Solitudine insieme | di Anna Avitabile

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La vita in un Consultorio ai tempi del Covid, dove solitudine e condivisione si alternano nell’attività lavorativa di diverse figure professionali, mentre si adeguano alle nuove norme di sicurezza.

Eli, come ogni giorno, entra nel Consultorio in cui lavora e percorre il lungo corridoio con pavimento e pareti di linoleum, che è stato abbellito, da qualche volenteroso operatore, con poster di famosi personaggi dei cartoni animati, per distrarre i bimbi in attesa di visita o vaccinazione. Procedendo, come di consueto, supera le porte di accesso a varie stanze, e arriva in fondo al corridoio, dov’è situato il suo settore, un po’ isolato dagli altri. C’è un cartello verde sulla porta, con su scritto: “bussare, per entrare”, Eli varca la soglia, sistema la borsa, la giacca, dà un’occhiata all’agenda, accende il computer e va a salutare i colleghi in accettazione, dove ritira la mascherina quotidiana, per poi far ritorno alla sua stanza.

Si tratta di un ambiente piccolo, dotato di arredi minimali: una scrivania, poche sedie, un armadietto metallico e qualche disegno attaccato alle pareti, opera di piccoli utenti che sono arrivati alla sua osservazione. Il tavolino-gioco in PVC con alcune sedioline impilabili, di marca e colori diversi, e un contenitore con svariati giocattoli, sono gli strumenti riciclati personalmente da Eli, per creare un ambiente adatto all’osservazione dei bambini.

A volte, la giornata parte lenta e vuota, altre scorre piena e velocissima. Non mancano giornate in cui gli imprevisti si succedono uno dietro l’altro, sconvolgendo i programmi precedentemente effettuati. Nel corso delle ore lavorative, generalmente, si alternano momenti di soddisfazione, di sconforto, di noia, di attesa, di stupore.

Ogni giornata è diversa dall’altra, anche se alcune dinamiche si ripetono ciclicamente, nella condivisione di spazi e attività con, più o meno, sempre gli stessi colleghi, ognuno con il proprio punto di vista.

Tra tutti loro, che non si sono scelti come gruppo, ma sono capitati insieme per caso, esistono relazioni antiche o recenti, simpatie ed antipatie, interessi comuni e divergenze d’opinione. Sul piano professionale, capita che ci siano vivaci discussioni sulle procedure, che, a volte, degenerano in rabbiosi scontri, altre volte producono patteggiamenti, dopo interminabili riunioni, altre ancora generano momenti di intesa immediata.

Non mancano, anche nei frangenti più critici, pause in cui festeggiare una ricorrenza e condividere qualche risata. Insomma, tra tutti loro, nel quotidiano orario di lavoro, scorre la vita, in tutta la sua complessità.

Al di là dei gesti abitudinari, come le corse col marcatempo, gli scambi della modulistica, la preparazione degli strumenti di lavoro, una pausa caffè al volo, c’è la professionalità di ognuno: medici, psicologi, ostetriche, infermiere, assistenti sociali.

Per Eli, ci sono i colloqui psicologici.

I suoi utenti, fino a poco tempo fa, sapevano che avrebbero trovato il solito cartello verde sulla porta, e, prima di entrare, lo avrebbero girato dal lato opposto, dove, su fondo rosso, c’è scritto: “colloquio in corso, non bussare” per poi accomodarsi su una sedia tappezzata in blu, piuttosto logora.

Oggi non è più così. Con la pandemia, i colloqui si svolgono da remoto. Soltanto in questo modo è possibile guardarsi in faccia, oltre che respirare liberamente, senza dover indossare la mascherina. Se avvenissero da vicino, ci sarebbe una barriera protettiva in plexiglass e la distanza minima di qualche metro, e poi Eli dovrebbe procedere all’igienizzazione delle superfici, dopo l’uscita di ogni persona.

Le carenze istituzionali non mancano e si cerca di tamponarle come possibile. Eli ha preferito il colloquio a distanza.

Così avviene che i suoi utenti, collegandosi direttamente da casa, risparmino il tempo per raggiungere il servizio e lo stress per, eventualmente, cercare parcheggio.

In compenso, devono individuare, nella propria casa, una postazione riservata rispetto agli altri familiari, con adeguato segnale WiFi, oltre a dover dividere cellulari, Tablet e computer tra i vari componenti della famiglia, impegnati nella DAD o nello smart-working. Insomma, in questa, come in ogni situazione, non mancano vantaggi e svantaggi ma, soprattutto, è indispensabile la capacità di ognuno di adattarsi al cambiamento.

Attraverso lo schermo del computer, Eli ascolta, annota, domanda, osserva, come prima faceva in presenza.

Il cartello sulla porta, artigianalmente prodotto, che garantiva, il più delle volte, il rispetto della privacy dei colloqui, ha perso valore, poiché diventa forzato il gesto di girarlo ad ogni nuovo colloquio, ora che nessuno entra ed esce. Può capitare, così, che venga dimenticato, causando, nel mezzo di una consulenza, qualche incauta invasione nella stanza.

Intorno alle dieci, oggi, Eli è al secondo appuntamento della giornata, si tratta di una richiesta spontanea da parte di una madre per il figlio. Non è il primo incontro, e nel corso di quelli precedenti sono già emersi alcuni elementi preoccupanti, nell’ambito di una vicenda familiare triste e segnata da un notevole disagio socio-ambientale.

Eli continua ad ascoltare, domandare, osservare. I minuti, intanto, scorrono. Manca poco al completamento del tempo previsto per terminare il colloquio, quando coglie un dettaglio nuovo, che le fa formulare un’idea precisa nella mente.

No, pensa dentro di sé, non può essere quello che sta ipotizzando, mentre riflette su qualche domanda più specifica da porre e osserva con maggiore attenzione quello che accade in risposta. Le parole pronunciate, l’espressione del volto, il tono della voce, gli atteggiamenti, tutto quello che vede accadere attraverso lo schermo del computer sembra significativo. No, no, continua a ripetere a sé stessa, non sarà quello che sto pensando. E prosegue il suo lavoro, scrivendo, ogni tanto, qualche appunto sul foglio.

Il tempo stringe e bisogna chiudere il colloquio. Gli elementi a conferma della sua ipotesi continuano a delinearsi con evidenza, non si può non tenerne conto, poiché tutto converge in un’unica direzione. Eli si rende conto che ci sono indicatori sufficienti per proporre ai colleghi coinvolti nel caso una segnalazione all’Autorità Giudiziaria.

Si apre, così, un percorso difficile, che, purtroppo, non rimarrà nelle quattro mura della sua piccola stanza.

Concorda il successivo appuntamento e, dopo l’ultimo sorriso di commiato alla giovane donna, chiude il collegamento. Quindi, rimane immobile nella stanza, rattristata all’idea di aver visto ciò che è invisibile agli altri, e contagiata da un dolore sordo, al pensiero di esistenze che scorrono ignare dei loro diritti fondamentali e della gravità di ciò che accade nelle loro vite.

Le costa un immenso sforzo scrivere l’ultimo appunto sulla carta, dato che quelle parole, di piombo, andranno citate così come sono state dette, mentre è evidente che chi le ha pronunciate non si è ancora reso conto del loro peso.

Poi si alza, indossa automaticamente la mascherina, che rappresenta il lasciapassare verso l’esterno, e, mentre, come un automa, attraversa il corridoio facendo lo stesso percorso della mattina al contrario, sente di pesare cento chili più del solito.

Si dirige, automaticamente, verso la stanza di una collega.

Nel corridoio incrocia poche persone. Da quando è iniziata la pandemia, infatti, le modalità di lavoro sono gradualmente cambiate, prima ci sarebbe stata una gran confusione, tra bambini su tricicli, nonni o genitori che intrattenevano i più piccoli con canzoncine e filastrocche, donne in attesa di visita ginecologica, intente a chiacchierare o a litigare per l’ordine di arrivo.

Da quando sono stati emessi i vari DPCM che definiscono le norme di comportamento di contrasto al Covid 19, invece, il corridoio è desolato, tuttalpiù si incontra qualcuno in cerca di una lettera e un numero, indicatori di una specifica stanza, come nel gioco della battaglia navale, P7, G9, A4, visto che alcune di queste sono state destinate ai nuovi operatori dell’emergenza e le visite urgenti vengono convocate tassativamente ad orario.

Non fa caso a nulla, Eli, mentre ha davanti agli occhi soltanto lo scenario appena ricostruito e le scelte che si dovranno compiere.

Attraversando lo spazio desolato del corridoio, immersa nei propri pensieri e con un’espressione particolarmente corrucciata, arriva finalmente alla stanza che ha in mente, si affaccia sull’uscio, vede la collega, regolarmente seduta dietro la scrivania e rimane in silenzio. L’altra, sistemandosi prontamente la mascherina, la guarda con espressione interrogativa, e non ricevendo alcuna risposta, le chiede di cosa si tratta.

Eli pronuncia solo il nome del bambino e poi rimane in silenzio, con la fronte corrugata e gli occhi che parlano, perché non ci sono parole che renderebbero meglio quello che avrebbe da dire.

La collega fa mente locale sul caso da lei stessa accolto recentemente, per la presenza di problematiche ricorrenti e, poi, indirizzato alla psicologa. Prova a dire, no, ti prego non dirmi che…..quindi si blocca, mentre i loro silenzi, eloquenti, si confermano reciprocamente. Purtroppo si tratta di una tematica sulla quale si sono già confrontate di tanto in tanto, la più delicata e tragica tra quelle che possono capitare in un Consultorio.

Si guardano negli occhi e i loro sguardi sono perfettamente allineati, come i pensieri e le emozioni che infrangono i loro cuori. Ci sarà tempo per scambiarsi i dettagli.

Si tratta, purtroppo, di evidenze che nessuno vorrebbe mai confermare, fanno male come un pugno nello stomaco, che stupisce anche se te lo aspetti, perché speri, fino all’ultimo, che non sia così.

Da ora in poi, entrambe sanno che si troveranno in una bolla, poiché, come è avvenuto in altre occasioni, potrebbe farsi il vuoto attorno a loro e renderle sole insieme. È una di quelle vicende che scatenano dubbi e reazioni divergenti, e che prevedono strade tortuose da percorrere, dense di tranelli e responsabilità.

Forse qualcosa di simile avviene quando chi, tra loro, è medico si trova a formulare una diagnosi particolarmente infausta e rimane solo con il suo paziente, dopo aver abbattuto, in un attimo, il mondo di certezze illusorie sulla salute e sulla guarigione, nutrite fino a poco prima, mentre si aprono le porte all’incertezza sull’evoluzione successiva.

Allo stesso modo, di fronte ad una madre che, pur amando il proprio bambino, non rappresenta più la sua sicurezza, ci si ritrova al confine delle procedure ordinarie, su un terreno franoso e solitario. Si deve salvare il salvabile, a costo di sacrificare qualcos’altro.

In questo caso, agli operatori sanitari toccano passaggi dolorosi da compiere, devono calibrare azioni e parole, distinguendo in ciò che è ancora indefinito, ciò che può essere oggettivo, devono attivare nuove procedure e sperare nella continuità degli interventi, oltre le mura del Consultorio in cui lavorano.

Per avviare tutto ciò bisogna abbattere un vero e proprio muro, quello stesso che, come una barriera invalicabile, può nascondere, nella sfera intima di ogni famiglia, verità complicate.

 

Soltanto quando tutti i passaggi saranno compiuti, quello che, oggi, è solo un sospetto fondato potrà divenire certezza ed essere affrontato nella maniera più opportuna.

La distanza dagli avvenimenti e dalle emozioni che il passare del tempo regalerà a ciascun professionista, unita alla conferma delle diagnosi e, magari, anche ad evoluzioni positive, alla fine, li gratificherà per il lavoro svolto, tanto più se esso sarà stato condiviso tra due o più persone.

Come spesso avviene, ripensare alle situazioni, dopo che è passato tempo, le fa apparire in una luce più chiara, rispetto a quando le si attraversa, travolti dalle emozioni.

Allo stesso modo, ad un anno di distanza dall’inizio di questa strana guerra contro il Covid 19, che ha messo a dura prova chiunque, su diversi piani, si può ripensare a come una mascherina nasconda un viso, ma metta anche in evidenza uno sguardo, per chi sa dargli valore, oppure a come il virus distrugga vite, ma dia maggior valore a quelle che restano, se si vogliono celebrare nella loro unicità o, più in generale, si può ripensare a come tutto ciò che appare disfunzionale nel quotidiano, che affatica, distorce, amareggia, possa offrire l’opportunità ad ognuno di distinguere ciò che non lo è, per poi cercare di farlo brillare.