Iginia Bianchi, pittrice Effettista, ci racconta la sua arte | INTERVISTA

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«L’artista vede, sente e percepisce ciò che l’uomo comune ignora (…) l’opera d’arte autentica non può essere classificata, spesso quelle facilmente leggibili sono molto più valide di quelle volutamente rese enigmatiche dall’artista che crede così di aver creato un’opera d’arte» (Iginia Bianchi)

Ciao Iginia, benvenuta e grazie per avere accettato il nostro invito. Come ti vuoi presentare ai nostri lettori? Chi è Iginia nell’arte e nella passione per le arti visive?

Sono io che devo ringraziare voi per avermi dato l’opportunità di presentarmi.

Sin dalla prima infanzia avevo la mania di dipingere.

Ho cercato d’infondere la passione per l’arte a tutti coloro che mi circondavano, familiari, alunni, amici, essendo del parere che l’artista vede, sente e percepisce ciò che l’uomo comune ignora.

Cercavo di infondere l’amore dell’arte a figli ed alunni con attività artistiche, dopo ogni gita scolastica organizzavo un concorso di poesia, arti figurative e fotografia, li esortavo ad essere originali e creativi, a soffermarsi a guardare scorci particolari e a non avere timore di esternare le proprie sensazioni. Nelle visite ai musei ogni alunno doveva fare da guida illustrando le caratteristiche delle opere, facendo notare le differenze di stile, in tal modo essi acquisivano padronanza e buone capacità critiche.

chi è invece Iginia Donna nella sua quotidianità? Cosa ci racconti della tua vita al di là dell’arte e del lavoro?

Iginia Bianchi

Sono stata sempre molto attaccata alla famiglia, a cui dedicavo tutto il mio tempo, i figli e i nipoti mi hanno sempre impegnata cercavo di coinvolgerli in attività artistiche, soprattutto nelle vacanze estive. Ancora oggi il presepe è molto caratteristico per le casette di cartone e cortecce di faggi, fatte da mio figlio a nove anni, mentre le tovaglie e i grembiuli dipinti da mia figlia ancora sono in uso. Accompagnavo sempre mio marito nei convegni di poesie in Ciociaria e a Napoli e nelle varie cerimonie di presentazione dei suoi libri.

Dopo la pensione ho frequentato un corso di canto gregoriano, che mi ha dato l’opportunità di cantare con monaci nelle chiese dell’Aventino e in altre abbazie, ispirando alcuni miei dipinti e di apprezzarlo in tutta la sua spiritualità e bellezza, grazie all’insegnante Etina Gessier. Ho cantato come soprano nel coro polifonico, il cui maestro David Ciavarella è stato veramente un grande per la pazienza e la disponibilità, infatti organizzò anche una tournée in Giappone dove ci siamo esibiti nel teatro di Osaka con un coro giapponese cantando non solo pezzi classici, ma anche arie italiane, (tutti i giapponesi conoscono O sole mio).

 Qual è il tuo percorso accademico, formativo e professionale che hai seguito quando hai iniziato a vestire i panni dell’artista di arti visive? Chi sono stati i tuoi Maestri d’Arte, se vogliamo chiamarli così, che ti hanno forgiato, che ti hanno trasmesso la passione per l’arte, le tecniche per essere una brava artista di arti visive, e che ti hanno accompagnato a fare i primi passi nel mondo dell’arte?

Purtroppo sono vissuta in un’epoca in cui le scuole d’arte erano considerate poco raccomandabili per le donne, mio padre, professore, le conosceva bene e non mi permise di frequentarle, allora vigeva la legge che le donne dovessero intraprendere la carriera d’insegnante e gli uomini quella di ingegnere, medico, avvocato e così fu.

Però ho avuto modo di coltivare lo stesso la mia passione, il mio primo maestro fu un pittore molto anziano, vicino di casa (Spatafora) bravissimo nel riprodurre ad olio dipinti di grandi artisti, era convinto che sarebbe diventato immortale.

Poi ho avuto la fortuna di frequentare la scuola marsicana di Ermanno Toccotelli, pittore conosciuto e stimato, che ci ha forgiati condizionandoci, facendoci capire che il vero artista deve creare, interpretare la realtà, pertanto non avrebbe approvato l’iperrealismo, considerava mediocri plagiatori e copisti, secondo lui l’opera deve scaturire dall’anima, poiché ognuno vede il mondo in modo diverso e personale, per questo ogni artista possiede una propria impronta e un proprio stile.

All’università ho seguito le lezioni del professore di Storia dell’arte Luigi Grassi, infatti l’argomento della mia tesi fu uno scultore francese Nicola Cordier.

Tutti i grandi pittori del passato sono stati miei maestri d’arte, la mia libreria è colma di tomi d’arte, che mi facevo regalare al posto di gioielli e futilità, ho apprezzato ed amato tutte le opere classiche e contemporanee, soprattutto quelle che mi trasmettono qualcosa, rimasi talmente colpita alla mostra di Picasso al Vittoriano, che mi commossi, le opere esposte non si potevano definire solo belle, ma sublimi.

Come definiresti il tuo linguaggio? C’è qualche artista al quale t’ispiri?

Riporto il giudizio di mio fratello Scultore Peppe Bianchi «Nella sua lunga carriera pittorica, l’artista dall’esperienza realistica, evolve negli anni ‘60 in un espressionismo particolare in cui con colori accesi e contrastanti, pennellate pastose e violente ci descrive il dramma più profondo dell’animo umano, per approdare, infine, in un surrealismo fantastico, concettuale, ispirato sempre alle problematiche esistenziali dell’umanità. Vediamo omini disorientati, soli, ombrelli volanti, città fantasma in un’atmosfera onirica, creata da varie atmosfere di grigio e sprazzi di luce che illuminano l’orizzonte e fanno sperare in un mondo migliore.»

Non mi ispiro mai a nessun artista in modo particolare, ho sempre cercato di essere autonoma, originale ed indipendente, cerco di creare, posso anche impiegare del tempo per maturare un’idea, che poi trasformo in pennellate e segni sulla tela, idea che può venire fuori da qualsiasi stimolo reale e pensato, rielaborato nella mente, esempio il dipinto ispirato ai monaci di San Saba nel giardino degli aranci, sarebbe diventato troppo banale per me se lo avessi dipinto in modo fotografico, sarebbe stato un dipinto anonimo, così ho creato un dipinto concettuale in cui predominano, l’infinito e l’immensità.

Tu Iginia, hai aderito alla corrente pittorica dell’Effettismo, capitanata da Francesca Romana Fragale e ai tanti altri artisti, accademici e personalità di grande cultura. Perché hai abbracciato questa corrente, quali i criteri che ti hanno convinta e cosa rappresenta per te essere effettista?

Io e Francesca Romana Fragale ci siamo conosciute alle mostre dei Cento Pittori di via Margutta e subito tra noi si è creata empatia, poiché ci accumunavano alcune opinioni, siamo state sempre grandi assertrici dell’indipendenza dell’arte, condannando la mercificazione delle gallerie e dei critici, avevamo desiderio di un’arte pulita, leale, avulsa da qualsiasi condizionamento, così quando mi ha proposto di entrare nella corrente come effettista honoris causa, ho accettato senza titubanze.

Da ragazzo ho letto uno scritto di Oscar Wilde nel quale diceva cos’era l’arte secondo lui. Scrisse che l’arte è tale solo quando avviene l’incontro tra l’“oggetto” e la “persona”. Se non c’è quell’incontro, non esiste nemmeno l’arte. Poi qualche anno fa, in una mostra a Palermo alla Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Riso, ho ascoltato un’intervista di repertorio al grande Gino de Dominicis che sulle arti visive disse questo: «Le arti visive, la pittura, la scultura, l’architettura, sono linguaggi immobili, muti e materiali. Quindi il rapporto degli altri linguaggi con questo è difficile perché sono linguaggi molto diversi tra loro … L’arte visiva è vivente … l’oggetto d’arte visiva. Per cui paradossalmente non avrebbe bisogno neanche di essere visto. Mentre gli altri linguaggi devono essere visti, o sentiti, o ascoltati per esistere.» (Gino de Dominicis, intervista a Canale 5 del 1994-95). Cosa ne pensi in proposito? L’arte esiste se esiste l’incontro tra l’oggetto e la persona, come dice Oscar Wilde, oppure l’arte esiste indipendentemente dalla persona e dal suo incontro con l’oggetto, come dice de Dominicis per le arti visive? Qual è la tua prospettiva da questo punto di vista e sull’arte in generale?

I grandi cultori dell’arte spesso hanno opinioni contrastanti, che si completano tra di loro, per rispondere ad Oscar Wilde potrei ricordare Michelangelo che si recava personalmente a scegliere il blocco di marmo per le sue sculture, che spesso venivano ispirate dalla forma del marmo, lui le sentiva, scaturivano dalla sua anima, non erano opere schematiche, fredde, nate solo da una conoscenza tecnica, per questo vederle scuote l’animo ed emoziona. Per completare il concetto di de Dominicis bisognerebbe ricordare che lui asserisce che il giudizio di un bambino vale più di quello di un critico, «gli unici esperti (d’arte) sono gli artisti, gli altri non possono essere degli esperti (d’arte) altrimenti la farebbero».

Riporto l’opinione di Rapisardi che condivido in pieno: «La bellezza dell’opera d’arte non risiede dunque nel perché e nel come, ma nell’attuazione di essa, non nella facilità o difficoltà dei mezzi adoperati, non nella grandezza o piccolezza del fine, ma nella vita che egli ha saputo infondere nell’opera sua, nell’illusione che ha saputo infondere nell’animo altrui.»

Solo coloro che hanno la sensibilità artistica nel DNA riescono a trasmettere emozioni agli altri: Quasimodo, Benigni e Dalla (per citarne alcuni), ragionieri di famiglia umile, ne sono l’esempio, sono impareggiabili, mio nipote al liceo per studiare la Divina Commedia ascoltava le declamazioni e le spiegazioni di Roberto Benigni.

Nel gigantesco frontale del Teatro Massimo di Palermo, la mia città, c’è una grande scritta, voluta dall’allora potente Ministro di Grazia e Giustizia Camillo Finocchiaro Aprile del Regno di Vittorio Emanuele II di Savoia, che recita così: «L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire». Tu cosa ne pensi di questa frase? Davvero l’arte e la bellezza servono a qualcosa in questa nostra società contemporanea tecnologica e social? E se sì, a cosa serve oggi l’arte e le arti visive in particolare?

Come ho già spiegato in altre occasioni, cercavo di sensibilizzare le coscienze degli studenti, facendo sì che amassero qualsiasi espressione artistica dalla musica alle arti figurative, li portavo a visitare musei, dove dovevano fare da guida, li esortavo a leggere testi classici, per questo facevamo teatro, dove si recitavano brani integrali, da Shakespeare a Pirandello, amavano recitare “La morte di Cesare” del grande drammaturgo inglese, li portavo anche ai concerti. Sono del parere che chi apprezza qualsiasi forma d’arte, acquisisca una sensibilità eccezionale che lo induce ad amare e rispettare il mondo.

Cito Kant «Nell’apprensione del sublime concorrono sia il sentimento estetico sia il sentimento morale; il sublime si presenta così come indice privilegiato della profonda armonia che sussiste fra mondo della natura e mondo etico della ragione, tanto che il primo può diventare simbolo del secondo».

Quando parliamo di bellezza, siamo così sicuri che quello che noi nati nel Novecento intendiamo per bellezza sia lo stesso, per esempio, per i ragazzi delle Generazione Z o per i Millennial, per gli adolescenti nati nel Ventunesimo secolo? E se questi canoni non sono uguali tra loro, quando parliamo di bellezza che salverà il mondo, a quale bellezza ci riferiamo?

La vera arte è eterna, vari esempi lo confermano, l’architettura greco romana, i monumenti del passato, Giotto, Dante, Michelangelo, Bach, Beethoven, Mozart, Leopardi, Manzoni e tanti altri non saranno mai dimenticati, sono immortali, i ragazzi li amano e apprezzandoli miglioreranno il mondo, dipende dai docenti, che devono creare empatia reciproca e rendersi conto che i discenti hanno delle doti immense, purtroppo i mass media non fanno nulla per valorizzare queste loro potenzialità.

Amo molto Kant, filosofo del ‘700, ma sempre attuale, la sua teoria del sublime è eterna e i ragazzi lo percepiscono, sanno benissimo riconoscere un’opera sublime da una mediocre.

«C’è un interesse in ciò che è nascosto e ciò che il visibile non ci mostra. Questo interesse può assumere le forme di un sentimento decisamente intenso, una sorta di conflitto, direi, tra visibile nascosto e visibile apparente.» (René Magritte, 1898-1967). Cosa ne pensi di questa frase detta da Magritte? Nelle arti visive qual è, secondo te, il messaggio più incisivo? Quello che è visibile e di immediata comprensione oppure quello che, pur non essendo visibile, per associazione mentale e per meccanismi psicologici proiettivi scatena nell’osservatore emozioni imprevedibili e intense?

Non si può fare una distinzione netta, Magritte dipinse i due amanti con il drappo per attirare l’attenzione dello spettatore rendendo l’immagine misteriosa, dimostrando che il visibile nascosto provoca emozioni imprevedibili, di fronte a questa immagine si resta attoniti, e ognuno la interpreta come vuole, sembrerebbe un’opera che desti riflessioni filosofiche sull’amore e sull’incomunicabilità. Secondo me non si possono definire opere valide quelle che contengono messaggi reconditi e condannare quelle di facile comprensione, l’opera d’arte autentica non può essere classificata, spesso quelle facilmente leggibili sono molto più valide di quelle volutamente rese enigmatiche dall’artista che crede così di aver creato un’opera d’arte. Questo concetto vale per tutte le espressioni artistiche come la poesia, Ungaretti con due semplici e chiare parole ha creato un verso immortale “M’illumino d’immenso”, così Quasimodo in una piccola strofa facilmente comprensibile ha racchiuso tutto il dramma della caducità della vita, dell’incomunicabilità e del tempo che vola: “Ognuno sta solo sul cuore della terra trafitto da un raggio di sole ed è subito sera”.

«…anche l’amore era fra le esperienze mistiche e pericolose, perché toglie l’uomo dalle braccia della ragione e lo lascia letteralmente sospeso a mezz’aria sopra un abisso senza fondo.» (Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, Volume primo, p. 28, Einaudi ed., 1996, Torino). Cosa pensi di questa frase di Robert Musil? Cos’è l’amore per te e come secondo te è vissuto oggi l’amore nella nostra società contemporanea?

L’amore descritto da Musil è quello impetuoso, passionale, giovanile, arrivata alla fine della vita posso affermare che il vero amore è stima, sesso, amicizia, affinità spirituali, se dovesse venire meno uno di questi componenti l’amore è destinato a fallire. Purtroppo nella società contemporanea spesso l’amore è concepito come attrazione sessuale. Inoltre anche uno sguardo profondo ed intenso può ingannare poiché non sempre gli occhi riflettono i veri sentimenti dell’animo, come asserisco nel mio libro “Amare sì, attenti…però!” (1985), anche Giostra nel suo libro “Novelle brevi di Sicilia” ci descrive l’attrazione sentimentale nata dalla visione di due occhi bellissimi e profondi, che turbano l’onorevole, ma questo non è amore… «Anais Nin scrive L’amore non muore mai di morte naturale. Muore per abbandono, per cecità, per indifferenza, per averlo dato per scontato… Le omissioni sono più letali degli errori consumati»

«Io vivo in una specie di fornace di affetti, amori, desideri, invenzioni, creazioni, attività e sogni. Non posso descrivere la mia vita in base ai fatti perché l’estasi non risiede nei fatti, in quello che succede o in quello che faccio, ma in ciò che viene suscitato in me e in ciò che viene creato grazie a tutto questo… Quello che voglio dire è che vivo una realtà al tempo stesso fisica e metafisica…» (Anaïs Nin, “Fuoco” in “Diari d’amore” terzo volume, 1986). Cosa pensi di queste parole della grandissima scrittrice Anaïs Nin? E quando l’amore e i sentimenti così poderosi incidono nella tua arte e nelle tue opere?

Penso che Anais si riferisca all’amore universale non solo quello passionale, allora potrei rispondere citando il mio piccolo libro “Amare sì, attenti però…” (1985 Centro Letterario del Lazio) scritto in risposta a quello di Leo Buscaglia “Vivere, amare, capirsi”: Il meschino e il superficiale non sapranno mai amare né gli uomini né il bello.

“Gabriella, (me) fin dall’infanzia, ha sempre amato ogni espressione della vita: un tramonto, un fiore, il gorgoglio dell’acqua, il ronzio di un’ape, il viso di un bimbo, il venditore di castagne, insomma la natura in tutta le sue incommensurabili variazioni… Il suono dell’organo di una chiesa turba a tal punto la sua anima, che vorrebbe scomparire nell’aria con le note di Bach o di Beethoven che danzano davanti ai suoi occhi… e una luce diffusa quasi ovattata, filtrata da vetrate verticali policrome… colori, musica e infinito… Ama talmente il prossimo e soprattutto i bimbi, che le loro sofferenze le dilaniano l’anima e, quindi, non è mai felice, per lei amore è sinonimo di angoscia…

Gli autori e i libri che secondo te andrebbero letti assolutamente quali sono? Consiglia ai nostri lettori almeno tre libri e tre autori da leggere nei prossimi mesi dicendoci il motivo della tua scelta.

Troppo riduttivo citare solo tre libri, io ne ho letti tantissimi di tutte le letterature ed esortavo i miei alunni a fare altrettanto poiché come dicono molti dotti chi legge vive molte vite, consiglierei di leggere Fromm, Hesse, che adoro, ma poiché tutti si aspetteranno i titoli di romanzi consiglierei “La Cattedrale del Mare” di Falcones, romanzo storico, ambientato nel XIV secolo in Catalogna, uno dei pochi libri moderni degno di essere letto per la bellezza della descrizioni non solo ambientali, ma anche psicologiche.

Per lo stesso motivo consiglierei “Il nome della rosa” di Umberto Eco, (Bompiani 1980), per approfondire la conoscenza della vita religiosa nei monasteri medievali, dove spesso regnava la grettezza e l’ignoranza.

Infine un testo di Antonino Zichichi “Perché io credo in colui che ha fatto il mondo” (Mondadori 2009) perché si sappia che “Non esiste alcuna scoperta scientifica che possa essere usata al fine di mettere in dubbio o di negare l’esistenza di Dio”.

Mi permetto di promuovere anche la lettura di scrittori che esaltano le loro terre come “Le novelle brevi di Sicilia” di Andrea Giostra e le poesie in vernacolo ciociaro di mio marito Alfredo Carè “Nustalgie” ( Aletti editore 2010) e le poesie “Nostalgias” di Patricia M. Vena.

Ti andrebbe di consigliare ai nostri lettori tre film da vedere assolutamente? E perché secondo te proprio questi?

“La vita è bella” di Roberto Benigni (film italiano 1997), rimarrà nella storia come uno dei film più belli sull’olocausto, opera sublime poiché l’orrore si trasforma in poesia.

“La ricerca della felicità” (USA 2007) protagonista Chris Gardner film umano e toccante, che rispecchia in pieno la situazione attuale, il cui protagonista, malgrado la sua intelligenza e capacità, deve lottare per un posto di lavoro.

“L’attimo fuggente” (1989 regista Peter Weir, protagonista principale Robin Williams) film che dovrebbero vedere tutti gli insegnanti e tutti i genitori tiranni. Veramente un’opera grandiosa per l’empatia tra docente e discepoli. I miei alunni, dopo averlo visto, salirono in piedi sui banchi salutandomi “O capitano, mio capitano”.

Ci parli dei tuoi imminenti impegni artistici, dei tuoi lavori e delle tue opere in corso di realizzazione? A cosa stai lavorando in questo momento? In cosa sei impegnata?

Mi piace dipingere tele enormi, mi piace percepire la profondità e l’infinto e solo la tela grande ti dà l’idea dell’immensità, non penso a mostre particolari poiché non amo la mercificazione, ho rifiutato l’invito ad essere inserita nei cataloghi della Mondadori e della De Agostini, ricevo centinaia d’inviti ma non rispondo mai, ormai sono stanca e delusa, frequenterò solo gli effettisti e l’A.I.A.M..

Una domanda difficile Iginia: perché i nostri lettori dovrebbero comprare le tue opere? Prova a incuriosirli perché vadano nei portali online o vengano a trovarti nel tuo atelier per comprarne alcune.

Quando penso che Van Gogh durante la sua vita vendette una sola opera mi consolo. Non sono un’abile commerciante, vendo solo se l’acquirente apprezza veramente i miei dipinti.

Se per un momento dovessi pensare alle persone che ti hanno dato una mano, che ti hanno aiutato significativamente nella tua vita artistica e umana, soprattutto nei momenti di difficoltà e di insicurezza che avrai vissuto, che sono state determinanti per le tue scelte professionali e di vita portandoti a prendere quelle decisioni che ti hanno condotto dove sei oggi, a realizzare i tuoi sogni, a chi penseresti? Chi sono queste persone che ti senti di ringraziare pubblicamente in questa intervista, e perché proprio loro?

Prima di tutto i miei genitori che mi hanno dato l’opportunità di diventare docente, che è una professione che dà molte soddisfazioni soprattutto nei rapporti umani, poi tutta la mia famiglia dal marito ai nipoti, che hanno sempre apprezzato molto le mie opere, tutti gli amici, e tutti coloro che mi hanno valorizzata senza fini di lucro, che ringrazio con tutto il cuore, ho superato anche l’amarezza di non far parte dei cento pittori di via Margutta, poiché mio marito me lo proibì.

Dove potranno seguirti i nostri lettori?

In tutto il mondo esisto solo io come Iginia Bianchi, quindi basta scrivere questo nome su Google.

Per concludere, cosa vuoi dire alle persone che leggeranno questa chiacchierata?

Grazie per essere arrivati fino alla fine e vorrei che riflettessero su questo pensiero dell’artista argentino Maxs Felinfer, che io ho avuto il privilegio di conoscere: “L’Arte è solo un’espressione dell’uomo. Qualsiasi altra pretesa è solo vanità.”

Iginia Bianchi

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Iginia Bianchi con Francesca Romana Fragale

IGINIA BIANCHI ARTE E VERITA’ Scritto e diretto dal regista Stefano Gabriele

Andrea Giostra

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Andrea Giostra al mercato di Ballarò a Palermo