Up & down | di Anna Avitabile

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Lo chiamano il Ser.T. sotto al ponte. In verità, lì sotto ci vive qualche barbone e, tuttalpiú, si svolgono traffici illeciti, mentre il servizio per le tossicodipendenze si trova al margine della sopraelevata che attraversa una periferia degradata, come tante. 

Le pareti a vetro del Ser.T. affacciano proprio di fronte ai piloni che sorreggono la strada, mostrando quello che scorre sopra e quello che resta sotto, due realtà coesistenti ed opposte.

Al di sopra, la velocità degli spostamenti, la frenesia del sistema produttivo. Lì sotto, invece, il tempo fermo di chi è fuori dalla consuetudine di beni e servizi o immerso in altri tipi di “viaggi”. 

Nel piccolo spazio antistante al Ser.T. sostano giovani regolarmente iscritti, in attesa del metadone, dei controlli delle urine, in cerca di misure alternative alla pena da scontare, ma anche altri che non hanno alcuna intenzione di entrarci. Vanno e vengono, invece, operatori del servizio, poliziotti, genitori in apprensione. 

A volte, in prossimità dell’ingresso, vengono depositati corpi in overdose, nella speranza di un intervento d’urgenza, mentre gli accompagnatori svaniscono nel nulla. Persone che, una volta rianimate, bestemmiano perché si trovano, punto e a capo, a dover gestire l’astinenza.

Il medico, che solitamente interviene, vive attimi di fibrillazione, concentrato sulla velocità e accuratezza dei suoi gesti, e, ogni volta che ne strappa uno alla morte, alimenta il proprio senso di onnipotenza.

Matteo, sui 30 anni, mingherlino, piccolo di statura, occhi verdi striati di castano, profondi e ambigui nello stesso tempo, è uno dei tanti iscritti al Sert.T. È stato affidato ad una giovane psicologa, al suo primo incarico, da una collega che ha finalmente ottenuto il trasferimento, come pare sia norma dopo qualche anno di permanenza in questo servizio di frontiera.

La giovane psicologa è carica di entusiasmo per un lavoro che rincorre da anni, diventato realtà grazie allo scorrimento di una vecchia graduatoria. Ha la testa piena di concetti teorici, che finalmente potrà mettere in pratica. Evitare di fare troppe domande o di dare consigli, non giudicare, non saltare alle conclusioni. Le è un po’ meno chiaro, invece, cosa sia corretto fare, mentre si chiede se sarà all’altezza della situazione. 

Al loro primo colloquio, Matteo le sembra emozionato, almeno quanto lo è lei, mentre racconta della sua motivazione a cambiare. Descrive gli ultimi eventi accaduti: la fuga dalla Comunità, la morte del padre, mentre era alla stazione a bucarsi, poi la terapia a scalare di metadone.

Dopo dieci minuti di colloquio ha l’aria di chi ha detto tutto quello che c’è da dire e ha finito. Invece è solo un inizio.

Sono entrambi tesi, forse cercano di essere convincenti, l’uno verso l’altra, ma, nello stesso tempo, si sentono a disagio nei loro panni. La psicologa è poco esperta nel suo ruolo e, anche Matteo lo è nell’intraprendere un percorso che non sia una parentesi di pochi giorni e basta.

Le stanze per i colloqui hanno un arredamento minimale, una scrivania nel migliore dei casi, o solo sedie sgangherate. Soprattutto, è vietato lasciare borse o altri oggetti incustoditi. Il pavimento, le pareti, i ventilatori a pale, le tende semi distrutte rendono l’ambiente tetro e grigio. Anche la pulizia è scadente. Le porte si aprono e chiudono spesso, alla ricerca dei diversi operatori che vi si alternano. 

Al primo colloquio di Matteo ne segue un altro e poi un altro ancora. 

Il giovane appare una persona confusa e svuotata, alterna pause imbarazzate al racconto reiterato degli stessi episodi, mentre la giovane psicologa presta attenzione ad elementi come il ritmo, le inflessioni, i sospiri, per ricostruire un’immagine significativa. Oltre la sensazione del già sentito, nell’insieme, i tanti piccoli dettagli sembrano dare sempre più senso al suo racconto. 

I colloqui psicologici sono solo una parte del programma di recupero in cui è stato inserito, in collaborazione col centro diurno, collegato al Ser.T.

Matteo entra nella stanza spesso apparentemente raggiante, con passo baldanzoso, a volte con espressione tormentata, si siede, racconta. Ne esce, una volta triste, un’altra pensieroso, un’altra ancora come folgorato da una rivelazione.

La psicologa lo ascolta, lo guarda negli occhi, osserva i suoi movimenti. A tratti, teme di rivelare involontariamente, con i propri gesti o con qualche espressione ingenua, tutta la propria inesperienza. Quando è in dubbio su come procedere, ascolta e prende appunti.

Tra loro diventa regolare il rituale di concordare, ogni volta, il successivo appuntamento. Addirittura Matteo si presenta sempre puntuale e avvisa quando capita qualche imprevisto.

La regolarità, nel tempo, sembra già un buon risultato, con tanti giovani che iniziano i percorsi e poi spariscono dopo qualche colloquio. 

I suoi racconti rivelano esperienze sfavorevoli gravi, vissute in un ambiente molto diverso da quello da cui proviene la psicologa. Descrive conflitti e violenza intra-familiare come se fossero esperienze ordinarie. Parla del padre alcolista, del fratello con problemi mentali, di cui si vergogna, di ristrettezze economiche e dipendenze, più o meno gravi, diffuse tra i parenti.

Passa in rassegna almeno dieci anni della sua vita, descrivendo dettagliatamente i mix di sostanze e i rituali con i quali si “faceva”, utilizzando lo slang comune tra tossici. Fornisce, così, un vero e proprio manuale di informazioni alla psicologa neofita.

Racconta le fughe, i reati e le meschinità compiute, in famiglia e all’esterno. Si è bruciato, mano a mano, tutte le relazioni, fino ad avere accanto solo compagni di droga. 

Si definisce una persona troppo buona e sensibile, incapace di dire no, e forse lo è davvero.

Un giorno, Matteo racconta che gli è sembrato di aver toccato il fondo, quando non riusciva più a sentire lo sballo, per cui “farsi” era diventato un impegno più forte di qualsiasi dovere. Confessa che, ora, si vergogna anche di sorridere, da quando si è rovinato i denti. 

In realtà, la psicologa aveva notato, nel suo modo di parlare, una mimica rigida e contratta, che può, finalmente, collegare ad un dato oggettivo. 

Proseguendo nell’ascolto, la psicologa si allena a tollerare i silenzi, cercando di inibire il proprio bisogno di riempirli. Deve resistere alla tentazione di dare risposte, anche quando è proprio il giovane a fare specifiche domande. A volte, le riesce difficile rimanere in contatto con tutto il dolore, il degrado, le lacerazioni, che evocano quei racconti.

Man mano che il percorso prosegue, la psicologa prova a riformulare alcune espressioni categoriche con cui, Matteo, si giustifica: “che altro potevo fare, ormai avevo perso tutto” oppure quelle con cui si auto-condanna: “non vale la pena fare niente, c’è qualcosa di sbagliato in me, anzi sono tutto sbagliato”.

In quei frangenti, la psicologa prova a riportarlo al presente, ora sta facendo qualcosa di diverso, è vivo, è pulito. Gli contrappone la lucidità di oggi all’appiattimento della droga. Esalta l’umiltà con cui si mette a nudo. 

Dentro di sé, invece, di fronte a tanta fragilità, sente affiorare un incombente timore di fallimento, che cerca di arginare in qualche modo. 

Si appiglia ai concetti che circolano nel Ser.T., come quello della “riduzione del danno” e pensa che anche un minimo cambiamento è più di quanto ci si possa ragionevolmente aspettare. Ci prova, mentre tutti i colleghi le appaiono più esperti e sicuri di lei.

Ha deciso di attenersi ad obiettivi minimi: all’inizio sembrava impossibile che Matteo riuscisse a riempire i 50 minuti di tempo a disposizione, mentre col tempo i colloqui si sono gradualmente arricchiti.

Gli operatori del centro diurno riferivano, di Matteo, che era sempre distratto rispetto alle regole e agli incarichi di responsabilità. Eppure, ascoltare Matteo che riporta, puntualmente, le omissioni effettuate e commentare con lui le conseguenti restrizioni, permette di evidenziare i comportamenti attesi e i piccoli e misurabili progressi da lui stesso effettuati. 

Si alimenta, così, la fiducia di entrambi.

E’ come far nascere qualcosa dal nulla, semplicemente aguzzando la vista e intravedendolo, finché non diventa sempre più chiaro e definito, come può avvenire con una rosa che fiorisce inaspettatamente, in mezzo alle sterpaglie. 

Intanto, i colleghi la mettono in guardia rispetto al dare fiducia ad un tossico, le ricordano che i suoi racconti possono essere pieni di bugie. Mentre, lei, man mano che procede, si rende conto che, più dei contenuti, è importante che Matteo sia lì presente a dire qualcosa. Lo osserva e presta attenzione alle emozioni che affiorano: la rabbia, il dolore, l’entusiasmo, la voglia di riscatto. Se pure le sue verità fossero solo propositi, sarebbe comunque giusto rinforzarli.

Certo non mancano vuoti di memoria, sguardi persi nel nulla, parole sconclusionate. Poi all’improvviso, però, il ragazzo stupisce chi lo ascolta, formulando concetti profondi. Almeno questo è quanto emerge negli scambi di vedute con alcuni operatori. 

Accanto ai danni cognitivi dovuti all’abuso prolungato di sostanze di tutti i tipi, che rendono qualche altro collega molto scettico sulla sua possibilità di recupero, emergono anche nuove consapevolezze ed azioni. 

Ad esempio, un giorno Matteo descrive, con evidente partecipazione emotiva, l’evoluzione di un compito nuovo che gli era stato affidato: recarsi al centro, per la prima volta, senza un compagno più anziano, prendendo i mezzi pubblici da solo.  

Racconta trafelato che per prendere l’autobus al volo, non acquista il biglietto prima di salire, come gli era stato raccomandato. Immediatamente, scatta il senso di colpa e, contemporaneamente, si sente paralizzato, quando, guardando fuori dal finestrino dell’autobus, tutto gli appare diverso dal solito percorso. E’ così, infatti ha sbagliato numero. Ansia e sudore freddo. Si guarda attorno, vede brutte facce e tornano vecchi ricordi. Si rende conto di essere arrivato alla stazione centrale. Sa che è vietato andare nei luoghi a rischio. Infatti, volti e situazioni del passato gli rimbalzano nel cervello. Sta sbagliando tutto. E’ fuori dai nuovi schemi, tanto rigidi, quanto protettivi. Il sudore è ghiaccio. Corre. Cambia autobus. Si sente osservato e minacciato dagli sguardi altrui. Qualcuno gli rivolge la parola. Non ascolta. Angoscia e accelerazione dei battiti cardiaci coprono ogni altro stimolo sensoriale, mentre sale su un altro autobus. I minuti scorrono lentissimi e l’ansia cresce a dismisura. Col sudore che gli imperla la fronte, finalmente, dal finestrino, scorge un quadrivio noto e poi la salita che porta al centro diurno. Ce l’ha fatta! 

Il racconto, ricco di dettagli, descrive un crescendo di errori che avrebbero potuto costituire l’alibi perfetto per una ricaduta, mentre, in questa circostanza, sembra prevalere un nuovo profilo di Matteo. Per la prima volta, pur avendo sbagliato quasi tutto, trapela un’intenzione autentica. 

La psicologa e l’educatore commentano con un sospiro di sollievo l’episodio, sottolinenandone i pericoli e riconoscendo la sua capacità di reagire. Qualcun altro osserva che, senza una ricaduta, il suo percorso risulta meno completo.

Il tempo passa e la relazione con la psicologa diventa un impegno strutturato e costante, il centro diurno un’escalation di ruoli di responsabilità. Tutto il percorso risulta sempre più corposo.

Probabilmente il contributo di diversi operatori favorisce i progressi di Matteo, che appare sempre più  curato e attento e, addirittura, inizia a sorridere, dopo aver messo le protesi agli incisivi. Riprende anche a giocare a pallone, il suo sogno di gioventù abbandonato precocemente, e acquisisce sempre più autonomia, diventando senior all’interno del programma di riabilitazione.

C’è un nuovo equilibrio tra incoraggiamento e confronto con la realtà, ci sono i consuetudinari controlli delle urine, gli orari, il guardarsi negli occhi, ogni giorno con rinnovata fiducia.

Fino a giungere, passo dopo passo, al termine del programma riabilitativo, che lo rende finalmente libero da supervisioni, regole e controllo.

Anche i colloqui psicologici terminano, dopo due anni intensi e faticosi. 

Nel frattempo Matteo è diventato operatore volontario del Centro Diurno. Ora è lui che accompagna i ragazzi inseriti nel programma a fare i controlli dell’urina, valutando gli atteggiamenti dei nuovi arrivati, meglio di qualsiasi educatore.

Un giorno, la psicologa, per caso, sente un gruppo di colleghi parlare dei vecchi tempi, ricordare personaggi che hanno attraversato il servizio, con comportamenti memorabili, mentre, a voce alta e goliardicamente, si catalizzano su spassionate descrizioni. 

Ad un certo punto, si rende conto che stanno parlando proprio di Matteo, ma il racconto non corrisponde al suo ricordo. Descrivono un Matteo che le sembra di non aver mai conosciuto. 

Al posto di un giovane fragile e sfiduciato, lo ritraggono come un irrecuperabile. Uno dei peggiori, tra quelli che sostavano fuori al servizio, con atteggiamenti arroganti e di sfida, “strafatto” di sostanze, prendendosi gioco di qualsiasi operatore. Lo definiscono un vero e proprio delinquente. 

E poi, nella caciara, parlano di una scommessa tra loro su questa missione impossibile.  Lia, un’avvenente psicologa, prossima al trasferimento, aveva raccolto la sfida e si era fermata a parlare con lui, lanciandogli la proposta di iniziare un percorso. 

Si erano incrociati, così, per un breve istante, due mondi opposti e distanti.

Salvo, poi, lasciare l’impresa in eredità all’ignara ultima venuta. 

Se la giovane psicologa avesse saputo tutto questo, probabilmente si sarebbe sentita paralizzata e schiacciata dal peso di un caso così estremo. Il pregiudizio su Matteo e il tiro mancino da parte dei colleghi avrebbero minato la sua già precaria neutralità emotiva. 

Invece, era così impegnata a iniziare bene un lavoro nuovo, a dare il meglio per essere credibile, a valutare se stessa nel nuovo ruolo, che non aveva prestato la minima attenzione ad altro. 

Era il suo primo caso ufficiale, quello cui dedicare il massimo delle energie, per compensare l’inesperienza e, probabilmente, proprio il rispetto per la dignità di Matteo si era rivelato un primo passo terapeutico.

Per giunta, ora, nell’apprendere tali circostanze, superando l’iniziale amarezza, sente germogliare nuova energia ed orgoglio per l’impresa realizzata.

Essere sotto o sopra il ponte, alle volte, può essere questione di dettagli, ci si può sentire sopra e invece essere sotto, o viceversa. Si può pensare di essere  definitivamente, o sopra o sotto, e, invece, imprevedibilmente, scoprire di poter passare dall’altro lato. 

Da un Ser.T. che si trova al margine di una sopraelevata, che per qualcuno è un punto d’arrivo e per qualcun altro un luogo da cui scappare, si può osservare, contemporaneamente, ciò che è evidente e ciò che resta sommerso.

Talvolta, può davvero accadere che, proprio da quel punto, si originino inattesi ribaltamenti.