“C’eravamo tanto armati” di Gian Ettore Gassani, Avv. matrimonialista, storie di ordinarie violenze e di diritti negati | di Daniela Cavalllini

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“Sì, lo confesso. Rubo alla mia risicata vita privata il tempo per scrivere. Non potrei fare altrimenti. Svolgo una professione totalizzante che non ammette spazi per altre passioni.

Qualcuno ancora non lo sa, ma a me non è mai importato niente dei diritti d’autore. Vi ho sempre rinunciato nel contratto con l’editore. Mi basta sapere che i miei saggi sono adottati da molti istituti scolastici e usati per le tesi di laurea”. Gian Ettore Gassani – Avvocato Matrimonialista – Presidente AMI

Gian Ettore Gassani

Amiche ed Amici carissimi, il saggio “C’eravamo tanto armati” di Gian Ettore Gassani – edito da Diarkos – è un concentrato di casi reali gestiti dall’Autore, cui si aggiungono significative esperienze di altri Professionisti.

“Questa volta porrò l’accento sui diritti negati in generale e non solo sui conflitti familiari”: questa la premessa di G. E. Gassani.

Sin dalla lettura delle prime pagine, mi ha pervasa un pensiero di gratitudine verso la vita per avermi sino ad oggi protetta dalle tragedie narrate. Gli episodi che, per drammaticità, mi hanno sconvolta superano di gran lunga la mia fantasia. Tuttavia, malauguratamente, sono fatti realmente accaduti e che si susseguono perpetrando l’escalation della malvagità. Percependo infinita compassione per i subenti tanta sofferenza, nel contempo, mi sono sentita grata per meravigliarmi.

Ringrazio l’Autore ed Amico Gian Ettore per avermi concesso l’autorizzazione ad estrapolare dal testo le frasi che più hanno colpita per l’intrinseca disperazione, che non ho la presunzione di definire “oggettiva”, ma  che immagino in me, proiettandomi in tali circostanze. Ho altresì concesso a me stessa alcuni commenti e soprattutto di raccontare un paio di vicissitudini personali correlabili.

“Armarsi ha preso il posto di amarsi”. Lapalissiana tristezza!

“Le leggi non bastano a cambiare le coscienze”. Inconfutabile.

“Se non insegniamo a tanti genitori che i figli non sono cose di proprietà, l’affidamento condiviso resterà l’eterna utopia e non basteranno leggi e convenzioni a salvare tanti bambini contesi”.

Purtroppo qui, ripercorro la mia infanzia segnata dalla forte e quotidiana tensione tra i miei genitori, dal loro privilegiare le reciproche rivendicazioni incuranti della mia presenza e, dunque della mia serenità, persino il giorno di Natale (!), dall’ingenua paura che un giorno – soprattutto il sabato perché papà era a casa – , tornando da scuola, avrei appreso che “erano andati in tribunale a separarsi”. Questo era il mio pensiero fisso… avevo solo sei anni! Il resto è storia lunga e non vi tedio, tuttavia, da figlia subente, non contesa ma strumentalizzata, mi permetto di rivolgere un monito atto ad una presa di coscienza a tutti i genitori che antepongono le loro diatribe alla gioiosa spensieratezza dei loro bambini.

Questa volta porrò l’accento sui diritti negati in generale e non solo sui conflitti familiari: questa la premessa di G. E. Gassani…

…“Se non difendiamo l’idea che un malato terminale senza speranze abbia il diritto di scegliere come morire, non potremo evitare mille suicidi all’anno né il turismo della morte”.

“Scegliere come morire”… rabbrividisco e tremo al solo pensiero.

Negli ultimi diciannove mesi ho perso entrambi i genitori. Per ambedue, la dipartita è stata preceduta da lunga sofferenza, vissuta con rassegnazione da mio padre e con esasperante rabbia da mia madre. In quest’ultima circostanza, poco meno di due mesi fa, mi sono scontrata per la prima volta con la burocrazia sanitaria: ricoverare mia madre all’Hospice.

Dolorante ed in stato comatoso alternato a rari istanti di  lucidità, dovetti attendere quattro giorni per offrirle dignità – e forse serenità – nell’ultimo sprazzo di vita.

Era venerdì ed il medico curante – pur sempre premuroso –  fu impossibilitato ad intervenire tempestivamente, con la conseguenza di non stilare referto e richiesta ricovero. Sabato e domenica, pur non contemplati nei giorni lavorativi, non sono avulsi dal dolore… Ci pensate, sopportare sofferenze inenarrabili, perché è festa? Solo nella tarda mattinata di lunedì fu redatta la documentazione necessaria e presi appuntamento con il Primario dell’Hospice designato. “Il dottore puo’ fissarle l’appuntamento per il colloquio pre-ricovero domani pomeriggio” mi rispose colui che successivamente appresi essere lo psicologo del luogo. Tenni a bada la mia irruenza e chiesi – in verità supplicai – di anticipare l’appuntamento. Mi fu così accordato per il pomeriggio di quello stesso  lunedì alle ore 15,00. Ringraziai, convinta che dopo il colloquio con il Primario avrei potuto procedere nell’immediatezza al ricovero. “No signora, i ricoveri sono previsti solo al mattino” mi rispose il Primario. Croce e delizia della mia vita, ho un viso molto espressivo e senza che aggiungessi altro, il medico con tono gentile mi disse “la capisco, ma è la prassi. L’aspetto domani mattina alle 8,00”. Mia madre ed io fummo puntuali e sperai che le iniettassero istantaneamente quella tipologia di antidolorifico, la cui dose, indispensabile al caso, a domicilio non è consentita se non praticata da un medico anestesista (sottostando ai relativi tempi d’intervento e, a quanto tutt’oggi so, non modificabili quantomeno deontologicamente (non si salta la fila solo perché paghi e men che meno durante il fine settimana). “No signora, prima dobbiamo fare il tampone sia a lei che a sua madre, poi la dottoressa la visita e decide la terapia” mi disse l’infermiera. Pur riconoscendo la disponibilità personale e la cortesia riservatami dal personale medico e paramedico, senza alcuna remora contesto che, per la cd “prassi”, intervennero su mia madre intorno alle 11,00. Alle 18,00 ci lasciò!

Che dire? Grazie prassi, grazie deontologia (sic!), per aver inferto impassibile tanta sofferenza in più ad un essere umano… che fosse mia madre era un dettaglio, importante solo per me, ma la sofferenza non alleviata  in virtù di valori minori, lo identifico nella perfidia dell’indifferenza. Nella violenza!

Le mille facce della nostra violenza:

“Certa gente perde letteralmente la testa quando odia un coniuge o un familiare. Perché la violenza umana è un fenomeno trasversale. Non ha ceto. Non ha colore politico. Non ha religione. Non ha sesso. Non ha età. Sono violenti gli uomini, ma lo sono anche le donne. Sono violenti i genitori, ma lo sono anche i figli. Tutti sono potenziali assassini del corpo o dell’anima”.

A questa agghiacciante descrizione, peraltro coerente con la miseria morale di una società in degrado,   estrapolata dal capitolo “Le mille facce della nostra violenza”, segue una serie di esempi che rimetto alla lettura originale del lettore.

Scevro da campanilismo avvocatizio e da mediocre diplomazia, l’Avv. Gassani, prosegue:

“C’è, poi, la violenza del sistema che aggiunge altra violenza alla violenza. È quella più subdola e più difficile da accettare perché non c’è nulla di più violento della malagiustizia e della negazione dei diritti. È quella inadeguatezza diffusa a vari livelli che non riesce a dare risposte a chi ha già subito del male e avrebbe bisogno di protezione. È quella sottocultura giuridica che considera la vittima del reato qualcosa di marginale nel processo e non come il suo perno”. E, ancora, “E’ quel garantismo a senso unico per l’imputato senza il dovuto rispetto per il dolore di chi ha sofferto”.

Immancabile poi, il leitmotiv “gassaniano” inerente alla violenza:

“Quando una vittima, che aveva denunciato l’orco, viene uccisa dall’orco stesso, secondo voi le responsabilità sono solo quelle dell’assassino o anche di chi aveva il dovere di proteggerla?”

Ascoltiamo insieme le sue parole… 

Video Facebook Watch, Gian Ettore Gassani, “Il caffè di Rai1”:

https://www.facebook.com/gian.gassani/videos/10222985921810633/

Il saggio prosegue partecipando il lettore a fatti realmente accaduti, sfociati in cause, rimessi al giudizio dei tribunali, non nascondendo, bensì confidando i momenti di emozione vissuti più dall’ Uomo che dall’Avvocato.

“Avevo da poco partecipato a una violenta causa di separazione con figli contesi come bestie”. Un capitolo – “l’altra parte del mio cuore” che ogni anticipazione rischierebbe di comprometterne l’intensità.

Nel capitolo successivo – “Il vecchio leone” -, l’Autore, ci concede una tregua distensiva. Ci racconta di sé quando, giovane avvocato, approcciò  un anziano collega, il vecchio leone, enfatizzando il valore del rispetto dovuto ad un grande Maestro. Segue un dialogo tra i due, decisamente ricco di confronti e lezioni di vita rivolte ai nuovi avvocati. Successivamente, l’Autore mantiene la promessa iniziale – “Questa volta porrò l’accento sui diritti negati in generale e non solo sui conflitti familiari”- ed il saggio “C’eravamo tanto armati”, prosegue affrontando temi tanto importanti quanto delicati, quali le unioni civili, l’omosessualità di un genitore, il dramma delle persone diversamente abili aggravato da un futuro incognito, l’impossibilità di procreare, la libertà di scegliere di morire –  nello straziante racconto di Mina Welby -, la scuola e l’importanza della sintonia tra genitori ed insegnanti nell’impartire le regole fondamentali del rispetto e della buona educazione oltreché dell’impegno scolastico. In questo contesto, mi sono sciolta al racconto di Gian Ettore bambino, orgoglioso di aver preso un bellissimo voto: “dieci in amore”. A voi il piacere di scoprire il perché.

In questo contesto letterario, l’Avv. Gassani, rivela Gian Ettore.

Infine, il capitolo “Relazioni pericolose”, a cura della Dott.ssa Maddalena Cialdella, costituisce una lettura raccomandabile ad ogni Donna.

Un abbraccio

Daniela Cavallini