Giuseppe Mazzotta, scrittore e giornalista | INTERVISTA

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«Fato, destino, fortuna, sono tutte fattezze delle quali si avvale la vita, esteriore e interiore nel tentativo di mostrarci ciò che da altri “territori”; quotidianamente ci sfiora. Il mio target, il mio concetto di successo è il raggiungimento della serenità» (Giuseppe Mazzotta)

Giuseppe Mazzotta

Ciao Giuseppe, benvenuto e grazie per avere accettato il nostro invito. Se ti dovessi presentare ai nostri lettori, cosa racconteresti di te quale scrittore, giornalista e amante della letteratura?

Sono io ringraziare per l’invito. Sarà per la visione un po’ metafisica che ho della vita ma credo che i tre ruoli citati siano legati da filo rosso in una sorta di collaborazione reciproca.

…chi è invece Giuseppe Uomo nella sua quotidianità? Cosa ci racconti della tua vita al di là dell’arte dello scrivere e del tuo lavoro?

Un uomo che tenta di sottrarsi all’ordinarietà scrutando i versanti meno evidenti della quotidianità: fonte di crescita e novità se osservati criticamente.

Qual è il tuo percorso accademico, formativo, professionale ed esperienziale che hai seguito e che ti ha portato a fare quello che fai oggi nel vestire i panni dello scrittore e giornalista?

Parallelamente al percorso universitario nella facoltà di scienze politiche quando mi trovavo a Milano, città nella quale ho vissuto per oltre vent’anni, mi occupavo d’informazione come free lance per diverse testate giornalistiche: mensili, quotidiani e settimanali; attività ripresa in seguito presso alcune tv locali una volta tornato nel Salento.

Ci parli dei tuoi libri? Quanti ne hai scritti, quanti pubblicati, quale il genere che ami raccontare?

copertina Anitya

Ho all’attivo quattro romanzi. “Una farfalla sul vetro”, una storia introspettiva. “Hey, Joe !, un noir ambientato a Milano; “Nero su Bianco”, una vicenda sulla reviviscenza interiore e infine “Anitya, un viaggio nel dopo vita. Sono del parere che qualsiasi storia contenga un lato nascosto, come accennavo poc’anzi; quindi, le categorie toccano qualsiasi aspetto cercando di evidenziare il profilo meno visibile della interiorità umana in stretto connubio con una realtà molto più dilatata.

Ci parli dei tuoi libri pubblicati qualche anno fa? In particolare “Nero su bianco” pubblicato da Icaro Libri edizioni di Lecce nel 2016, e “Anitya”, pubblicato da VJ  edizioni di Milano nel 2019? Qual è l’idea che li ha generati, quale il messaggio che vuoi che arrivi al lettore, quali le tue aspettative di chi leggera e ha letto questi romanzi?

“Nero su Bianco” traccia il cammino di un uomo che ha perso una porzione della memoria a causa di un agguato al termine di un rito sciamanico in un punto imprecisato della foresta amazzonica; in seguito cerca di recuperala grazie all’incontro con una donna della quale si è innamorato che ha molti punti in comune con lui scoprendo verità sconvolgenti sulla sua persona e su altri personaggi. Benché possano essere letti separatamente senza problemi, “Anitya” se vogliamo è il seguito ideale di “Nero su Bianco”: infatti l’avventura narrata inizia dove era terminato il precedente romanzo: la stazione centrale di Milano. E in questa circostanza il protagonista dopo anni di stenti perde la vita e inizia un viaggio oltre la soglia del conosciuto.

A questo punto la mia domanda d’obbligo: perché i nostri lettori dovrebbero comprare i tuoi libri? Prova a incuriosirli perché vadano in libreria o nei portali online per acquistarli.

Mah, chi ha curiosità verso ciò che l’apparenza sembra negare allora forse dovrebbe dare una lettura ai miei romanzi, ricavati e ispirati da fatti in parte realmente accaduti.

«… mi sono trovato più volte a riflettere sul concetto di bellezza, e mi sono accorto che potrei benissimo (…) ripetere in proposito quanto rispondeva Agostino alla domanda su cosa fosse il tempo: “Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so.”» (Umberto Eco, “La bellezza”, GEDI gruppo editoriale ed., 2021, pp. 5-6). Per te cos’ è la bellezza? La bellezza letteraria e della scrittura in particolare, la bellezza nell’arte, nella cultura, nella conoscenza… Prova a definire la bellezza dal tuo punto di vista. Come si fa a riconoscere la bellezza secondo te?

La bellezza? La capacità di stupirsi verso ciò che ci circonda. Una riflessione, o meglio una discesa nel Sé e una risalita con animo arricchito.

«Appartengo a quella categoria di persone che ritiene che ogni azione debba essere portata a termine. Non mi sono mai chiesto se dovevo affrontare o no un certo problema, ma solo come affrontarlo.» (Giovanni Falcone, “Cose di cosa nostra”, VII ed., Rizzoli libri spa, Milano, 2016, p. 25 | I edizione 1991). Tu a quale categoria di persone appartieni, volendo rimanere nelle parole di Giovanni Falcone? Sei una persona che punta un obiettivo e cerca in tutti i modi di raggiungerlo con determinazione e impegno, oppure pensi che conti molto il fato e la fortuna per avere successo nella vita e nelle cose che si fanno, al di là dei talenti posseduti e dell’impegno e della disciplina che mettiamo in quello che facciamo?

Fato, destino, fortuna, sono tutte fattezze delle quali si avvale la vita, esteriore e interiore nel tentativo di mostrarci ciò che da altri “territori”; quotidianamente ci sfiora. Il mio target, il mio concetto di successo è il raggiungimento della serenità.

«Un giornalista è la vedetta sul ponte di comando della nave dello Stato. Prende nota delle vele di passaggio e di tutte le piccole presenze di qualche interesse che punteggiano l’orizzonte quando c’è bel tempo. Riferisce di naufraghi alla deriva che la nave può trarre in salvo. Scruta attraverso la nebbia e la burrasca per allertare sui pericoli incombenti. Non agisce in base al proprio reddito né ai profitti del proprietario. Resta al suo posto per vigilare sulla sicurezza e il benessere delle persone che confidano in lui(Joseph Pulitzer, “Sul giornalismo”, Ed. Bollati Boringhieri, Torino, 2009). Cosa ti viene in mente leggendo queste parole di chi, negli Stati Uniti, alla fine dell’Ottocento, ha ideato e inventato il giornalismo moderno? Oggi, secondo te, i giornalisti fanno questo, gli interessi del popolo e dello Stato, oppure hanno indossato le vesti di semplici servitori dei loro padroni-editori e delle lobby di potere che rappresentano le società per le quali lavorano? Qual è il tuo pensiero da Uomo di cultura, giornalista e scrittore che col suo lavoro diffonde sapere, conoscenza e cultura?

Oltre a riportare fedelmente ciò che accade, il giornalista ha il compito (e la fortuna) di indurre in riflessione; in particolare su alcuni pensieri precostituiti di chi legge o ascolta: questo a mio avviso è il compito del cronista. Certo, l’oggettività è un aspetto al quale nessuno si sottrae. Ma principalmente contano la buona e la attiva fede. Guardo con grande rispetto coloro che nel mondo dell’informazione sanno misurarsi con il metro dell’autocritica.

«I perdenti, come gli autodidatti, hanno sempre conoscenze più vaste dei vincenti, se vuoi vincere devi sapere una cosa sola e non perdere tempo a saperle tutte, il piacere dell’erudizione è riservato ai perdenti.» (Umberto Eco, “Numero Zero”, Bompiani ed., Milano, 2015). Cosa ne pensi di questa frase del grande maestro Umberto Eco? In generale e nel mondo dell’arte, della cultura, della letteratura contemporanea? Come secondo te va interpretata considerato che oggi le TV, i mass media, i giornali, i social sono popolati da “opinionisti-tuttologi” che si presentano come coloro che sanno “tutto di tutto” ma poi non sanno “niente di niente”, ma vengono subdolamente utilizzati per creare “opinione” nella gente comune e, se vogliamo, nel “popolo” che magari di alcuni argomenti e temi sa poco? Come mai secondo te oggi il mondo contemporaneo occidentale non si affida più a chi le cose le sa veramente, dal punto di vista professionale, accademico, scientifico, conoscitivo ed esperienziale, ma si affida e utilizza esclusivamente personaggi che giustamente Umberto Eco definisce “autodidatti” – e che io chiamo “tuttologi incompetenti” – ma che hanno assunto una posizione di visibilità predominante che certamente influenza perversamente il loro pubblico? Una posizione di predominio culturale all’insegna della tuttologia e per certi versi di una sorta di disonestà intellettuale che da questa prospettiva ha invaso il nostro Paese? Come ne esce da tutto questo, secondo te, la Cultura, l’Arte, il Sapere, la Conoscenza, l’Informazione?

Oggi: effetto della globalizzazione, ma un processo già in atto da molto tempo, è tutto standardizzato, appiattito. Ragion per cui hanno più seguito i cosiddetti influencer. Figure di poco spessore. Forse è superfluo ma un invito allo studio, all’analisi approfondita dei fatti sarebbe quantomeno necessaria.

«La lettura di buoni libri è una conversazione con i migliori uomini dei secoli passati che ne sono stati gli autori, anzi come una conversazione meditata, nella quale essi ci rivelano i loro pensieri migliori» (René Descartes in “Il discorso del metodo”, Leida, 1637). Qualche secolo dopo Marcel Proust dice invece che: «La lettura, al contrario della conversazione, consiste, per ciascuno di noi, nel ricevere un pensiero nella solitudine, continuando cioè a godere dei poteri intellettuali che abbiamo quando siamo soli con noi stessi e che invece la conversazione vanifica, a poter essere stimolati, a lavorare su noi stessi nel pieno possesso delle nostre facoltà spirituali. (…) Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905 | In italiano, Marcel Proust, “Del piacere di leggere”, Passigli ed., Firenze-Antella, 1998, p.30). Tu cosa ne pensi in proposito? Cos’è oggi leggere un libro? È davvero una conversazione con chi lo ha scritto, come dice Cartesio, oppure è “ricevere un pensiero nella solitudine”, ovvero, “leggere sé stessi” come dice Proust? Dicci il tuo pensiero…

Leggere un libro, quale che sia è scendere nei meandri della propria persona. MI accade tutte le volte che apro le pagine di un volume scoprendo lati di me che non conoscevo o che percepivo. Lo scrittore è l’altro te.

«Non mi preoccupo di cosa sia o meno una poesia, di cosa sia un romanzo. Li scrivo e basta… i casi sono due: o funzionano o non funzionano. Non sono preoccupato con: “Questa è una poesia, questo è un romanzo, questa è una scarpa, questo è un guanto”. Lo butto giù e questo è quanto. Io la penso così.» (Ben Pleasants, The Free Press Symposium: Conversations with Charles Bukowski, “Los Angeles Free Press”, October 31-November 6, 1975, pp. 14-16.) Secondo te perché un romanzo, un libro, una raccolta di poesie abbia successo è più importante la storia (quello che si narra) o come è scritta (il linguaggio utilizzato più o meno originale, armonico, musicale, accattivante per chi legge), volendo rimanere nel concetto di Bukowski?

Diciamo che del successo, in generale, e in ambito letterario, per restare sul tema per me vale se riesco ad aprire un varco e una sorta di tacita meditazione con chi sfoglia e si sofferma sulle pagine di un libro. Non che non tenga al numero dei lettori: mi fa molto piacere averne tanti, ma la contabilità non è il mio campo.

«Per quanto riguarda i corsi di scrittura io li chiamo Club per cuori solitari. Perlopiù sono gruppetti di scrittori scadenti che si riuniscono e … emerge sempre un leader, che si autopropone, in genere, e leggono la loro roba tra loro e di solito si autoincensano l’un l’altro, e la cosa è più distruttiva che altro, perché la loro roba gli rimbalza addosso quando la spediscono da qualche parte e dicono: “Oh, mio dio, quando l’ho letto l’altra sera al gruppo hanno detto tutti che era un lavoro geniale”» (Intervista a William J. Robson and Josette Bryson, Looking for the Giants: An Interview with charles Bukowski, “Southern California Literary Scene”, Los Angeles, vol. 1, n. 1, December 1970, pp. 30-46). Ha ragione Bukowski a dire queste cose a proposito di coloro che frequentano corsi di scrittura creativa? Cosa ne pensi in merito? Pensi che servano davvero per imparare a scrivere anche se il talento non c’è? Come si diventa grandi e apprezzati scrittori secondo te?

Si nasce. Tutto qui. Si nasce scrittori, cantanti, ragionieri e finanzieri. Il vero stage è l’esercizio continuo.

«Io vivo in una specie di fornace di affetti, amori, desideri, invenzioni, creazioni, attività e sogni. Non posso descrivere la mia vita in base ai fatti perché l’estasi non risiede nei fatti, in quello che succede o in quello che faccio, ma in ciò che viene suscitato in me e in ciò che viene creato grazie a tutto questo… Quello che voglio dire è che vivo una realtà al tempo stesso fisica e metafisica…» (Anaïs Nin, “Fuoco” in “Diari d’amore” terzo volume, 1986). Cosa pensi di queste parole della grandissima scrittrice Anaïs Nin? E quanto l’amore e i sentimenti così poderosi sono importanti per te e incidono nella tua scrittura, nella tua arte e nel tuo lavoro?

Tutti i sentimenti sono importanti e potenti. Per amore ci si annulla e per amore ci si esalta trovando risorse che non si credeva di possedere; ma purtroppo è altrettanto vero che per una falsa interpretazione dell’emozione più grande di tutte, talvolta si priva della vita qualcuno. Ad ogni modo concordo con Anais Nin.

Se per un momento dovessi pensare alle persone che ti hanno dato una mano, che ti hanno aiutato significativamente nella tua vita professionale e umana, soprattutto nei momenti di difficoltà e di insicurezza che avrai vissuto, che sono state determinanti per le tue scelte professionali e di vita portandoti a prendere quelle decisioni che ti hanno condotto dove sei oggi, a realizzare i tuoi sogni, a chi penseresti? Chi sono queste persone che ti senti di ringraziare pubblicamente in questa intervista, e perché proprio loro?

Le persone più disparate. Su alcune di esse non avrei puntato una lira. Anche perfetti sconosciuti che, per un verso o per l’altro mi hanno dato fiducia. Questo mi ha insegnato a sperare, benché non abbia in molta simpatia la speranza.

Gli autori e i libri che secondo te andrebbero letti assolutamente quali sono? Consiglia ai nostri lettori almeno tre libri e tre autori da leggere questa estate o nei prossimi mesi dicendoci il motivo della tua scelta.

L’Amleto” di Shakespeare. “Il Libro dell’inquietudine” di Fernando Pessoa. E “Gli insegnamenti di don Juan” di Carlos Castaneda.

Ti andrebbe di consigliare ai nostri lettori tre film da vedere? E perché secondo te proprio questi?

Odissea 2001” di Kubrick. “Spartacus”, sempre di Kubrick. E infine tutti quelli del neorealismo, in particolare “La strada” di Fellini.

Ci parli dei tuoi imminenti impegni culturali e professionali, dei tuoi lavori in corso di realizzazione? A cosa stai lavorando in questo momento? In cosa sei impegnato che puoi raccontarci?

Sto lavorando ad un quinto romanzo scaturito dalla perdita di un caro amico al quale intendo dedicare questo ultimo lavoro. Una storia complessa, tra sogno, pensiero e apparente realtà.

Dove potranno seguirti i nostri lettori?

Mi trovano su Facebook.

Per concludere, cosa vuoi dire alle persone che leggeranno questa chiacchierata

«Generalmente non do mai consigli perché sbaglio già tanto di mio, ma se devo esprimere un pensiero, beh, allora dico che sarebbe bello coltivare la semplicità.

Giuseppe Mazzotta:

https://www.facebook.com/giuseppe.mazzotta.902

Giuseppe Mazzotta

I libri:

Giuseppe Mazzotta, “Una farfalla sul vetro”, Raggio Verde Edizioni, Lecce, 2006

Giuseppe Mazzotta, “Hey, Joe!”, Marco Del Bucchia Editore, Firenze, 2012

Giuseppe Mazzotta, “Nero su bianco”, Icaro Libri edizioni, Lecce, 2016

https://www.icarolibri.com/mazzotta-nero-su-bianco.html

Giuseppe Mazzotta, “Anitya”, VJ  edizioni, Milano, 2019

https://vjedizioni.com/2019/09/21/anitya/

copertina nero su Bianco

Andrea Giostra

https://www.facebook.com/andreagiostrafilm/ 

https://andreagiostrafilm.blogspot.it 

https://www.youtube.com/channel/UCJvCBdZmn_o9bWQA1IuD0Pg

Andrea Giostra al mercato di Ballarò a Palermo_PH. Mapi Rizzo
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SHORT-BIO | ANDREA GIOSTRA Appassionato di Arte, Letteratura e Cultura. Laureato in Psicologia Clinica con lode, con gli ultimi quattro esami sostenuti all'Università di Gent (Belgium), dove ha preparato la tesi di laurea all'interno di un progetto di ricerca scientifica della Faculty of Psychology and Educational Sciences diretta dalla Prof.ssa L. Verhofstadt-Denève. Per cinque anni ha collaborato con la Cattedra di Psicologia Clinica dell’Università degli Studi di Palermo diretta dallo psicoanalista Prof. L. Sarno. Ha partecipato ad un Corso Biennale di perfezionamento post-lauream in Psicoanalisi Freudiana presso l’Istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo diretto dal Prof. L. Sarno. Ha frequentato un Master biennale in Formazione e Specializzazione Rorschach diretto dai Dott. S. Parisi e P. Pes presso l’Istituto Italiano di Studio e Ricerca Psicodiagnostica Scuola Romana Rorschach. Ha frequentato un Master triennale in Criminologia diretto dal Prof. G.V. Pisapia dell'Università degli Studi di Padova e presieduto dal Prof. G. Tranchina dell’Università degli Studi di Palermo. Project Manager e Planner di importanti Opere e Mostre di Arti Visive e di Architettura.