Quanto si sbagliava Hélène Millot | di Caterina Civallero

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QUANTO MI SBAGLIAVO

             Così mi ritrovo a fare i conti con la mia vita amorosa e i suoi frammenti parafrasando Roland Barthes; talvolta penso alle relazioni, agli eccessi, i miei disamoramenti, le illusioni, le fughe e i sospiri. Quante volte ho amato e quante sono fuggita non le saprei contare.

Mi sono sentita per anni come la diva preferita di mia madre, la cara Elizabeth Taylor: “Hai gli occhi come i suoi” mi diceva sempre e io correvo allo specchio per vedere qualcosa che solo lei sapeva riconoscere. Chissà se furono le sue affermazioni a spingermi a una vita amorosa imprudente disinvolta e romantica; avrei fatto qualunque cosa per soddisfare le sue esigenze e questo lei lo aveva sempre saputo.

D’altro canto mio padre sosteneva che avessi ereditato la profondità del blu intenso dello sguardo del prozio Jean Françoise Millet, ma cosa lo spingesse a spergiurare qualcosa non aveva mai visto di persona non lo seppi mai.

Furono i miei occhi o il loro insolito colore a indirizzarmi verso le braccia di amanti inconcludenti? Devo ammettere che preferisco pensare di essere stata predestinata. Da cosa e verso cosa non l’ho ancora scoperto ma, osservando la mia vita a posteriori, ho come la sensazione che sia stato tutto scritto e che in un certo senso i biglietti aerei dei miei spostamenti siano stati acquistati con largo anticipo da qualcuno, o da qualcosa, che mi sta muovendo sul mappamondo come fossi una bandierina del Risiko.

 

La cosa devo ammettere mi diverte, io stessa non avrei saputo fare della mia vita meglio di cosa ritengo mi sia capitato per sorte. La malaugurata predisposizione a mettermi nei guai e la mia fortunata propensione a sapere come uscirne velocemente viaggiano di pari passo e il giorno che mi sarà chiaro che non potrò più permettermi certe acrobazie emotive lascerò perdere, ma oggi ho ancora voglia di arrampicarmi sul tronco della grande quercia della vita e osservare cosa c’è di nuovo all’orizzonte.

            “Caro Yuki, tanto ho fatto per giungere a te, spesse volte ti ho incontrato, poi sei scomparso alla mia vista, altre volte ho addirittura perso le tue tracce.

Riconosco, con una certa fatica, onesta fatica, che ho fatto giri tortuosi per trovare il percorso che mi riportava a te. Ho usato alcune persone, i ponti come le definisco io, per scoprire dove ti eri nascosto.

Forse eri offeso, o ti avevo deluso, forse vivi altrove da qui e stare qui per te è impossibile, fatto sta che molte volte ho confuso il ponte con la destinazione, ovvero ho creduto che un ponte fosse il traguardo.

Quanto mi sbagliavo, e soprattutto quanto dolore si è scatenato da quei miei costosi errori di valutazione. Sento vera la descrizione della struttura a specchio dei miei spostamenti quantici e sistemici per trovarti.

Ti ho proiettato su altari più o meno sacri, ti ho sfiorato la pelle usando la mia forza di volontà, l’impegno, la serietà, la dedizione, l’abnegazione. In cerca di riconoscenza ti ho intravisto e poi ho avuto l’illusione di averti trovato. Sei stato un miraggio terreno, tu che terreno non sei”.

So che Yuki sta pensando che io sia troppo severa con me stessa, quasi sento le sue parole, ma lo vedo morsicarsi un labbro e resistere alla tentazione di confortarmi.

            “Ti ho sognato come un Aladino leggero e allegro che si abbarbica su una roccia che ha da offrire solo un appoggio instabile. Arrampicato fra i sassi ti ho immaginato in pericolo e ho riconosciuto il tuo orgoglioso tentativo di non mostrarmi le tue paure.

Eri, e sei stato, tutti gli Aladini che ho fatto saltar fuori dalla mia lampada magica”.

Smetto di scrivere per un attimo e mi porto le mani in grembo, mi guardo il ventre e sorrido.

Ogni volta che terminava una relazione, dopo aver sofferto come una bestia ferita, ti ho riposto lì, dove ancora sei.

Sei in me. Ti tiro fuori di tanto in tanto, quando ho fame di te, ma ora sento che sono sazia.

Non so se sia tu ad avere fame di aria o io ad avere appetito di te quando succede che salti fuori, ma credo che sia entrambe le cose”.

             Yuki non risponde, forse è uscito a cercare dei datteri per me, e mentre lo penso la pancia gorgoglia e mi viene una gran sete.

Questo brano è tratto dal libro Certe cose capitano solo a te.

Caterina Civallero

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