambi per comporre qualcosa di sentito» (Stefania Meneghella)

Stefania Meneghella

Ciao Stefania, benvenuta e grazie per aver accettato il nostro invito. Come ti vuoi presentare ai nostri lettori? Chi è Stefania scrittrice e assistente sociale?

Ciao a tutti, e grazie a voi per avermi invitato. Mi piacerebbe presentarmi parlando prima di tutto della mia scrittura, che è da sempre parte di me. Scrivere è per me un preziosissimo modo per evadere dalle intemperie della vita, e anche per riscoprire la parte fanciullesca di me. Oltre ad essere scrittrice, sono anche assistente sociale, proprio perché ho sempre amato aiutare il prossimo. Attualmente, lavoro per una struttura residenziale socio-assistenziale e per un centro servizi per famiglie. Inoltre, collaboro per la redazione di Meteoweek, in cui mi occupo della sezione Spettacolo.

…chi è invece Stefania nella sua quotidianità, al di fuori dal lavoro e dalla sua passione per la scrittura?

Sento di definirmi soprattutto come una sognatrice che, nonostante tutti i desideri sentiti nel mio cuore, riesce comunque ad essere incollata alla realtà. Inoltre, sono molto determinata e cerco sempre di raggiungere i miei obiettivi, anche se essi sembrano a volte distanti anni luce da me. Per il resto, non amo parlare di me ma preferisco che siano i miei libri a farlo.

Ci parli del tuo nuovo libro, “Magnete”? Come nasce, qual è il messaggio che vuoi che arrivi al lettore, quale la storia che ci racconti senza ovviamente fare spoiler?

Stefania Meneghella, “Magnete”, Ego Valeo Ed., Sesto San Giovanni, 2020

L’idea di “Magnete” è nata durante il primo lockdown quando, chiusi in casa, ci siamo ritrovati a vedere la nostra vita completamente stravolta. Avevo in mente su come strutturare il nuovo libro già prima di tutto il periodo Covid, ma sentivo che mancasse qualcosa di essenziale. Così, nel primo periodo pandemico ho ideato una storia parallela, che potesse diventare una sorta di viaggio nel cervello umano. Il messaggio che vorrei trasmettere è infatti soprattutto quello del non giudizio e della comprensione, valori difficili da ritrovare al giorno d’oggi. Virginia è stata ferita, delusa da Sofia e, per tanti anni, si è sempre chiesta il perché dei suoi comportamenti. Solo compiendo un viaggio nella sua mente, ha potuto scoprire tutti i suoi pensieri nascosti, le storie che raccontava, i vissuti che non aveva mai avuto il coraggio di svelare. Così ha capito tutto.

Chi sono i destinatari che hai immaginato mentre lo scrivevi?

“Magnete” è rivolto soprattutto a coloro che sono stati appunto feriti e che non hanno ancora compreso il perché di tanta sofferenza. I destinatari del mio libro sono infatti tutte quelle persone che vivono come in una bolla di vetro, da cui non riescono ad uscire. In questa bolla c’è tutto: quello che non hanno avuto il coraggio di dire e quello che non avrebbero detto a prescindere. E poi ci sono i legami finiti, le amicizie svanite, la cattiveria di chi ci voleva bene. Bisognerebbe infatti solo trovare la forza di uscire dalla bolla, e cercare di comprendere.

Qual è la tua formazione professionale e quella letteraria, visto che alterni l’attività di assistente sociale con quella dello scrivere?

Nel 2017, mi sono laureata in Scienze del Servizio Sociale presso l’Università di Bari. In seguito, ho acquisito il titolo di assistente sociale, che mi ha dato la possibilità di incontrare nuove realtà e di poter essere di aiuto. Durante i miei studi, non ho però mai abbandonato la mia attività di scrittrice e, prima di tutto, di lettrice. Sin dall’infanzia ho sempre letto molto e di tutto, e i libri mi hanno dato l’opportunità di scoprire la letteratura come a un qualcosa di assolutamente indispensabile. Inoltre, ho studiato i libri di Virginia Woolf, il mio idolo letterario, grazie alla quale ho potuto apprendere il suo stile psicologico e, di conseguenza, costruire un mio stile narrativo.

Una domanda difficile Stefania: perché i nostri lettori dovrebbero comprare “Magnete”? Prova a incuriosirli perché vadano in libreria o nei portali online per acquistarlo.

Penso che tutti dovrebbero leggerlo perché ad ognuno di noi capita di voler entrare nel cervello di chi ci è accanto, anche solo per capire quali sono i suoi pensieri in quell’istante. Con “Magnete” è possibile: il viaggio avverrà davvero e potremo scoprire noi in primis tutti i sentimenti e tutto il vissuto di Sofia.

C’è qualcuno che vuoi ringraziare che ti ha aiutato a realizzare questa opera letteraria? Se sì, chi sono queste persone e perché le ringrazi pubblicamente?

Per rispondere a queste domande, sento di dover citare le stesse parole che ho scritto tra i ringraziamenti pubblicati alla fine del libro. “Non ha mai avuto un inizio esatto, questa storia, e nemmeno una precisa fine. È una storia che mi porto dentro da sempre, e che da sempre avrei voluto scrivere. È un viaggio che avrei voluto raccontare nei corridoi di scuola, poi nelle aule universitarie e infine tra le strade della mia città. Non ho mai trovato il momento esatto per darle forma, per trasformarla in qualcosa di concreto. Alla fine, è accaduto tra le mura della mia casa, ed è accaduto in questo anno che per tutti noi è stato un anno particolare. Il lockdown ci ha reso fragili, sensibili, rinchiusi in una bolla da cui non riusciamo ad uscire. E ci ha reso anche diversi, spesso strani, a volte migliori. Per questo, il primo ringraziamento sento di doverlo all’Italia, a quello che abbiamo attraversato e che ci ha reso ancora più uniti”.

Nella tua attività letteraria hai pubblicato altri libri? Ci racconti quali sono, di cosa trattano e quale l’ispirazione che li ha generati?

Sì, “Magnete” è la mia terza pubblicazione. Il mio primo libro si chiama “Silenzi Messaggeri” e tratta la storia di un legame epistolare un po’ particolare. I due protagonisti sono Jamie e Schlomo: la prima è una scrittrice e il secondo è un violinista. Dopo essersi incontrati una sola volta, i due iniziano a scambiarsi una serie di lettere. Il loro legame cresce così attraverso gli scritti e, quasi inconsapevolmente, le loro anime si fondono grazie alle parole di lei ed alle note di lui che, trasportate dal vento, si raggiungono reciprocamente. Tutto questo ha come sfondo un passato difficile che entrambi hanno dovuto attraversare: una violenza domestica intrafamiliare per lei e la brutale uccisione del padre di lui. Nascono come due storie distanti ma, alla fine, si uniscono in un unico fine.

Il secondo libro si chiama invece “La linea gialla”, ed è stata ispirata ad una mia esperienza lavorativa in una comunità educativa minorile. Il protagonista è dunque Adham, un ragazzo che ha sempre vissuto sulla strada e che, in quella strada, si è tuffato alla ricerca della salvezza. Dopo aver fatto un reato grave, lo stesso viene così inserito in una comunità, da cui vuole immediatamente fuggire per andare in carcere: la strada non vuole vederla mai più. Dinanzi alla porta, gli compare così una linea gialla (la linea di ogni stazione, che se si supera si muore). Stavolta però, superandola si ritrova in un mondo completamente diverso e lo porta ad incontrare tre statue, che rappresentano l’immortalità e che, attraverso le loro storie, lo portano a comprendere i veri valori della vita.

Se casualmente ti ritrovassi in ascensore con un grande editore quale Einaudi, Feltrinelli, Rizzoli, Mondadori, tu e l’Amministratore Delegato di una di questa Case Editrici importantissime, da soli, e avessi un minuto di tempo per sfruttare quell’occasione incredibile e imprevedibile, presentarti e convincerlo a pubblicare il tuo libro o il tuo romanzo, cosa gli diresti di te quale scrittore e autore?

Credo che gli direi queste parole: “Non so quali siano le parole giuste per far comprendere a qualcuno cosa sia per me la scrittura. Ma credo che ci siano invece le parole che scrivo, e quelle sono in ogni dove. Il mio sogno è sempre stato quello di essere scrittrice, ma sicuramente questo non basta per ‘convincerla’ a pubblicare qualcosa di mio. Posso però dirle che mi piace veramente tanto vedere gli occhi delle persone quando leggono i miei scritti. A volte si emozionano, altre volte sono felici. Non importa quali siano le loro sensazioni, sono comunque sentimenti che ho creato io dal nulla. E vorrei, per quanto questo possa valere, guardare migliaia di occhi ridere, piangere, vivere grazie a me. E sogno spesso di avere questa possibilità: che la gente possa staccarsi da un mio libro con un’emozione in più”.

«Quando la lettura è per noi l’iniziatrice le cui magiche chiavi ci aprono al fondo di noi stessi quelle porte che noi non avremmo mai saputo aprire, allora la sua funzione nella nostra vita è salutare. Ma diventa pericolosa quando, invece di risvegliarci alla vita individuale dello spirito, la lettura tende a sostituirsi ad essa, così che la verità non ci appare più come un ideale che possiamo realizzare solo con il progresso interiore del nostro pensiero e con lo sforzo del nostro cuore, ma come qualcosa di materiale, raccolto infra le pagine dei libri come un miele già preparato dagli altri e che noi non dobbiamo fare altro che attingere e degustare poi passivamente, in un perfetto riposo del corpo e dello spirito.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905). Qual è la riflessione che ti porta a fare questa frase di Marcel Proust sul mondo della lettura e sull’arte dello scrivere?

Ho pensato ad unico aspetto, quando ho letto questa splendida frase di Marcel Proust. La lettura ha senz’altro la capacità di frugare nella nostra interiorità, ma non solo. I libri aprono mondi che noi stessi abbiamo chiuso a chiave, ci rivelano segreti inconfessabili, momenti dimenticati. I libri sono l’inconscio che si fa vivo tra le loro pagine, e noi non dobbiamo far altro che esserne spettatori. Di cosa? Della nostra stessa vita e di quello che avevamo rimosso.

«La lettura di buoni libri è una conversazione con i migliori uomini dei secoli passati che ne sono stati gli autori, anzi come una conversazione meditata, nella quale essi ci rivelano i loro pensieri migliori» (René Descartes in “Il discorso del metodo”, Leida, 1637). Qualche secolo dopo Marcel Proust dice invece che: «La lettura, al contrario della conversazione, consiste, per ciascuno di noi, nel ricevere un pensiero nella solitudine, continuando cioè a godere dei poteri intellettuali che abbiamo quando siamo soli con noi stessi e che invece la conversazione vanifica, a poter essere stimolati, a lavorare su noi stessi nel pieno possesso delle nostre facoltà spirituali.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905 | In italiano, Marcel Proust, “Del piacere di leggere”, Passigli ed., Firenze-Antella, 1998, p.30). Tu cosa ne pensi in proposito? Cos’è oggi leggere un libro? È davvero una conversazione con chi lo ha scritto, come dice Cartesio, oppure è “ricevere un pensiero nella solitudine” come dice Proust? Dicci il tuo pensiero…

Per me, la lettura è entrambe le cose. Leggendo un libro si scoprono vite passate, storie che hanno attraversato le menti più potenti del mondo, e si studiano anche i momenti che hanno attraversato le generazioni a noi sconosciute. Insomma, è senz’altro un viaggio in quello che non si conosce.

Ma, la lettura è anche un viaggio dentro noi stessi, nella nostra interiorità più profonda e nel nostro modo di essere e di agire.

Quindi, direi senz’altro che leggere significa per me entrambe le definizioni.

Charles Bukowski, grandissimo poeta e scrittore del Novecento, artista tanto geniale quanto dissacratore, a proposito dei corsi di scrittura diceva … «Per quanto riguarda i corsi di scrittura io li chiamo Club per cuori solitari. Perlopiù sono gruppetti di scrittori scadenti che si riuniscono e … emerge sempre un leader, che si autopropone, in genere, e leggono la loro roba tra loro e di solito si autoincensano l’un l’altro, e la cosa è più distruttiva che altro, perché la loro roba gli rimbalza addosso quando la spediscono da qualche parte e dicono: “Oh, mio dio, quando l’ho letto l’altra sera al gruppo hanno detto tutti che era un lavoro geniale”» (Intervista a William J. Robson and Josette Bryson, Looking for the Giants: An Interview with charles Bukowski, “Southern California Literary Scene”, Los Angeles, vol. 1, n. 1, December 1970, pp. 30-46). Cosa pensi dei corsi di scrittura assai alla moda in questi anni? Pensi che servano davvero per imparare a scrivere?

Secondo me, dipende dai tipi di corsi di scrittura. Ce ne sono molti che servirebbero davvero per perfezionare la tecnica, ed altri che invece sono meno utili. Sicuramente però, credo che alla base di ogni libro ci debba essere un grande studio ed una grande analisi strutturale. Inoltre credo che, prima della scrittura, è importante leggere molto (soprattutto la letteratura classica). I libri sono i nostri primi insegnanti, da cui possiamo attingere per creare un nostro personale stile narrativo.

«Io vivo in una specie di fornace di affetti, amori, desideri, invenzioni, creazioni, attività e sogni. Non posso descrivere la mia vita in base ai fatti perché l’estasi non risiede nei fatti, in quello che succede o in quello che faccio, ma in ciò che viene suscitato in me e in ciò che viene creato grazie a tutto questo… Quello che voglio dire è che vivo una realtà al tempo stesso fisica e metafisica…» (Anaïs Nin, “Fuoco” in “Diari d’amore” terzo volume, 1986). Cosa pensi di queste parole della grandissima scrittrice Anaïs Nin? E quando l’amore e i sentimenti così poderosi incidono nella tua arte e nelle tue opere?

Questa splendida citazione racchiude certamente quello che provo mentre scrivo i miei testi. Ogni parola è infatti un concentrato di quello che ho vissuto nella mia anima e delle sensazioni che ho provato, ma anche dei miei sogni, dei miei affetti, delle mie invenzioni, creatività, desideri. Il mio stile narrativo, essendo molto surrealista, si concentra infatti non su quello che mi accade ma su come accade. Utilizzo infatti una realtà differente, fatta soprattutto di tutto ciò che di irreale ho conosciuto. La vita è composta da entrambe le dimensioni: quello che c’è e quello che non si vede. Servono entrambi per comporre qualcosa di sentito.

«Appartengo a quella categoria di persone che ritiene che ogni azione debba essere portata a termine. Non mi sono mai chiesto se dovevo affrontare o no un certo problema, ma solo come affrontarlo.» (Giovanni Falcone, “Cose di cosa nostra”, VII ed., Rizzoli libri spa, Milano, 2016, p. 25 | I edizione 1991). Tu a quale categoria di persone appartieni, volendo rimanere nelle parole di Giovanni Falcone? Sei una persona che punta un obiettivo e cerca in tutti i modi di raggiungerlo con determinazione e impegno, oppure pensi che conti molto il fato e la fortuna per avere successo nella vita e nelle cose che si fanno, al di là dei talenti posseduti e dell’impegno che mettiamo in quello che facciamo?

Anche in questo caso, credo in entrambe le concezioni. È importantissimo mettere impegno e dedizione in quello che si vuole ottenere. Al di là del talento, il sacrificio è dunque fondamentale se si vogliono raggiungere determinati obiettivi. Ovviamente però, nella vita serve molto spesso anche la fortuna (che spesso chiamiamo con il termine “destino”). Per far capitare alcuni eventi, tutto deve andare per il verso giusto e, come in un puzzle, ogni pezzo deve coincidere. Questo, naturalmente, non possiamo gestirlo noi ma è sempre bene tenere a mente che è appunto essenziale metterci del proprio. Alla fine, con l’impegno e la dedizione, si ottengono sempre buoni risultati.

«I perdenti, come gli autodidatti, hanno sempre conoscenze più vaste dei vincenti, se vuoi vincere devi sapere una cosa sola e non perdere tempo a saperle tutte, il piacere dell’erudizione è riservato ai perdenti.» (Umberto Eco, “Numero Zero”, Bompiani ed., Milano, 2015). Cosa ne pensi di questa frase del grande maestro Umberto Eco? In generale e nel mondo dell’arte, della cultura, della letteratura contemporanea? Come secondo te va interpretata considerato che oggi le TV, i mass media, i giornali, i social sono popolati da “opinionisti-tuttologi” che si presentato come coloro che sanno “tutto di tutto” ma poi non sanno “niente di niente”, ma vengono subdolamente utilizzati per creare “opinione” nella gente comune e, se vogliamo, nel “popolo” che magari di alcuni argomenti e temi sa poco? Come mai secondo te oggi il mondo contemporaneo occidentale non si affida più a chi le cose le sa veramente, dal punto di vista professionale, accademico, scientifico, conoscitivo ed esperienziale, ma si affida e utilizza esclusivamente personaggi che giustamente Umberto Eco definisce “autodidatti” – e che io chiamo “tuttologi incompetenti” – ma che hanno assunto una posizione di visibilità predominante che certamente influenza perversamente il loro pubblico? Una posizione di predominio culturale all’insegna della tuttologia e per certi versi di una sorta di disonestà intellettuale che da questa prospettiva ha invaso il nostro Paese? Come ne escono l’Arte, La Letteratura e la Cultura da tutto questo secondo te?

Bella domanda! Purtroppo oggi la società è fondata su due termini: economia e popolarità. Ci sono personaggi che portano entrambi le condizioni, e questo fa senz’altro piacere ai mass media in generale. Per questo, secondo me, spesso non si ritiene importante invitare persone davvero competenti, e si preferisce invece coloro che sono riusciti ad attirare il maggior numero di persone sui loro social networks semplicemente postando fatti o eventi relativi alla loro vita quotidiana e privata. Ma il talento? È un cruccio, questo, che mi chiedo spesso: dov’è finito il talento? Davvero siamo diventati così “meschini” da far prevalere l’economia e la popolarità sul talento? Purtroppo sì, e spesso mi trovo a guardare la tv e vedere appunto personaggi che in realtà non mettono in mostra le loro conoscenze, le loro abilità, il loro talento appunto. Bensì, la loro vita sentimentale o, peggio ancora, il loro corpo. Questo credo che stia diventando una situazione ormai insostenibile, e che soprattutto attira sempre più gente, proprio perché sono proprio questi temi a fare i due elementi su cui oggi è fondata la società: l’economia e la popolarità. La cultura non fa audience, come non lo fa l’Arte, la scienza, la letteratura e tutto quello che di veramente bello c’è al mondo. Questi sono concetti a cui forse dovremmo rassegnarci, anche se non dovrebbe essere così. Nel mio piccolo, io continuerò però a mostrare quello per cui ho studiato anni e a dimostrare soprattutto che le donne sono questo, e nient’altro.

Chi sono i tuoi autori preferiti, gli scrittori, i saggisti che hai amato leggere e che leggi ancora oggi?

Il mio autore preferito è senz’altro Virginia Woolf, autrice inglese di fine Ottocento. Ho scoperto Virginia quando avevo solo 17 anni e, da allora, non mi sono più allontanata dalle sue pagine. I suoi scritti sono vita, essenza pura, coraggio, forza. Ho sempre amato il suo stile psicologico e, proprio da lei, ho preso ispirazione per la costruzione di un mio personale stile narrativo. Leggendo i suoi scritti, respiro. E mi sento da sempre collegata a lei e al suo modo di vedere e concepire la vita.

I libri che secondo te andrebbero letti assolutamente quali sono? Consiglia ai nostri lettori almeno tre libri da leggere nei prossimi mesi dicendoci il motivo del tuo consiglio.

Il primo libro che mi sento di consigliare è sicuramente “Anna Karenina” di Lev Tolstoj. Un classico intramontabile, che ha saputo resistere al tempo ed allo spazio. Un miscuglio di pensieri e sentimenti, che l’autore ha saputo perfettamente descrivere attraverso un viaggio infinito verso la storia triste ma coraggiosa di Anna. Quando il libro finisce, ci si sente per un attimo perduti: e si vorrebbe soprattutto tendere la mano alla protagonista per non lasciarla andare verso quel destino crudele ed inimmaginabile.

Inoltre, consiglio anche “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee. Un libricino che ha però in sé un significato importantissimo: i bambini possono vedere e pensare grandi cose. A parlare in questa storia è proprio la piccola Scout, che racconterà un episodio accaduto nella sua cittadini, e di cui il padre (Avvocato di professione) ha preso in carico. La storia di un’accusa di stupro e delle differenze di colore rimarcate negli anni ‘30 in America.

Infine, parlando di letteratura contemporanea, dovreste sicuramente leggere i quattro libri de ‘L’Amica Geniale’ di Elena Ferrante. Una storia che contiene in sé una straordinaria magia ed un potere immane: l’amicizia che continua, nonostante tutto. Ma anche il percorso storico che ha avuto la bellissima Napoli, città fatta di tante e magnifiche sfumature. Leggendo queste pagine, si percepisce la capacità dell’autrice di analizzare attentamente i personaggi e farli diventare anche nostri.

E tre film da vedere assolutamente? Quali e perché proprio questi?

Il primo film che mi piacerebbe consigliare è “Collateral Beauty”, interpretato magistralmente da Will Smith. Una pellicola, questa, che ho scoperto durante il primo lockdown e che mi ha davvero aiutato e dato tanto. È anch’esso un viaggio nella triste storia del protagonista che, dopo la perdita prematura della sua bambina, perde anche la voglia di vivere. Nella vita, però, non tutto è perduto e c’è sempre una speranza dietro l’angolo. Anche quando ne siamo totalmente inconsapevoli.

Inoltre, consiglio sicuramente “Al di là dei sogni” con il compianto ed incredibile Robin Williams. Un film, questo, che va oltre la vita stessa e che ci mostra come sarebbe bello sognare un mondo fatto solamente di sogni, che ci possa accogliere quando moriamo. Si parla appunto di eternità: continuare cioè a sorridere anche dopo tanta sofferenza.

Infine, segnalo un film che mi ha sicuramente cambiato il mio modo di vedere le cose e che mi ha indicato la giusta strada da seguire. Sto parlando di “Vai e vivrai” di Radu Mihăileanu, che racconta la storia del piccolo Salomon, entrato in Israele grazie ad un progetto di cooperazione internazionale. Il bambino, originario dell’Etiopia, si ritrova così affidato ad una nuova famiglia, mentre la sua mente deve combattere contro un durissimo passato che non riesce a dimenticare.

Quali sono i tuoi prossimi progetti e i tuoi prossimi appuntamenti che vuoi condividere con i nostri lettori?

Al momento, sto promuovendo il mio libro attraverso i vari canali online, dato che non si possono realizzare presentazioni fisiche. Tra i miei prossimi appuntamenti, ci sono dunque una serie di videointerviste e di incontri virtuali, tra cui quello con la libreria Piccoli Labirinti di Parma.

Come vuoi concludere questa chiacchierata e cosa vuoi dire a chi leggerà questa intervista?

Credo che sicuramente ho potuto, almeno in parte, far conoscere i miei pensieri ed i miei sentimenti attraverso questa intervista. Spero che “Magnete” vi permetta però di entrare ancora di più nel mio “io” e di fare vostra la storia da me scritta, che è senz’altro una trama che ho strutturato con tutto il cuore e con tutta l’anima.

Stefania Meneghella

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Stefania Meneghella

Il libro:

Stefania Meneghella, “Magnete”, Ego Valeo Ed., Sesto San Giovanni, 2020

Andrea Giostra

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