L’Effettista Mario Bresciano, pittore, fotografo e già Presidente del Tribunale di Roma | INTERVISTA

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«Mi piace la pittura libera da schemi. In genere i pittori privilegiano una strada: il paesaggio o il ritratto. Io alterno i miei soggetti secondo l’estro del momento e questa è la cifra del mio carattere curioso di nuove esperienze.» (Mario Bresciano)

Ciao Mario, benvenuto e grazie per avere accettato il nostro invito. Ai nostri lettori che volessero conoscerti quale artista delle arti visive, cosa racconteresti di te

Ho cominciato poco più che decenne ad appassionarmi di fotografia. Dapprima con una vecchia macchina a soffietto Voigtlander di mio padre. Furono le prime fotografie che scattai inseguendo i miei familiari. Molti anni dopo acquistai la mia prima Nikon e un ingranditore con cui stampavo anche in formato gigante le mie foto in bianco e nero. Ricordo l’attesa impaziente di vedere comparire lentamente l’immagine mentre la carta era immersa nella soluzione. Con il tempo acquistai altre macchine fotografiche che divennero compagne inseparabili nei miei frequenti viaggi all’estero. Anche oggi fotografo abbastanza. Solo poco più di dieci anni fa mi sono accostato alla pittura che mi ha sempre attratto, ma mi intimidiva.

… chi è invece Mario nella sua quotidianità? Cosa ci racconti di te della tua vita al di là dell’arte e del lavoro?

Sono una persona che è attratta da mille interessi, molto diversi. Lo capisce immediatamente chi viene a trovarmi e osserva le mie librerie. Troverà libri molto diversi come tematiche; dai romanzi, classici e moderni, ai libri di botanica, da quelli di medicina, psichiatria e psicologia a quelli di storia; vedrà un libro sulla vita delle formiche a quello sull’Ultimo teorema di Fermat. Ovviamente moltissimi libri di arte e di tecnica di acquerello, biografie di registi e attori o di musicisti come Mozart, Verdi, Hoffman. Non mancano classici fumetti di Disney o di Quino e Schulz.

Anche il cinema mi ha sempre attratto molto. Ho una collezione di oltre duemila DVD con film di vario genere, compresi quelli di falegnameria e di tecniche di pittura. Ma la più grande passione che mi accompagna fin dall’infanzia è la lettura. Sono nato a Napoli, in via Chiaia, non lontano da Piazza Plebiscito, nel cuore della città. Provengo da una famiglia che potrei definire di intellettuali. Mio nonno paterno, Giovanni Bresciano, uomo affabile e pacato, era direttore della biblioteca reale universitaria di Napoli, amico di Benedetto Croce, Federico De Roberto, Giovanni Torraca. Suo fratello Raffaele, uomo colto, eccentrico e bravo pianista, era bibliotecario presso la Biblioteca Nazionale di Napoli. Una sorella, Adele, femminista ante litteram, fondò a Napoli la prima rivista femminile “Pamela nubile”, sulla quale scriveva anche Matilde Serao. La sorella Livia aveva sposato un poeta e scrittore, Rocco Galdieri. Potremmo definirla una famiglia di umanisti. Mio padre intraprese altra strada: era medico chirurgo. Sua sorella Teresa, invece, era laureata in lettere ed aveva sposato Francesco De Sanctis, mio padrino, discendente dell’omonimo letterato. Mio fratello maggiore, Lucio è stato presidente e amministratore di varie grandi società; mio fratello Elio professore universitario alla facoltà di medicina di Napoli e mia sorella Iris avvocato capo di un grande ente pubblico. A casa si leggeva molto. La mia passione per la lettura era tale che ai tempi della scuola leggevo fino a notte fonda sotto le coperte per non far vedere la luce attraverso la porta a vetri della mia camera; ma smisi quando incendiai un lume di plastica e mia madre non gradì l’evento. Così accettai il patto che mi propose: potei continuare a leggere a letto di sera, ma senza far tardi. La lettura è stata la mia prima passione. Penso che sia nata quando avevo tre o quattro anni; non che sapessi leggere, ovviamente; ma mi è rimasta impressa nella memoria un’immagine: mia sorella che teneva in mano un libro che leggeva avidamente mentre io la chiamavo insistentemente, a voce alta; ma lei non si voltava, troppo immersa nella lettura. Ricordo che in quel momento mi chiesi cosa ci fosse di tanto meraviglioso in quel libro da cui non riusciva a staccare lo sguardo tanto da impedirle addirittura di sentirmi. Da quell’istante desiderai ardentemente di imparare a leggere.

Certamente vedere tutti i miei familiari frequentemente con un libro in mano deve avere contribuito ad uno spirito di emulazione. Però debbo dire che sono molto debitore nei confronti anche di alcuni insegnanti, cominciando da Maria Lauro, la mia maestra delle elementari del Froebeliano, che mi insegnò la punteggiatura e così a leggere con le giuste pause e intonazioni. E mi insegnò la disciplina, la cortesia e l’educazione. E poi sono in debito con l’insegnate di lettere del liceo, che mi ha fatto amare Dante e con un eroico professore di greco, Arturo di Girolamo. Lo chiamo eroico, perché ritardò l’operazione di appendicite per seguire i suoi studenti del terzo anno che dovevano affrontare l’esame di stato. Il ritardo causò una peritonite e così morì a trentatré anni. Quando lui spiegava, con tono di voce pacato, nell’aula calava un silenzio da rito religioso: spiegava divinamente la letteratura greca ed erano lezioni da brivido. E insegnava anche ad essere uomini d’onore. Ricordo che una delle prime cose che disse quando entrò in classe fu questa: “Se venite impreparati per l’interrogazione, ditemelo prima che vi chiami; perché se lo scopro dopo, vi metto due”. Pretendeva l’onestà e la sincerità. E così un giorno che gli dissi che non avevo studiato perché non mi ero sentito bene, mi chiese se avevo avuto male ad un fianco, forse al fegato; io assentii, grato del suggerimento, e lui disse. “Bene, dimmelo in greco”. Così mi arrampicai sugli specchi con il mio epa epatos. Fui giustificato.

Come è nata la tua passione per l’arte e per le arti visive in particolare? Quale il tuo percorso professionale e artistico che hai seguito?

La seconda passione della mia vita è stata l’arte. Ma non quella praticata, bensì solo studiata e ammirata sui libri o nei musei. Il merito è stato della mia insegnante d’arte del liceo napoletano Giambattista Vico, che voglio qui ricordare con immensa gratitudine: si chiamava Laura Di Lauro. Col suo entusiasmo seppe trasmettermi il suo immenso amore per l’arte in generale, architettura, scultura, pittura. Qualche anno fa, rovistando in un ripostiglio, tra vecchie cassette di liquori zeppe di carte ed oggetti vari, ho trovato un foglio con dei miei appunti di circa cinquanta anni prima in cui commentavo le sculture di Thorvaldsen che avevo visto a Copenaghen; le confrontavo con le sculture greche che avevo studiato a scuola; era l’anno successivo alla mia licenza liceale. La professoressa Di Lauro mi aveva aperto le porte per comprendere l’arte. Quando, a diciotto anni, durante il mio primo viaggio all’estero, tra i vari musei visitai la Neue Pinakhotec di Monaco, fui colpito da un ritratto ricco di colori che mi rimase impresso nella memoria. Negli anni seguenti, leggendo libri di arte, cominciai a studiare i movimenti artistici che più mi attraevano, partendo dall’impressionismo e passando dal Blau Reiter, al Futurismo, all’Espressionismo ed oltre. Un pittore che tra gli altri mi colpì fu Alexjei Von Jawlensky. E mi convinsi che quel ritratto che avevo visto a Monaco era di sua mano. Circa trenta anni dopo sono tornato a Monaco e andai a rivedere la Neue Pinakhotec. Riconobbi quel ritratto che mi era rimasto impresso e ne lessi l’autore sulla targhetta: “Alexjei Von Jawlensky”. L’insegnamento della Di Lauro aveva dato i suoi frutti.

Non mi sentivo in grado di dipingere dopo i tentativi falliti con l’olio effettuati prima dei diciotto anni. Nel periodo in cui vivevo a Foggia per motivi di lavoro nacque un altro interesse artistico e cominciai a lavorare la creta. Figure intere, volti, maschere tormentate, piccoli busti. All’epoca ero molto attratto dal futurismo, in particolare da Boccioni, con il suo Forme uniche della continuità nello spazio, ma mi piacevano molto anche Henry Moore con le sue sculture giganti ed eleganti e Alberto Giacometti, con le sue figure stilizzate. Poi ho cominciato a lavorare il legno, materiale vivo, dai colori splendidi, da cui trarre oggetti eleganti e originali. Hobby che coltivo anche attualmente.

Ero sempre stato attratto dal colore, ma le mie esperienze giovanili con l’olio mi avevano persuaso che non avessi le attitudini giuste. E me ne rammaricavo, pensando che oltretutto nella famiglia si perpetuava una vena artistica; infatti, Enrico Bresciano, uno zio di mio nonno, nato nel 1839, era stato di professione ingegnere, ma come hobby dipingeva ed aveva anche successo, visto che dagli annuari di pittori ho scoperto che aveva partecipato a varie mostre a Napoli, Palermo, Milano e alcuni anni fa qualche sua opera è stata venduta all’asta, come ho appreso via internet. Le ultime sue mostre risalgono al 1890. Possiedo un paio di suoi dipinti. Anche un fratello di mio padre, mio omonimo, aveva l’hobby del disegno e della pittura. Era laureato in legge, ma la pittura lo affascinava. Ho a casa un suo autoritratto, il dipinto a olio della testa di un vecchio e a casa di mio fratello vi sono due quadri, tra cui un ritratto del padre oltre ad un disegno a matita di un volto di donna veramente pregevole. Purtroppo morì poco più che trentenne. Anche mio fratello Elio era molto creativo; dipingeva ad olio, faceva collage originali, ma, una volta provato a sé stesso che riusciva in una cosa, l’abbandonava. Anni fa, parlando con una mia amica, bravissima pittrice ad olio, Gabriella Simonetti, mi dolevo delle mie scarse capacità artistiche anche nel disegno. Ma lei mi dimostrò che solo con la pratica ci si evolve. Seguii un suo corso. Mentre gli altri partecipanti dipingevano ad olio, io preferii l’acquerello, una tecnica che mi affascinava molto, probabilmente perché influenzato da due acquerelli che erano a casa dei miei genitori e che mi erano sempre piaciuti particolarmente e che ora abbelliscono il mio salotto. Trovo bellissima la trasparenza dell’acquerello e la sua luminosità. Da allora ho cominciato a dipingere con una certa continuità, dapprima paesaggi e poi volti.

Come definiresti il tuo linguaggio? C’è qualche artista al quale t’ispiri?

Mi piace la pittura libera da schemi. In genere i pittori privilegiano una strada: il paesaggio o il ritratto. Io alterno i miei soggetti secondo l’estro del momento e questa è la cifra del mio carattere curioso di nuove esperienze. Non posso dire d’ispirarmi ad un artista in particolare. Come ho detto prima mi piacciono gli impressionisti, i futuristi, i macchiaioli ed altri. Oggi seguo con interesse ed ammirazione alcuni acquerellisti che hanno raggiunto una certa notorietà, ma seguo il mio estro, senza abbracciare alcuno stile particolare.

Chi sono stati i tuoi maestri d’arte che ami ricordare? Parlaci di loro.

Innanzitutto sono grato alla mia amica Gabriella, al cui insegnamento debbo moltissimo. Senza il suo incoraggiamento probabilmente non avrei ripreso in mano i pennelli. Vi è una schiera di acquerellisti che ho studiato e seguito e che mi piacciono molto. Guardo spesso le loro opere. Il primo che ho apprezzato è l’inglese David Curtis. Predilige l’acquerello, ma pratica anche l’olio. Ha una tecnica molto personale, di piccole pennellate nervose, variando spesso il colore; i suoi paesaggi sono sempre molto armoniosi e in genere abbastanza luminosi. Joseph Zbukvic è un croato stabilitosi in Australia. Ha una tecnica rapida e con grandi campiture, privilegiando colori non troppo vivi. L’uruguaiano Alvaro Castagnet, su una base di toni piuttosto scuri, interviene con improvvisi lampi di luce e macchie rosso fuoco. Il taiwanese Chien Chun Wei privilegia toni scuri con uno stile elegante, complesso e di grandissimo effetto. Il russo Ilja Ibrajev crea grandi contrasti di chiari e scuri con notevole effetto di luminosità. Il tailandese Direk Kingnok e lo slavo Dusan Dukaric, nonostante le origini diverse, hanno stili simili, utilizzando sapientemente striature di colore caldo; l’americano John Salminen è quello che ha uno stile più personale e complesso. I suoi dipinti richiedono tempi lunghissimi per la loro realizzazione, partendo da disegni minuziosi e uso di sfumature progressive di colori. L’effetto finale è strabiliante. Potrei citare molti altri acquerellisti di diverse nazionalità che mi piacciono molto e considero grandi maestri. Ma non mi ispiro ad alcuno di loro.

Cosa vuol dire e cosa rappresenta per te essere effettista? Come ti sei avvicinato a questa nuovo corrente pittorica e cosa ti ha portato a decidere di farne parte?

Il merito di avermi attratto nell’orbita di questa nuova corrente pittorica è di Francesca Romana Fragale. È una persona piena di energia ed entusiasmo che inevitabilmente ti coinvolge nella sua passione per la pittura e per l’affermazione della corrente pittorica creata da suo padre e che lei oggi conduce con grande impegno e convinzione. Quel che mi ha attratto dell’effettismo è l’assoluta libertà di espressione che lo caratterizza. Non vi è uno stile particolare e costante da rispettare, non vi è una tecnica imposta: gli effettisti non copiano altri, non fanno lavori seriali, sono fautori di un ritorno alle origini, all’uso della matita, del pennello e del cavalletto per esprimere con le tecniche pittoriche loro congeniali sensazioni ed emozioni. Tendono a suscitare nello spettatore emozioni e, aggiungerei, emozioni positive: l’amore del bello espresso attraverso i colori e che deve risonare nell’anima dello spettatore. Potremmo parlare di risonanza delle emozioni.

«Appartengo a quella categoria di persone che ritiene che ogni azione debba essere portata a termine. Non mi sono mai chiesto se dovevo affrontare o no un certo problema, ma solo come affrontarlo.» (Giovanni Falcone, “Cose di cosa nostra”, VII ed., Rizzoli libri spa, Milano, 2016, p. 25 | I edizione 1991). Tu a quale categoria di persone appartieni, volendo rimanere nelle parole di Giovanni Falcone? Sei una persona che punta un obiettivo e cerca in tutti i modi di raggiungerlo con determinazione e impegno, oppure pensi che conti molto il fato e la fortuna per avere successo nella vita e nelle cose che si fanno, al di là dei talenti posseduti e dell’impegno e della disciplina che mettiamo in quello che facciamo?

I miei genitori hanno inculcato in ciascuno di noi figli in modo profondo il senso del dovere. Per tal motivo io ho sempre posto il massimo impegno in ciascun compito che mi è capitato di dovere svolgere. Ma debbo dire che credo che anche il caso o la fortuna giochino un ruolo nella vita di ciascuno. A volte il successo è dovuto anche a circostanze favorevoli che assecondino il nostro impegno e la nostra tenacia.

Da ragazzo ho letto uno scritto di Oscar Wilde nel quale diceva cos’era l’arte secondo lui. Scrisse che l’arte è tale solo quando avviene l’incontro tra l’“oggetto” e la “persona”. Se non c’è quell’incontro, non esiste nemmeno l’arte. Poi qualche anno fa, in una mostra a Palermo alla Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Riso, ho ascoltato un’intervista di repertorio al grande Gino de Dominicis che sulle arti visive disse questo: «Le arti visive, la pittura, la scultura, l’architettura, sono linguaggi immobili, muti e materiali. Quindi il rapporto degli altri linguaggi con questo è difficile perché sono linguaggi molto diversi tra loro … L’arte visiva è vivente … l’oggetto d’arte visiva. Per cui paradossalmente non avrebbe bisogno neanche di essere visto. Mentre gli altri linguaggi devono essere visti, o sentiti, o ascoltati per esistere.» (Gino de Dominicis, intervista a Canale 5 del 1994-95). Cosa ne pensi in proposito? L’arte esiste se esiste l’incontro tra l’oggetto e la persona, come dice Oscar Wilde, oppure l’arte esiste indipendentemente dalla persona e dal suo incontro con l’oggetto, come dice de Dominicis per le arti visive? Qual è la tua prospettiva da questo punto di vista e sull’arte in generale?

Se consideriamo l’arte l’espressione del bello dovremmo concludere che esiste una bellezza oggettiva, indipendente dallo spettatore. L’esempio ce lo dà la Natura nelle sue molteplici forme. Un’aurora boreale, un paesaggio montano o marino, gli alberi che assumono mille fogge diverse spettacolari, gli uccelli dai colori incredibili sono oggettivamente belli ed esistono indipendentemente dallo spettatore. Un’opera d’arte oggettivamente bella è tale anche se non c’è uno spettatore presente. Ma essa è creata dall’uomo proprio perché vi sia uno spettatore che l’ammiri ed in tal senso anche il detto di Oscar Wilde risponde al vero. Un bel panorama esisterebbe anche se non esistesse un uomo sulla terra, ma un dipinto è destinato generalmente ad un pubblico.

«Poi c’è l’equivoco tra creazione e creatività. L’artista è un creatore. E non è un creativo. Ci sono persone creative, simpaticissime anche, ma non è la stessa cosa. Comunque, questa cosa qui dei creativi e degli artisti, nasce nella fine egli anni Sessanta dove iniziano i galleristi ad essere creativi, poi arrivano i critici creativi, poi arrivano i direttori dei musei creativi… E quindi è una escalation che poi crea questi equivoci delle Biennali di Venezia che vengono fatte come se fosse un’opera del direttore. Lui si sente artista e fa la sua mostra a tema, invitando gli artisti a illustrare con le loro opere il suo tema, la sua problematica. Questo mi sembra pazzesco.» (Intervista a Canale 5 del 1994-95). Tu cosa ne pensi in proposito? Secondo te qual è la differenza tra essere un “artista creatore” – come dice de Dominicis – e un “artigiano replicante” che crede di essere un “artista”?

Non condivido l’idea di una biennale a tema. Una mostra dev’essere la libera espressione della fantasia creativa di ciascun artista. Se è a tema, tende ad esaltare le capacità dell’organizzatore più che le abilità degli artisti. Ogni opera è frutto dell’emozione, del sentimento, della fantasia e della capacità creativa dell’artista. È questa che va esibita ed esaltata. Ho condiviso lo spirito dell’effettismo proprio perché lascia libero l’artista di esprimersi come vuole, sia come forma che come contenuti. Dipingere o scolpire secondo i dettami precisi del committente, eventualmente un gallerista, rende il pittore o lo scultore un artigiano e non un artista. Il committente può suggerire eventualmente un argomento che gli piacerebbe rappresentato, ma senza imposizioni o istruzioni; all’artista dev’essere lasciata la libertà assoluta di espressione.

Tu, Mario, sei anche un fotografo di talento. Conoscerai benissimo un’antica credenza secondo la quale “la fotografia ruba l’anima”. Oliviero Toscani, che di fotografia un po’ se ne intende, in una intervista rilasciata alcuni anni fa ad Assisi presso il Convento di San Francesco dov’era per visitarlo, disse che «Forse è per questo che tante persone che sono troppo fotografate rischiano di diventare vuote dentro. Tante top model, tanti uomini famosi sono vuoti … la fotografia di fatto ruba il luogo della libertà, l’energia che ci fa vivere e andare avanti … e quindi, da questa prospettiva, chi scatta una foto deve sentirsi addosso una responsabilità pesante come un macigno … la responsabilità è nel capire che la fotografia ritrae le persone per quello che sono. Per questo bisogna stare attenti a documentare con serietà. Io posso dire che mi domando sempre se ho sufficienti cultura e capacità per raccontare e testimoniare il tempo che sto vivendo». Nella tua veste di fotografo, cosa ne pensi delle parole di Toscani? Davvero essere tanto fotografati può rubare l’anima tanto da diventare vuoti dentro? Quale responsabilità ha il fotografo – per rimanere nelle parole di Toscani – in tutto questo secondo te?

In alcuni paesi ho effettivamente incontrato persone che avevano il terrore di essere fotografate perché convinte che la fotografia rubasse l’anima. Ma ci sono modi diversi di fotografare. C’è la fotografia di reportage, in cui si documenta una situazione, c’è la foto scattata di nascosto; queste non creano alcun pericolo per il soggetto ripreso. Poi vi sono le fotografie scattate a ripetizione a persone famose. Le conseguenze sono diverse a seconda della natura della persona. Colui a cui piace molto di essere ripreso, che ama mettersi in posa, ossia colui che è di per sé un narcisista, è già predisposto per essere vuoto, e più viene fotografato e più è vuoto, perché privilegia l’apparire anziché l’essere. Ma la persona sicura di sé o quella schiva, riservata, che non ama stare in prima fila, anche se si presta ad essere fotografata, non diventa per questo vuota, perché resta fedele a sé stessa, non muta carattere. Una top model corre certamente più rischi di una ragazza normale, dedita allo studio, alla quale non interessa comparire sulla copertina di una rivista.

A proposito dell’arte fotografica, Alberto Moravia disse questa parole: «Il fotografo non guarda la realtà, ma la fotografa. Poi va in camera oscura, sviluppa il rullino e solo allora la guarda.» A quel punto la realtà non c’è più, ma c’è la rappresentazione della realtà che ne ha fatto il fotografo. Se è vero quello che dice Moravia, è come se il fotografo alterasse la realtà creandone una tutta sua, una realtà parallela, quella che sa creare con la sua arte, una sorta di realtà “distorta” ma al contempo “artistica”. Tu cosa ne pensi in proposito? Da questa prospettiva, cos’è la fotografia per te?

Moravia ne parlava nell’era romantica della fotografia realizzata con la pellicola; in particolare in bianco e nero, quando il fotografo scopriva in camera oscura il risultato del suo lavoro. Oggi la fotografia digitale cristallizza immediatamente il risultato dello scatto. La realtà è subito rappresentata. Io fotografo principalmente persone, spesso vecchi o bambini; nei primi tendo a raffigurare le esperienze di vita incise sui loro volti rugosi. Gli sguardi dei vecchi in genere sono molto espressivi; ci si scopre il dolore, la delusione di una vita mal vissuta, la rassegnazione, ma spesso la saggezza raggiunta, un caldo distacco. Nei bambini si leggono invece la curiosità, la timidezza, l’impudenza, l’allegria sfrenata, l’immensa vitalità. Probabilmente sono gli opposti che mi interessano e mi attraggono. Ma fotografo anche molto l’architettura, specialmente quando sono in paesi stranieri. Molte foto sono semplici ricordi di viaggio o di persone incontrate e sono scattate senza alcuna pretesa artistica. Anzi, a ben guardare, non ho mai scattato una foto pensando che potesse essere un’opera artistica, ma, al più, una bella foto.

Quali sono secondo te le qualità, i talenti, le abilità che deve possedere un artista per essere definito tale? Chi è “Artista” oggi secondo te?

Artisti si nasce. Bravi si diventa. Secondo me l’Artista con la A maiuscola è una persona dotata di talento naturale; riesce a riprodurre le esatte proporzioni in modo istintivo vuoi in scultura, vuoi in disegno; ha innato il senso del colore; ha una tale capacità di immaginazione che gli consente di vedere nella sua mente il lavoro compiuto prima ancora di averlo iniziato. Insomma è una persona nata con un particolare talento. Poi la pratica, lo studio lo rende un bravo artista. L’Artista riesce a creare opere originali, libere interpretazioni della realtà o creare astrazioni emozionanti.

Nel gigantesco frontale del Teatro Massimo di Palermo c’è una grande scritta, voluta dall’allora potente Ministro di Grazia e Giustizia Camillo Finocchiaro Aprile del Regno di Vittorio Emanuele II di Savoia, che recita così: «L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire». Tu cosa ne pensi di questa frase? Davvero l’arte e la bellezza servono a qualcosa in questa nostra società contemporanea tecnologica e social? E se sì, a cosa serve oggi l’arte secondo te?

La frase mi sembra troppo roboante, specie per la nostra epoca, e anche illusoria. Non sono convinto che l’arte abbia l’obiettivo di preparare l’avvenire. Penso che, nella migliore delle ipotesi, possa invece acuire la sensibilità individuale, indurre alla riflessione, migliorare l’animo di una persona. L’effetto normale che dovrebbe svolgere è di produrre, anche per un breve momento, il godimento dell’osservatore. Ammirare ciò che piace indubbiamente è gratificante, rasserenante.

Gli autori e i libri che secondo te andrebbero letti assolutamente quali sono? Consiglia ai nostri lettori almeno tre libri e tre autori da leggere nei prossimi mesi dicendoci il motivo della tua scelta.

Per me che sono un lettore accanito c’è una sfilza di scrittori che consiglierei. Io ho letto gran parte della letteratura ottocentesca russa, molto di quella francese e inglese. Risalgono ad epoca più recente gli autori americani e tedeschi. Non sono molti gli italiani che apprezzo. Probabilmente gli studi classici ed anche le letture della mia adolescenza mi hanno dato un’impronta culturale ottocentesca. Ho amato molto Dostoevskij anche alla luce delle successive letture di Freud, Jung, Adler e Jasper, per la sua profonda capacità di analisi psicologica dei personaggi. Ho ammirato il talento di descrivere acutamente ed in modo incisivo e mirabile le diverse personalità dei protagonisti dei Fratelli Karamazov. Dimitri e Ivan sono rappresentati con tinte fosche e dure come sculture ritagliate con l’accetta, mentre Alexej è lavorato di bulino. Non so che effetto mi farebbe rileggerlo oggi; certamente il mistico Alioscia mi sembrerebbe una figura metafisica, troppo lontana dalla realtà contemporanea. Le schermaglie tra l’assassino Raskolnikov e il giudice istruttore di Delitto e Castigo simboleggiano la lotta tra il bene ed il male ed anche l’anelito verso l’espiazione. Ed anche qui colpisce la capacità di introspezione dell’autore e di analizzare le pulsioni umane. Mentre con Dostoevskij immaginiamo sempre case buie, tetre, con stanze fumose dai soffitti bassi, illuminate da lampade ad olio, con Tolstoj ci sentiamo trasportati all’aperto in campi di battaglia o in città grandi con palazzi lussuosi. Tolstoj ama le strade luminose, descrive la vita di grandi famiglie in abitazioni principesche dai soffitti altissimi e con grandi scaloni magnificamente illuminati. Guerra e Pace è un grandissimo affresco di ampio respiro che descrive le vicende umane, anche tragiche, dei protagonisti e di un intero popolo. Ma lo scrittore è autore anche di un romanzo breve e splendido: La morte di Ivan Ilijc che chiunque dovrebbe leggere per capire il grande senso di  dignità di chi sa accettare il proprio destino e la morte. Uno scrittore oggi poco noto, che mi ha fatto capire come va letto Tolstoj, è Stefan Zweig. È uno scrittore austriaco ebreo, famosissimo a suo tempo, ma costretto a fuggire all’estero dopo le persecuzioni razziali e morto suicida con la moglie in Brasile. Zweig aveva una cultura vastissima ed una profondità di pensiero incommensurabile e capacità critiche peculiari. È autore di novelle e romanzi, come la Novella degli scacchi o Ventiquattro ore nella vita di una donna. I suoi lunghi saggi su Mariantonietta, su Maria Stuarda e su Erasmo da Rotterdam sono opere profonde; ma ho ammirato particolarmente le sue capacità critiche nei volumi I tre poeti dedicato a Casanova, Stendhal e Tolstoj e I tre maestri, dedicato a Balzac, Dickens e Dostoevskij. Dopo aver letto il suo saggio su Tolstoj ho capito come dovrebbero essere letti i romanzi del grande autore russo. Ma il libro che mi ha colpito di più di Zweig è Il mondo di ieri, una illustrazione biografica della Vienna di inizio Novecento. Inutile descriverlo: bisogna leggerlo.

Ho letto tutte le opere di Shakespeare, per il quale ho una profonda ammirazione: la sua capacità di toccare con uguale efficacia tutti i registri, comico e tragico, la potenza delle sue immagini ne fanno uno scrittore favoloso. È raro che io ricordi frasi di libri letti; eppure, anche se non so se lo riporto esattamente, mi rimase impresso un dialogo da una tragedia, mi sembra Riccardo III: la regina, a cui sono stati uccisi il marito e i figli sventrati, rivolgendosi all’assassino che vorrebbe sposarne la figlia per consolidare il proprio potere, risponde più o meno così: “La lama del coltello era ancora grezza e senza taglio prima di essere affilata sulla pietra dura del tuo cuore per esser chiamata a far baldoria di morte nelle viscere dei miei agnelli”. Una tale potenza espressiva colpisce come un maglio. Ma oltre agli immancabili Hugo e Dumas vi sono tanti altri autori e libri che mi sono piaciuti. Hemingway, Remarque, Chevalier, Lee. Tra gli italiani Pirandello, Verga, Tommasi di Lampedusa, Sciascia, Maraini, Umberto Eco nel Nome della rosa, Rovelli. Quest’ultimo saggista e non romanziere. Potrei citare centinaia di libri che consiglierei, anche per un solo momento di svago. Perché la lettura dev’essere innanzitutto un piacere e non sempre occorre dedicarsi alla cosiddetta lettura impegnata. Anche un fumetto di Mafalda o di Charlie Brown o di Disney meritano il loro posto in biblioteca. Da giovane portavo a termine la lettura di qualunque libro avessi iniziato, anche se non mi piaceva. Oggi che ho alle spalle più ricordi di quanti potrò acquisirne in futuro, penso che il mio tempo sia troppo prezioso per sprecarlo con letture che non mi provochino emozioni piacevoli. Perciò se un libro non mi piace, lo abbandono senza rimpianto.

Ti andrebbe di consigliare ai nostri lettori tre film da vedere assolutamente? E perché secondo te proprio questi?

Due sono di un grande regista: Ingmar Bergman. Sono film di tanti anni fa, ma che mi colpirono molto all’epoca e anche oggi li trovo validi: Il posto delle fragole e Il settimo sigillo. Sono storie che inducono a scavare in sé stessi per capire, prima che sia troppo tardi, se la propria vita ha preso una giusta piega. Nel primo film un vecchio e stimato professore, attraverso un sogno fatto durante un viaggio in auto con la nuora, prende coscienza del proprio egoismo e degli errori commessi e riesce a dare una svolta agli ultimi anni della sua vita. Ovviamente nel film aleggia il pensiero della morte la cui imminenza spinge a fare un bilancio della propria vita e a riscattare gli errori commessi. Nel secondo il problema della morte è affrontato direttamente nella partita a scacchi del protagonista con la Morte, che egli tende a ritardare. E alla fine mostra il supremo gesto di altruismo, quando tende a distrarre la Morte per consentire ad altre persone incontrate sul proprio cammino di sfuggirle. Nonostante la serietà delle tematiche, entrambe le storie sono condotte con levità di toni, con delicatezza e amore e avvincono lo spettatore. Il terzo film mi sarebbe piaciuto indicarlo tra quelli di Kurosawa, un regista che amo molto, o di John Ford, oppure di Fellini, Scola o Zeffirelli. Storie come Rashmon, che toccano il tema della verità o La Famiglia, che ripercorrono tutta la vita dei protagonisti e mostrano anche la fatica di vivere, o Il Gattopardo rimangono impresse. Lascia un segno indelebile di condanna della guerra L’arpa birmana di Kon Ichikawa. Ma scelgo un film molto meno noto e che sembrerebbe perdente, al confronto: Il buio oltre la siepe. È una storia sulla giustizia, sulla rettitudine, sul rifiuto del razzismo condotta con efficacia e delicatezza e interpretata da uno splendido Gregory Peck all’apice della carriera. Sono tre film che hanno molto da insegnare e lo fanno in modo estremamente valido e piacevole. Potrei indicare molti altri film che fanno parte della mia collezione; si tratta di pellicole di genere molto vario e non tutte impegnate; perché anche nei film, come nei libri, mi piace alternare storie serie a quelle più leggere, che regalano un momento di serenità, come A qualcuno piace caldo, con un Jack Lemmon, Tony Curtis e Marylin Monroe e in stato di grazia, come il meno noto Joe Brown cui si deve la splendida battuta finale.

Ci parli dei tuoi imminenti impegni artistici, dei tuoi lavori e delle tue opere in corso di realizzazione? A cosa stai lavorando in questo momento? In cosa sei impegnato?

In questo momento più che ad impegni artistici, mi sto dedicando ad un altro mio utile hobby: la falegnameria. Sto costruendo la mia quarta libreria per la casa al lago, per cercare di dare una sistemazione alle cataste di libri che si stanno ammucchiando in casa disordinatamente. Ma tra gli impegni artistici ho in progetto di realizzare una serie di ritratti dei miei familiari e dei miei amici più cari. Probabilmente uno dei motivi, a parte quello ovviamente affettivo, è che si tratta di soggetti di cui conosco bene l’animo e quindi mi ispira tentare di far emergere dai loro volti e sguardi quel che più profondamente li caratterizza.

Una domanda difficile Mario: perché i nostri lettori dovrebbero comprare le tue opere? Prova a incuriosirli perché vadano nei portali online o vengano a trovarti nel tuo atelier per comprarne alcune.

Un dipinto va comprato solo se riesce a trasmettere un’emozione, se regala un sentimento positivo sia esso un ritratto, una figura, un paesaggio. Bisogna riflettere molto, prima di acquistarlo, perché poi ce lo troveremo sempre su una parete della nostra casa; se pensiamo che ogni volta che lo guarderemo ci darà un momento di gioia, allora vale la pena comprarlo. Non è un vestito che dopo un poco passa di moda e lo diamo via. E non dev’essere neppure un semplice arredo, una macchia di colore posta su una parete. Deve trasmetterci ogni volta che gli passiamo davanti una sensazione di piacere.

Se per un momento dovessi pensare alle persone che ti hanno dato una mano, che ti hanno aiutato significativamente nella tua vita artistica e umana, soprattutto nei momenti di difficoltà e di insicurezza che avrai vissuto, che sono state determinanti per le tue scelte professionali e di vita portandoti a prendere quelle decisioni che ti hanno condotto dove sei oggi, a realizzare i tuoi sogni, a chi penseresti? Chi sono queste persone che ti senti di ringraziare pubblicamente in questa intervista, e perché proprio loro?

Molte di queste persone non ci sono più. Mio padre era un medico: curava ricchi e poveri e da quest’ultimi non si faceva pagare ed utilizzava sempre formule gentili per non metterli in imbarazzo, dicendo che in quel momento non aveva tempo e che avrebbero provveduto in seguito oppure che era stato un impegno irrisorio che non richiedeva alcun compenso se non una stretta di mano. In questo modo mi ha insegnato il senso di solidarietà ed anche il rispetto della dignità altrui. Mia madre mi ha insegnato la riservatezza, il rigore morale e inculcato il senso del dovere. Di quanto mi abbiano dato alcuni dei miei professori ho già detto. Ma ho molti amici che mi sono stati vicini in momenti difficili della mia vita e che mi hanno dato molto in termini di affetto. Molti di questi sono amici fin dall’infanzia a Napoli; uno risale al tempo della mia terza elementare, e con lui, che è un bravo scrittore, parliamo di letteratura; uno è un amico che io definisco di seconda generazione, perché i nostri genitori fecero amicizia sui banchi di scuola, la consolidarono all’università ed entrambi furono medici e si videro tutti i giorni della loro vita. Altri sono amici conosciuti ai tempi del liceo e troppi dovrei nominarne: Arturo, l’amico delle elementari, Giuseppe, l’amico di seconda generazione, Luigi e Giuliana, compagni di classe del liceo, Raffaella, Fiorenza, Nuccio, Rosalba, Nicola, Nino, Pia, Omero, Gianni e Angela, Lelio e Annamaria, Franco e Fulvia, Antonio e Agata, Beatrice, Gabriella e Piero, che conosco da quando aveva pochi anni di vita, figlio di amici dei miei genitori. E voglio ricordare anche Enzo, Tonino, Mimmo, Teodoro e Walter, cinque amici carissimi che non ci sono più. Certamente ne ho dimenticato qualcuno e me ne dolgo. Per chi legge sono solo nomi, ma per me sono migliaia di ricordi, brani di vita, calore e sostegno; in due parole: amicizia vera. A Gabriella sono grato per avermi incoraggiato a dipingere; oggi sono debitore di Francesca Romana per avermi accolto tra gli effettisti.

Dove potranno seguirti i nostri lettori?

Sulle pagine Facebook degli effettisti.

Per concludere, cosa vuoi dire alle persone che leggeranno questa chiacchierata?

Spero di non averle annoiate con questo profluvio di parole. Ma aggiungo che leggere è una cosa meravigliosa, perché ci trasporta in altri mondi; immedesimandoci nei personaggi, ci consente di vivere vite diverse mentre si nutre l’anima. Ma anche ammirare un’opera di scultura o di pittura che ci piace, al di là del suo intrinseco valore artistico, ci può dare gioia. Io ho ereditato dai miei genitori i due acquerelli ai quali ho fatto prima cenno; ogni volta che li guardo mi viene da sorridere perché li trovo rasserenanti. Auguro che lo stesso possa avvenire ai nostri lettori.

Mario Bresciano

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Andrea Giostra

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