Caltabellotta la magnifica, terra di santi e di condottieri

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Aeroporto di Berlino-Tegel, quindici luglio 1990. Lascio a malincuore Berlino, ho completato il mio lavoro ed è tempo di rientrare. Una minuziosa ricerca del passato, alcune settimane prima, mi aveva portato da Monaco a Colonia e poi a Berlino. Per una che non parla tedesco ho raccolto abbastanza materiale per il mio nuovo romanzo. Sono in attesa del volo con molti altri passeggeri, passaporto e carta di imbarco in mano rivolgo un ultimo sguardo alla città che mi saluta con la pioggerellina. Finalmente si apre la porta che ci collegherà direttamente, attraverso un braccio, all’aeromobile in partenza per Palermo-Punta Raisi. Raggiungo il mio posto numerato e trovo già sedute due donne; una giovane di circa trenta anni, e un’altra parecchio anziana. Le saluto e dopo avere riposto nella cappelliera il mio bagaglio a mano prendo posto accanto alla signora. Durante la fase di decollo regna un grande silenzio e gli sguardi di tutti sono fissi rivolti verso la cabina di pilotaggio. L’anziana signora seduta accanto a me esprime la sua paura con un’espressione tipicamente siciliana. <Cori di Gesù aiutani tu.> (Cuore di Gesù aiutaci.> Poi, dopo che l’aereo si è stabilizzato ha iniziò un brusio rilassante. Con gli occhi socchiusi guardo la signora seduta accanto a me per capire se è ancora impaurita, ma inaspettatamente vedo che si gira verso di me sorridendo. <Torni a la  casuzza beddra meia?> (Torni a casa bella mia?> < Si > La giovane che le è accanto, le poggia una mano sul braccio e le parla sotto voce. <Nonna lascia stare la signora, forse non le va di parlare.> Sfodero uno dei miei sorrisi bonaccioni e rassicuro entrambe. <Non mi disturba affatto, tutt’altro l’ascolto volentieri.> La nonnina rassicurata dal mio consenso riprende subito a parlare. < Siciliana si?> (Sei siciliana?) < Si, siciliana sono, orgogliosamente siciliana. > < Accentu n’ai picca, un capisciu di quali paisi si.> (Non hai accento e non capisco di quale paese sei.) <Sono di Sciacca.> <Allura semu vicini, niatri semu di Cataviddrotta.> (Allora siamo vicini, noi siamo di Caltabellotta.) < Davvero? Io ho dei parenti a Caltabellotta.> La guardo e vedo i suoi occhi illuminarsi al solo sentire nominare il suo paese. La giovane mi porge la mano presentandosi. <Sono Luisa e questa è nonna Pina. La mia amata nonnina. Stiamo rientrando al paese, non vuole più vivere in Germania, vuole tornare nella casa dove è nata e vissuta prima di emigrare.> Nonna Pina mi guarda con espressione orgogliosa < Vogghiu muriri a Cataviddrotta.> (Voglio morire a Caltabellotta.) Tra piccoli sorrisi, lenti sospiri e melanconici ricordi mi ripete quanto è bella la sua Caltabellotta. Luisa tenta più volte di interrompere questo suo racconto solitario, ma senza successo. <Nonna smettila di parlare, la signora conosce di certo il nostro paese.> Nonna Pina con un’espressione fiera la mette a tacere. < Sulu un paisanu canusci lu so paisi.> (Solo un paesano conosce il proprio paese.) Immediatamente intervengo. < Luisa lasciala raccontare.> Nonna Pina si immerge nel suo mondo di ricordi e continua parlare del suo paese. Cullata dal racconto della donna, entro anche io nel mondo dei miei ricordi caltabellottesi.  Inforco i miei Ray-Ban, chiudo gli occhi e come in una vecchia pellicola rivivo i luoghi dell’amata Caltabellotta. 

Come per magia rivedo la zia Virginia, innamoratissima ed orgogliosa di Caltabellotta. Nella bella stagione, capitava spesso, che con la prozia andavo a passeggiare davanti la spianata della matrice ed ascoltavo in religioso silenzio le bellissime storie che mi raccontava. Personaggi reali e di fantasia. Cavalieri che lottano per il potere. Dame che tessono intrighi d’amore e cortigiane che suscitano passioni. Tante storie così intrigate da fare invidia al grande Williams Shakespeare. 

Caltabellotta sorge su di un pianoro roccioso con alle spalle uno sperone di roccia chiamato “Pizzo o Monte Castello”. Per il suo immenso valore archeologico, artistico e storico è una delle più importanti cittadine feudali della Sicilia. L’antica necropoli Sicana, la chiesa di Sant’Agostino, la chiesa del Carmine, la villa comunale, la Pietra e la Badia, sono sempre stati i luoghi della memoria, ma i luoghi del cuore, sono e saranno sempre l’Eremo di San Pellegrino e la chiesa Madre. L’Eremo di San Pellegrino, per me, è sempre stato un luogo di grande misticità e di grande fede. La leggenda narra del monaco Pellegrino che fu mandato in Sicilia da San Pietro affinché convertisse i pagani. Quando il monaco giunse a Triocala trovò una popolazione terrorizzata da un ferocissimo drago che si nutriva di umani. Pellegrino andò sul monte con la sua grande fede ed il suo bastone che non abbandonava mai. Quando incontrò il Drago lo minacciò con il suo bastone, questo difronte al grande coraggio del santo monaco indietreggiò e scivolò nelle viscere della terra. La gente di Caltabellotta grata a Pellegrino per averli liberati dal drago lo volle come protettore. Un altro dei miei luoghi del cuore, è la basilica-chiesa madre, una maestosa struttura in stile normanno, edificata su di un pianoro al limite di uno strapiombo con antistante una grande spianata. 

Ogniqualvolta mi è possibile torno in quel magico luogo, chiudo gli occhi e mi rivedo bambina a passeggiare mano nella mano con la zia che mi racconta le storie inventate da lei. Oltre ai luoghi del cuore, di Caltabellotta, amo ricordare i profumi, i sapori, i colori e soprattutto la gente del cuore. Le grandi tavolate di San Giovanni strapiene di tantissime frittate, formaggi, salumi, olive verdi e nere e tantissima carne arrostita alla brace. I dolci meritano un ricordo a parte: ve ne erano con la ricotta, con la crema, con la zuccata e con le conserve di frutta preparata dalle donne. Insomma vi era tanto di quel di ben di Dio che alla fine del pranzo tutti tornavano a casa con il “piccio”  (contenitore per alimenti cotti.) stracolmo di pietanze. Tutto questo era sempre organizzato e gestito con grande affetto da Bastiano e da Palma. La raccolta delle olive, la processione dell’oro di Maria SS. Dei Miracoli, la passeggiata alla pietra e tanti altri avvenimenti li porto sempre nel mio cuore. 

 L’hostess che ci chiede di allacciare le cinture, mi riporta alla realtà.  Sento la nonnina che radiosa mi chiede. <Hai intisu chi cosi belli chi ti cuntavi di lu me paisi?> (Hai sentito che belle cose ti ho raccontato del mio paese?) <Si, si, Caltabellotta è bellissima.> <Veni a truvarimi.> (Vieni a trovarmi) <Certo, verrò> 

Caltabellotta la grande, dove storia e leggenda si incontrano, dove arte e cultura arricchiscono palazzi e chiese, dove hanno vissuto eroi, dame, santi e demoni. Caltabellotta che emoziona in tutte le stagioni. In primavera ed in estate vive con le fate ed in inverno si trasforma in un immenso presepe. Difficile narrare o descrivere Caltabellotta; Lei va visitata, scoperta e amata. Io ho raccolto la grande essenza di questo paese ascoltando il suo messaggio: le sue stupende albe mi illuminano l’anima ed i suoi tramonti che mi aiutano a vivere nella tempesta. Caltabellotta gioiello prezioso di uno scrigno chiamato Sicilia. 

Betty Scaglione Cimò