Tangoterapia Alzheimer | di Anna Avitabile

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Credo che, in tempi di Covid, la tangoterapia, tra le svariate attività riabilitative per pazienti con disturbi neurologici, sia stata sospesa ovunque si facesse. Il virus, paradossalmente, ha colpito proprio due elementi fondamentali del tango: la vicinanza e l’abbraccio. Per me, questa attività ha rappresentato uno spiraglio di luce in un periodo buio, quando un ordine di servizio inaspettato mi ha catapultata in una Residenza Sanitaria per Anziani, in mezzo a pazienti affetti da Alzheimer, campo in cui non avevo alcuna esperienza. Mi facevano compagnia le mie tirocinanti, due giovani studentesse che con l’entusiasmo proprio della loro età mi avevano seguito, senza battere ciglio. Loro, sicuramente, più elastiche e adattabili di me, che, probabilmente, con l’età, comincio ad arrugginirmi. Così, ci siamo trovate coinvolte nelle sessioni di tangoterapia, condotte da Marco, arteterapeuta della residenza.

 

Prima che l’attività abbia inizio, gli operatori accompagnano gli ospiti nella palestra, unico spazio abbastanza ampio. Conducono a gruppetti quelli che sono in grado di camminare e, singolarmente, quelli che non sono autonomi, cercando di coinvolgere anche i meno assidui, mentre qualcun altro si dedica alla preparazione della stanza, in modo che possa contenere in cerchio tutti i partecipanti.

Si inizia con il riscaldamento corporeo, con alcuni semplici movimenti degli arti e qualche  dondolamento, al quale segue un giro di scambi verbali, in cui Marco chiede a turno, ad ognuno, come si sente. Qualche ospite farfuglia poche parole con difficoltà, qualcun altro risponde formalmente “bene”, qualcun altro ancora si lamenta per quello che non può fare o avere. E’ faticoso per Marco farli esprimere, richiamando costantemente la loro attenzione sul “qui ed ora”. 

Anche gli operatori sono invitati a parlare. Noi tre, neofite, siamo emozionate e curiose, come anche qualcun altro, che, evidentemente, non partecipa regolarmente. 

Nel frattempo, incontro lo sguardo sorridente di Carmela, che sta seduta tranquilla e, dalla sua sedia, manda baci ai presenti. Ogni tanto ripete, con tono pacato e soddisfatto, una frase fatta di parole senza senso, sempre la stessa: <<Ischia, Napoli, bariletto, tutta Napoli verace>> lasciando aperti mille pensieri su cosa possa significare.

Guido, magrissimo, di punto in bianco si alza in piedi, poi si siede, si alza di nuovo. Prontamente Amalia, l’infermiera che sta accanto a lui, lo invita, delicatamente, a risedersi. Lui rimane sulla punta della sedia e, dopo un po’, comincia a picchiare le mani sulle gambe, ripetendo il gesto con un ritmo fisso. Si ferma per un attimo, quando Marco lo invita a non fare rumore per non disturbare gli altri, quindi fa il saluto militare, portando la mano a mo’ di visiera sulla fronte, in senso di assenso, e poi riprende ad eseguire il gesto, come se nulla fosse. 

Anche Edoardo, all’improvviso, si alza, saluta educatamente con i gesti, emettendo suoni al posto delle parole, eh eh……sce sce sce…..fa per andare via, col suo passo incerto, ma appena l’educatore gli rivolge la parola per invitarlo a rimanere, fa un giro su se stesso e torna alla sua sedia, sillabando bé bé…. 

È il turno di parlare di Giancarlo, il più giovane del gruppo, che dalla sua carrozzina, scuote la testa, desolato, non c’è nulla che possa aiutarlo, le cose vanno male, anzi malissimo, non c’è speranza, non riesce più a camminare. Ha gli occhi languidi, mentre pronuncia poche parole disfattiste con un tono di voce flebile, che contrasta con la sordità che costringe, invece, Marco ad alzare il suo tono per farsi sentire.

Marina, da poco arrivata nella residenza, invece, appena viene invitata a parlare, inizia, come un fiume in piena, e non si ferma più, raccontando che qui sono tutti bravi e gentili, ma suo padre è stato tanto cattivo, e lei aveva paura, non poteva contraddirlo, faceva come diceva lui, ma lui è stato davvero cattivo con lei. E, nella ripetizione perseverante delle stesse frasi, sembra rivivere, di continuo, un passato che deve averla ferita nel profondo, pronunciando parole che forse ha tenuto dentro fino a quando non si sono allentati i suoi freni inibitori. Continua così il suo monologo, opponendosi agli sforzi del terapista di riportarla al presente. 

Raimondo, che d’aspetto ricorda zio Fester, all’improvviso si alza e si dirige verso una delle mie tirocinanti, per invitarla a ballare, mentre Marco gli fa notare che non c’è ancora la musica. Quindi torna al suo posto, con l’atteggiamento di chi non aveva fatto proprio caso al dettaglio. Il suo unico modo di esprimersi è mimico, infatti solitamente non articola parole o frasi. Porta un camice lungo, abbottonato dietro la schiena, perché mette sempre le mani nelle mutande e questo è l’unico modo di impedirglielo, salvaguardando, così, la sua partecipazione alle attività di gruppo, dopo adeguata disinfezione. 

Può capitare che durante il faticosissimo scambio di impressioni, a tali imprevisti, si aggiunga l’apertura inopportuna della porta, per qualche comunicazione di servizio, rendendo sempre più difficile mantenere il delicatissimo filo della comunicazione.

Poi, Marco fa partire i primi brani e invita tutti, operatori e ospiti, a ballare. La musica si diffonde nella stanza, languida, nostalgica, suadente, e ognuno fa quello che può. Qualcuno fisicamente abile, ma privo di linguaggio, come Raimondo o Gennaro, non fa fatica, come se fosse un abituale “milonguero”, ad utilizzare gesti del corpo e sguardi per invitare a ballare, scegliendo accuratamente la persona preferita. Chi è in sedia a rotelle muove le braccia o resta fermo, a meno che non venga portato da qualcun altro in percorsi roteanti a tempo di musica.  Giancarlo, ad esempio, riesce ad alzarsi dalla sua carrozzina, grazie all’aiuto della sua fisioterapista e, trasportato dalla musica, riesce a fare anche minimi spostamenti. Le coppie sono miste o omogenee, non è importante. Per i più restii ci sono vari operatori, Amalia, Carlo, Rosalba, Francesco, pronti a spronarli.

Scorrono le note di pezzi famosi: Besame Mucho …..Violino Tzigano….Il Tango delle Capinere….e poi un brano che mi arriva dritto al cuore: “To tango tis Nefelis”.

Sulle prime note cadenzate del “Tango delle nuvole”, si innesta un violino struggente. Guido, intanto, ne sta impugnando uno fantasma e fa andare l’archetto su e giù, in perfetta sintonia con lo strumento vero, la cui musica fuoriesce dalle casse collegate al cellulare di Marco. 

“Il nastro d’oro che Nefeli portava nei capelli per distinguersi dagli altri lavorando nel vigneto, son venuti due piccoli angeli e gliel’han rubato”

Carmela volteggia ignara di che giorno sia o di dove si trovi, sorride beata, facendosi guidare da Francesco, un infermiere. Il suo corpo dimostra meno dell’età cronologica, come anche la sua voce, quando ripete le sue parole stereotipate, che potrebbero anche racchiudere qualche messaggio in codice. 

“due piccoli angeli, che nei loro sogni desideravano Nefeli per darle da mangiare melagrana e miele, così che lei dimenticasse i suoi desideri, la ingannarono“

Edoardo scuote la testa, rifiutando gli inviti a ballare di chiunque gli si avvicini. L’unica donna a cui si concede è la biondina, con gli occhi chiari, l’operatrice socio-sanitaria che lo accompagna ogni giorno a telefonare a casa. Anche se, generalmente, non articola parola, in quell’occasione riesce, stentatamente, a pronunciare il nome della donna all’altro capo del telefono, Anna, che è madre, sorella, moglie e figlia allo stesso tempo, e si commuove ogni volta che ascolta il suono della sua voce. Qualcosa di simile lo trasporta verso la sua operatrice di riferimento, solo che un giorno la ama e la cerca, come la sua unica ancora di salvezza, e un altro la insulta e la aggredisce, magari dopo un turno di riposo, dopo che si è sentito abbandonato e tradito.

“giacinti e gigli le han rubato l’aroma e lo indossano”

Gennaro, da un po’ di tempo raccoglie fogli e penne che trova in giro e non se ne separa mai, come se ne temesse il furto. Fa fatica a lasciarli sulla sedia, quando si ritrova nel salone del tango. E’ combattuto tra il custodire gli oggetti per lui preziosi e il richiamo della musica e del ballo, nel quale non perde occasione di dare prova di modi cavallereschi e senso del ritmo. Gennaro, solitamente, pronuncia frasi semplici e formali, ma non ricorda nulla delle risposte. Ogni volta che mi vede, dice: buongiorno signorina, come vi chiamate? 

“i cherubini, lanciandole frecce, la deridono”

Qualcuno, all’esterno, passando davanti alle vetrate della palestra, guarda ciò che avviene dentro la stanza, ridacchia e strattona il suo compagno. Vede una scena grottesca, attrezzi per la fisioterapia addossati ai muri perimetrali, sedie e carrozzine disposte a cerchio, al centro coppie stravaganti, chi in tuta da ginnastica, chi in pantalone e casacca da sanitario, di diversi colori. Coppie che si muovono in maniera rigida, oppure che volteggiano da un capo all’altro dello spazio a disposizione, qualcuno in precario equilibrio e qualcun altro che, invece, sostiene opportunamente, ma tutti guidati dalla stessa musica, avvolti in abbracci che accolgono, stringono, sorreggono. Chi sta fuori, non sente la musica, vede quello che manca, non il prodigio di ciò che accade nella stanza.

“ma il buon Zeus le porta l’acqua della felicità, la trasforma in nube e la disperde in modo che non possano trovarla”

Può capitare che Carmela, Raimondo, Gennaro, Maria, mentre ballano, intonino il ritornello di qualche canzone più nota, come se fosse la cosa più naturale del mondo, qualcuno pronunciando suoni che non saprebbe articolare altrimenti, qualcun altro mentre compie movimenti con una fluidità inconsueta.

“Nana…..nanana…..nanà nana……nanana……nanà…..nanananà….nananananà……”

Marina muove le mani a tempo di musica, stringendo con una delle sue quella di Ida, la sua vicina, in carrozzina come lei, entrambe capaci di ricordare e di condividere sensazioni, rendendosi conto delle funzioni motorie che non ci sono più. La loro lucidità, in questo caso, rincara la dose di amarezza. 

Ecco, nell’era pre-Covid, qualcosa del genere poteva accadere nella tangoterapia di un lunedì qualsiasi. La musica sembrava accendere scintille dentro ognuno dei partecipanti, non solo degli ospiti, portandoli in altri luoghi e in altri tempi, che prendevano vita, a sprazzi, in quel momento. 

Non solo la musica, ma anche i rituali e l’abbraccio propri del tango sollecitavano alcune catene neuronali sopite, che potevano accendersi e vibrare, anche se per poco. 

Così, tra gli ospiti, poteva avvenire che persone ingannate dai loro sintomi in ogni gesto quotidiano, derubate dall’Alzheimer di alcune funzioni, e, per questo, facile preda di derisione, stranamente, trovassero qualche forma di felicità nel loro vivere disperse tra le nuvole, rivitalizzandosi attraverso il linguaggio del corpo, mezzo di comunicazione più antico delle parole.

Tutti potevano trovare benessere nell’essere contenuti e accolti nelle braccia di un altro. I più assidui potevano migliorare nell’equilibrio, nella coordinazione, nella postura, come anche nell’umore. 

Ospiti e operatori, contemporaneamente, lavoravano sulla capacità di affidarsi all’altro o di trasmettere sicurezza, sviluppando consapevolezza della propria corporeità, del proprio ruolo, condividendo spazi e tempi, con un obiettivo comune, quello di esplorare le risorse personali e, allo stesso tempo, massimizzare le attitudini dell’essere umano, attraverso la speciale combinazione di musica, danza, esercizio e incontro, che il tango può offrire.

La residenza è stata, poi, trasformata in centro Covid, gli ospiti sono stati trasferiti in altri luoghi ed io sono tornata al mio lavoro routinario.

Dedico questo ricordo prezioso agli ospiti che sono andati via, dispersi tra nuvole più o meno lontane: Giovanni, Eugenio, Luigi, Ferdinando, Dada, Anna, Maria Rosaria, Antonio, Bice, Maria Grazia, e a tutti gli operatori incontrati e abbracciati nella tangoterapia.