“Metafisica del bestiame e di ciò che non conviene” | di Francesca Viola Mazzoni

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(appunti poetici casuali attorno all’opera di Giuliano Babini)

Giuliano Babini

“Le api, le api, ci sono le api”, urla la pazza della stanza a fianco.

Si vocifera che le facciano l’elettroshock. La vengono a prendere la mattina presto, quando le altre pazienti dormono e il sole non è ancora salito e la riportano nel suo letto rigida come un’aringa essiccata, un sorriso idiota a spaccarle in due la faccia fin troppo aguzza.

È un vero peccato ridurre così due labbra avvezze piuttosto a farsi notare per la loro adorabile consistenza, polposa e deliziosamente oscena.

Al posto della bocca, alla pazza della stanza a fianco è spuntata una melagrana per sempre acerba.

Il matto di là invece controlla le formiche con fare ossessivo e illogico odio.

Mi giunge dalla finestra quella sua conta, la voce traballante per le benzodiazepine impreziosita da un ostinato terrore verso le povere bestiole, dichiaratamente innocenti. Le posso quasi vedere mentre si fanno strada nella sua mente bacata. Le maledette reggono sulla testa miseri resti di scarafaggi ammazzati dal caso o da altrettanti incidenti colposi.

Non si è mai presentata senza un dono per me, la follia. Che fossero corna pensate per imbastire amuleti, zampe a cui dedicare la cura che si riserverebbe a un altare.

Una mattina di maggio mi ha portato persino un mazzo di tulipani strappato al dolore. L’ho messo a seccare poi l’ho restituito alla sposa e i commensali urlavano “evviva”.

Intanto mia madre piangeva – probabilmente per lo scampato pericolo – e mio padre era già morto o forse fuggito, anche se per fortuna i conti tornavano. Il cerchio, seppur a fatica, quadrava e uno sconosciuto a corto di caramelle si era premurato di saldare i debiti lasciati dal tempo ormai remoto dell’infanzia. L’armistizio che suggellava la fine della mia quiete era stato firmato, poco importa che la mano tremasse.

A lungo avevo atteso quel momento, sapendo da sempre che sarebbe arrivato, eppure ne ero rimasta sinceramente sbalordita.

Avevo approfittato dell’attesa per allenarmi a morire e talvolta ero morta sul serio.

Mancava solo un pezzo al servizio d’argenteria, quello buono che ancora poteva sfoggiare il lucore del pannetto soffice che la nonna passava con furia sui manici.

Restava nell’aria un odore inconfondibile d’alito materno.

Un cucchiaio, mancava un cucchiaio.

Non sarebbe stato più saggio rubare un coltello nel caso che l’istinto di farsi fuori prendesse il sopravvento? Buffa la vita quando si esaurisce in una posata.

Riuscite a immaginare la beffa, il tormento di nascere lupa imbrigliata dentro una forma di cigno? Solo per questo ho scelto di non sparire già domani; non sono in grado di accettare il più grossolano degli errori: quello di non corrispondere a me stessa.

Sono fatta tutta di spifferi e brace, ululo sotto le ali.

Vi chiedo sinceramente scusa per aver appena brutalmente sacrificato il sacro concetto di Bellezza  soltanto per poterlo servire all’orribile mensa della Verità.

E che insopportabile ipocrisia sfoderano negli occhi i commensali mentre si accaniscono contro la giugulare dell’agnello …

In compenso, io di posticcio posso annoverare solamente un toupet lasciato ad appassire sul comodino accanto a una promessa non mantenuta, anche se, a mia discolpa, vi confesso che mi fu strappata dopo due giri di whisky buono.

Comunque il pastore si è scordato il recinto aperto e il gregge è già pazzo di libertà.

Sciocchi e ingenui coloro che si aspettano dall’arte una balia gentile.

Li vedi mentre si contorcono di stupore appena si accorgono di trovarsi al cospetto di un rostro, un’ustione, fame e talloni induriti. Questa smania infusa in soggetti già smaniosi mi ricorda la cagna che mi morse da piccola. Nelle orecchie è rimasto il digrignare dei denti contro le ossicine.

Sono convinta che, nascosto da qualche parte, ci sia una sorta di interruttore cosmico e, per ritrovarlo, basterebbe scordar la misura. Oppure inventarsi un amore da due soldi, peraltro sortendo lo stesso effetto.

Date retta a me: conviene fingere di saperlo fare, di aver imparato a farlo.

In frigorifero c’è del salame.

Nell’aia il tepore non ha ancora abbandonato il corpo gentile della scrofa.

Francesca Viola Mazzoni

Giuliano Babini