Profumo | di Mattia Mincuzzi | Mobmagazine

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Ci insegnano a dover vincere sempre, anche sovrastando un’altra persona, a essere i migliori e a fregarcene degli ultimi, e se sentiamo la parola “sconfitta”, ci dicono di lasciar perdere, che non è colpa nostra, di scaricare l’onere altrove e di allargare i paraocchi, invece di crescere.
Non ci rendiamo conto nemmeno del perché siamo qui, ridotti a miseri e passivi spettatori, invece che interpreti attivi.
La società si evolve tecnologicamente e a noi sembra bastare questo per abboccare all’esca della superficialità: lavoriamo di più, meglio, “smart” e più a lungo e non abbiamo consapevolezza di cosa significhi vivere, perché vogliamo sempre vincere e mai perdere. Ma la vita è anche sconfitta: vivere significa lottare per ciò che si vuole e farlo finché non lo si ottiene, significa cambiare le cose se non ci piacciono.

L’unica sconfitta è l’inattività.

Si può sempre fallire e ricominciare, puntando ad un obiettivo che sia umano, senza cadere nell’illusione dell’apparenza e senza perdere i nostri valori, soffocando la natura degli altri intorno a noi: più o meno questo significa essere umano, “essere umano”.

Dobbiamo essere in grado di saperci sdoppiare, di prendere il giusto tempo per lavorare, per divertirsi, anche per essere idioti, per amare e per riposare, ma per poi realizzare che c’è una necessaria caratteristica comune ad ogni momento, che è la comprensione del ruolo della nostra vita: siamo il palco, non il sipario.

Emanuele Macaluso, partigiano scomparso da poco, diceva: “Quello che è possibile fare, va fatto. E’ poco? Bisogna farlo. E’ molto? Bisogna farlo“.
Ognuno di noi può fare poco o fare molto, in ogni cosa, anche nelle proprie amicizie, relazioni, lavoro, sport, anche quando non sembra, ma è una sostanziale differenza dal non fare nulla o fare male: più o meno questo significa stare al mondo ed essere protagonisti della propria esistenza.

Dobbiamo ritornare alla vera sostanza della nostra realtà: l’analisi superficiale delle cose è, infatti, il principale mezzo per creare il vuoto nel dibattito sociale e far sì che la necessità di pensiero critico sia soppiantata dall’apparente importanza dell’inutile.

La nostra è una società che non ha nulla da dire e quindi quando si parla del nulla e si trasmette la superficialità abbocca appieno.

Questa apoteosi della superficialità la troviamo in tutti gli ambiti, i settori, con lo stesso, identico, risultato: nulla sta cambiando, evolvendo, o anche solo migliorando.
E noi dobbiamo provare a cambiare le cose, ad accettare di poter anche essere sconfitti, ma quindi di voler e saper lottare senza tirarci indietro, difendendo noi, i nostri affetti, le nostre passioni, i nostri valori, i nostri sogni e la nostra società: nostra, non di altri.
Poi magari arriveremo a 50 anni, che non ce l’avremo fatta e decideremo di pensare solo al nostro orticello, ma almeno con la consapevolezza di averci provato, di poter dire “io ci ho provato a cambiare le cose, io ci ho provato a diffondere la cultura della vita“.

Perché di questo si tratta, il saper vivere e sapere cosa significa vivere.

Altrimenti ti passa tutto di fronte, ti sfugge continuamente come fossi una semplice marionetta all’interno di una scatola di cartone che è la tua passività, comandato e preso in giro dagli altri.

E’ tanto. Va fatto.