Villa Deliella: da simbolo di un matrimonio di interessi a icona Liberty | di Giusy Pellegrino

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È di questi giorni la notizia dell’approvazione dell’istituzione del Museo del Liberty e dell’ itinerario dell’ Art Nouveau a Palermo, con il conseguente recupero alla memoria di uno dei simboli dello scempio perpetrato durante il Sacco di Palermo: Villa Deliella. Già nel 2015 gli architetti Giulia Argirorfi e Danilo Maniscalco presentarono una raccolta firme per la ricostruzione dell’edificio, sottoscritta da personalità importanti come Vittorio Sgarbi e gli eredi di Basile e Damiani Almeyda.

L’approvazione di questo progetto è stato voluto fortemente dall’assessore ai Beni Culturali e all’identità siciliana Alberto Samonà: “si tratta di un progetto ambizioso che unisce una visione e una progettazione innovativa degli spazi secondo i principi della rigenerazione urbana al recupero della memoria, valorizzando alcuni importanti luoghi-simbolo del Liberty. A questo proposito, sono felice di apprendere che è in corso una petizione per chiedere di aprire proprio Villino Ida alla pubblica fruizione, praticamente sposando il progetto su cui siamo impegnati oramai da mesi. I luoghi del Liberty sono molti e l’istituzione da parte del governo regionale dell’itinerario dell’Art Nouveau pone finalmente le basi per la nascita  di quel museo diffuso che ci consentirà di lasciarci alle spalle l’oblio dei decenni passati”

Villa Deliella fu progettata dall’architetto Ernesto Basile, nel 1898, su commissione dei coniugi Annita Drogo di Pietraperzia e Nicolò Lanza di Scalea, figlio di Francesco Girolamo, e completata tra il 1905 e il 1909 sotto la direzione di Salvatore Rutelli.

In Annita Drogo: la principessa villana Sonia Zaccaria scrive che Francesco Girolamo per dar modo al figlio Nicolò di poter contrarre un “matrimonio di interesse” con Annita Drogo, ottenne dal sovrano Umberto I il titolo di principe di Deliella, sita nel nisseno.

Annita era l’unica figlia di Rocco Drogo, astro nascente della borghesia siciliana vissuto a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, che accumulò immense ricchezze attraverso l’acquisizione di importanti comuni come Barrafranca, Pietraperzia, Mazzarino e Riesi ma anche con gabelle e usura.

La giovane sposa Lanza, che divenne principessa Deliella per le nozze contratte con il rampollo Nicolò, non fu mai accettata dall’antica nobiltà locale che la definì la “principessa villana”per via delle sue origini ma superiore a molte per ricchezza e, per questa ragione, scelse di rimanere a Pietraperzia e di non vivere a Palermo, a Villa Deliella, amata invece dal marito.

La situazione matrimoniale iniziò a mostrare le sue fragilità a seguito delle accuse mosse al coniuge dal Comune di Pietraperzia tra cui spiccava quella di non aver pagato la tassa di focatio.

Nicolò rispose tra le stesse pagine del giornale da cui partì la denuncia scrivendo che “ho pagato il rateo della tassa focatica imposta a mio suocero cav. Drogo, fino al giorno del dì costui decesso e che la mia permanenza provvisoria a Petraperzia, si deve al disbrigo degli affari ereditari, tra i quali quelli della tassa di successione e che la mia dimora non eccedette i sei mesi” ribadendo, in tal modo, il suo totale distacco dalla proprietà della moglie.

In realtà Nicolò spendeva di nascosto gran parte del patrimonio della consorte, donna oculata e parsimoniosa, per mantenere la sua vita agiata e i gravosi costi della villa palermitana: secondo voci di popolo Filippo Barile, un castaldo, rivelò ad Annita gli imbrogli del marito perdendoci la vita nel 1913 presso Camatrici.

Dell’omicidio venne accusato Nicolò e Annita ,nonostante il dispiacere avuto, per difenderlo sia da una probabile vendetta della famiglia Barile sia dalla giustizia, lo fece “esiliare” a Villa Deliella che divenne la “prigione” del principe fino al 1934, anno della sua morte passata in sordina.

Rimasta sola a Pietraperzia si occupò totalmente dell’amministrazione dei beni e delle amicizie che suo padre era riuscito “a farle istituire, quale supporto d’un casato che doveva scaturire, per durare nei secoli dalle sue viscere, ma che il fato poi vi si era opposto con tanto accanimento”.

La “principessa villana” morirà nel 1949 lasciando gran parte dei suoi beni e quelli del coniuge al nipote Franco Lanza di Scalea, figlio di Giuseppe, senatore e sindaco di Palermo.

Cosa successe a Villa Deliella? Il De Seta in Palermo- Le città nella storia d’Italia afferma che “nel 1954 su proposta della locale Soprintendenza ai Beni Culturali la villa venne vincolata, essendo una delle superstiti opere del Basile. Tre anni dopo il Consiglio di Stato revoca il vincolo con una motivazione formalmente ineccepibile: non erano trascorsi i cinquanta anni dalla costruzione dell’edificio, risalente al 1909. Dunque bisogna attendere che scocchi la fatidica data, ma il proprietario del piccone lesto ovviamente non attese che trascorresse il tempo previsto dalla legge, termine stupido, è inutile dirlo, e demolì la villa”.

Le varianti apportate al nuovo Piano Regolatore del 1959 prevedevano la distruzione, oltre che della suddetta villa, di tutti quegli edifici sorti nel periodo della Belle Epoque palermitana, lungo via Libertà dando così avvio al Sacco di Palermo, cui fautore fu il sindaco mafioso Salvo Lima e il suo assessore ai Lavori Pubblici, Vito Ciancimino. Il piano venne firmato il 28 novembre e lo stesso pomeriggio iniziò “l’omicidio” di Villa Deliella, privata degli arredi Ducrot e delle maioliche e l’opera di demolizione fu talmente devastante e veloce che già, nei primi giorni di dicembre, della villa non rimase più nulla.

Nel 1976 durante il processo per diffamazione all’ex senatore comunista Girolamo Li Causi, Vito Ciancimino fu interrogato su quello che possiamo definire “Caso Villa Deliella” affermando che “non ho tratto alcun vantaggio di nessun genere anzi posso dire che ho fatto inserire nel piano regolatore la zona come verde pubblico, perciò il principe Franco Lanza di Scalea non ha avuto alcun utile a demolire” anche se, dopo la sua cancellazione dalla storia architettonica della nostra città, si sollevò un coro di polemiche che portarono alle dimissioni del comitato che si occupò della redazione del Piano Regolatore.

Michele Russotto nel saggio La Sicilia negli anni sessanta del 1989, in merito alla vicenda Deliella, afferma che fu uno scempio urbanistico imperfetto perché nessun costruttore riuscì ad edificare l’area utilizzata prima come discarica per rifiuti e poi come autolavaggio all’aperto mentre Rosanna Pirajno, ampliando la veduta sul Sacco, sostiene che “la città ha fatto fuori Villa Deliella, distrutto il villino Fassini, il Villino Ugo, il Kursaal Biondo, incendiato il Villino Florio, abbandonato nel degrado lo stand Florio, trasformato l’edificio della Cassa di Risparmio e ceduto a privati il Villino Favaloro” quasi a voler annullare parte della sua identità storico-artistica.

La distruzione di Villa Deliella porta in sè infinite motivazioni a cui possiamo aggiungere la storia di un matrimonio sbagliato contratto più per opportunismo che per amore e la sua rinascita cancellerebbe, almeno in parte, una pagina triste della nostra città e della nostra terra.

Giusy Pellegrino 

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Laureata triennale in scienze storiche, nel 2017 si specializza col massimo dei voti in studi storici, antropologici e geografici con una tesi di storia medievale locale dal titolo "la spiritualità femminile nel XV secolo: l'esempio di Eustochia Calafato e il Monastero di Montevergini di Messina". Allieva dei docenti più illustri della facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Palermo tra cui possiamo annoverare Salvatore Fodale, Pietro Corrao, Patrizia Sardina, Maria Concetta di Natale e Daniela Santoro relatrice ed esempio importante per la sua formazione storica. Nel 2012 inizia il suo percorso in ambito turistico con l'acquisizione della qualifica di organizzatore di itinerari storico, artistici e culturali che la porta a svolgere un periodo di stage presso l'ex ufficio turistico della Provincia di Palermo e, nel 2019, acquisisce la qualifica di tecnico dell'accoglienza turistica. Nel 2018 inizia la sua collaborazione con l'ente di formazione Palermo Corsi dove insegna Storia e tradizioni di Palermo e, nello stesso anno, prende avvio la sua esperienza attiva in campo turistico con l' ASSOCIAZIONE TURISTICO-CULTURALE ITINER'ARS che da anni, attraverso importanti e proficui progetti, fa amare e conoscere le bellezze della nostra città, con particolare riguardo al Complesso del Gesù meglio noto come "Casa Professa", massimo esempio del barocco palermitano, e della Chiesa di Santa Maria degli Angeli detta la "Gancia". Attualmente è impegnata nella stesura di un saggio che verrà pubblicato in un libro scritto in collaborazione con i più importanti teologi gesuiti, progetto realizzato dal rettore di Casa Professa padre Walter Bottaccio Sj. Il suo motto è "la storia non va semplicemente scritta o letta ma vissuta".