Mostra: Alfonso Fratteggiani Bianchi a Catania con la personale “Da Biumo all’Etna”

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Questa mostra e questo breve scritto rappresenta l’occasione per esporre le opere di Alfonso Fratteggiani Bianchi (AFB), ma anche per indagare in merito al rapporto tra collezionista e artista.

In particolare sul collezionista Giuseppe Panza di Biumo, che per primo intuì le potenzialità dell’opera di AFB e per primo ne comprese l’assoluto valore non solo per la sua collezione, ma per la storia dell’arte in generale.

È quindi l’occasione privilegiata per inquadrare e raccontare un caso paradigmatico di visione e realizzazione, di occhio e mente nel processo evolutivo dell’arte, delle sue infinite potenzialità e del suo impatto sulle vicende profonde dell’arte stessa.

Inizieremo a raccontare brevemente del collezionista, quindi ci occuperemo dell’artista e della sua opera, dei motivi intrinseci della sua creazione per concludere con una indagine delle opere, a dimostrazione di quanto scritto, in questa mostra di Catania.

II (Da Biumo)

Il collezionista di cui stiamo scrivendo non è un collezionista come tanti. Giuseppe Panza di Biumo (1923 – 2010) è considerato da più parti come uno dei più grandi visionari collezionisti di arte contemporanea in Italia e nel mondo. Basti dire che dal 1955 al 2010 ha creato una raccolta di oltre duemilacinquecento opere di arte informale, espressionismo astratto, pop art, minimalismo, arte concettuale, arte ambientale, arte organica e arte monocroma, che è stata esposta in alcuni dei principali musei d’arte contemporanea del mondo .

Villa Menafoglio Litta Panza a Varese, la casa nella quale ha vissuto per gran parte della sua vita e creato la collezione, ora donata al FAI che se ne occupa mirabilmente, è uno degli esempi più coerenti della sua visione estetica e museografica come equilibrio tra architettura e arredi antichi e opere d’arte contemporanea.

Ma ciò che qui ci importa forse maggiormente, aldilà dei numeri e delle statistiche è il modo di “essere collezionista” di questo personaggio illuminato da una forza quasi romantica, bilanciata da un forte senso morale e un intuito sovrasensibile.

Basti aprire a caso uno dei suoi scritti, invero molti, per ritrovare la sua visione estetica del collezionismo. Per esempio i suoi Ricordi di un collezionista , lavoro di una vita, in cui ha raccolto tutti i protagonisti della sua collezione narrando antefatti, curiosità e i fondamenti a base delle sue di volta in volta scelte diverse.

Tuttavia un senso estetico diretto, aperto, è ciò che si può leggere per esempio in queste commoventi parole:

“Il mio destino è stato molto benigno con me, mi ha riempito di doni, ha premiato la mia fedeltà alla bellezza che ho sempre cercato con instancabile tenacia, superando i miei dubbi, attraverso una rigorosa selezione delle opere. Ho avuto la fortuna di avere una moglie che mi sempre seguito, compreso, aiutato, che ha condiviso con me ogni scelta per una comune visione degli scopi della vita. (…). La bellezza è una forza potente, ma discreta, generosa con chi la cerca senza secondi fini non si manifesta a chi vuole altre cose. È la diretta espressione di un bene superiore a tutto, non muore, è immortale perché non è fatta di materia anche se usa la materia per manifestarsi. Non esiste uno strumento per misurarla, ma è dentro tutte le cose (…). Non si può misurare per questo sfugge agli scienziati che credono solo in ciò che si può misurare. È il motore invisibile dell’universo e della vita.”

Nel testo Ricordi di un Collezionista, Panza di Biumo divide l’arco della sua collezione in tre grandi periodi.

Il primo: dall’Informale europeo alla pop art (1955-1965), il secondo: arte minimal, concettuale e ambientale (1966-1976) e il terzo: dedicato principalmente all’arte dei piccoli oggetti e all’arte del colore, il monocromo (1987-2010).

E di questo terzo periodo in particolare dell’arte del monocromo ci occupiamo in questa sede. Leggiamo ancora le parole di Panza nel descrivere il suo approccio a questo nuovo modo di intendere l’arte contemporanea, sempre con la sua vena romantica, ma tuttavia analitica e precisa nel definire i salti quantici che nell’arte sono avvenuti sotto i suoi stessi occhi di protagonista:

“E’ un piacere guardare a lungo un tramonto per vedere il rosso, il giallo e il rosa che riempiono le grandi nubi. Le emozioni che i colori suggeriscono sono innumerevoli, impossibile elencarle. (…)

(I colori) nella pittura hanno avuto una grande importanza, ma sempre in via subordinata alla forma. Era necessario raccontare o descrivere qualcosa.” (…). “I primi 70 anni della storia artistica del ‘900 sono stati un graduale avvicinarsi alla libertà della rappresentazione del colore. Solo dopo il 1950 ha avuto possibilità nuove. Le opere di Rothko esprimono il loro contenuto attraverso il colore, la composizione ha una funzione secondaria. Questo rovesciamento dei rapporti segna l’inizio di una possibilità diversa, Rothko dimostra che con il colore si può esprimere tutto.” (…) “Questo forte cambiamento avviene nella seconda metà del secolo con l’opera di Mark Rothko, Barnett Newmann ed Ellisworth Kelly. La forma ha una funzione secondaria, i colori contengono il significato dell’opera. È una rivoluzione nei rapporti tra forma e colore, ma non ancora la condizione finale. La rivoluzione si completerà verso la fine degli anni ’80: la forma scompare.”

III

Negli anni ’80 AFB dirige i Quaderni Perugini di Musica Contemporanea in qualità di promotore di importanti eventi, che grazie al suo impegno fanno di Perugia (in particolare di Pieve Caina, una piccola frazione della città umbra che risale all’anno Mille) un centro pulsante per la cultura e la musica in Europa. Grazie ai Quaderni Perugini personalità di livello (da John Cage a Hainz-Klaus Metzger, Ulrike Brand e Siegfried Palm solo per citarne alcuni) portano le loro interpretazioni del mondo e nuove visioni dell’essere in uno scambio aperto e cosmopolita.

È nel 1995 quando AFB sempre con i suoi Quaderni Perugini organizza una mostra alla Galleria Nazionale dell’Umbria con opere di Adrian Schiess, Phil Sims, Mark Rothko, Gunter Umberg e Ulrich Wellmann. L’intento è quello di porre in stretta relazione di continuità le opere dei Maestri del ‘200, ‘300 e ‘400 con le opere dei cinque Maestri contemporanei, tutte incentrate su quell’arte del colore svincolato dalla forma. Phil Sims dipinse un quadro espressamente per quella mostra, che a causa di problematiche burocratiche subì un anno di ritardo sulla programmazione originaria. In quel lasso di tempo Giuseppe Panza acquistò il quadro di Sims per la sua collezione. Ed è a quel punto che AFB contatta il collezionista chiedendogli in prestito l’opera di Sims e così i due si conobbero e da allora rimasero in stretto contatto.

Negli anni a seguire AFB si adoperò affinché si potesse portare una parte della Collezione Panza presso il Palazzo Ducale di Gubbio. E in una occasione in cui Panza è ospite a casa di AFB insieme alla moglie Giovanna Rosa, gli cadde l’occhio su un’opera che lo stupisce in modo importante.

È lo stesso artista che in una (rara) intervista ricorda:

“Non volendo molestare gli ospiti con il mio operato dissi che quel dipinto era di un mio conoscente. Panza, non pago, insistette, e dopo qualche panegirico volle visitare il mio atelier. (Da quel momento) l’attenzione di Panza verso il mio lavoro crebbe e cominciò a collezionare miei quadri che dispose sia nella parte privata che in quella pubblica della Villa Panza di Varese.”

Ma cosa vide Panza in quell’occasione (storica) in casa di un artista che (come egli stesso dichiara) cominciò a dipingere circa due anni prima (siamo nel 1998/99)?

IV

È lo stesso Panza a svelarci la (sua) sorpresa…

“in una stanza della sua vecchia casa vi erano tanti piccoli quadri appesi alle pareti. Quadri astratti che colpivano per l’intensità del colore (…) I migliori erano dipinti su un pesante supporto in pietra. Il colore era steso senza l’aggiunta di un legante. La polvere impalpabile del pigmento penetrava nelle microscopiche cavità della pietra. Una proprietà che non hanno altre pietre; la possiede solo una pietra della Toscana e dell’Umbria, la pietra serena, utilizzata da Brunelleschi nel ‘400 per le chiese di Firenze. Era l’unico mezzo esistente per vedere il colore su una superficie, in una condizione di assoluta purezza. La scoperta di Fratteggiani è semplicissima, chiunque poteva prendere un pezzo di pietra serena e provare. Piero Della Francesca, il Perugino, tanti altri grandi artisti avevano la pietra serena sotto gli occhi ma non l’hanno fatto. Sono stati necessari 2000 anni di storia dell’arte per potere vedere il colore nella sua purezza.”

Il passaggio merita di essere riletto. Si tratta quindi secondo Panza di una scoperta decisamente importante. Ed egli cita (non a caso) i più grandi maestri del ‘400 (Piero e il Perugino) quasi ad associarli in una catena spirituale ed evolutiva al giovane artista Fratteggiani che con caparbia mente e gusto di osservazione cerca il modo di fare ciò che non è stato ancora mai fatto: rendere pura la rappresentazione del colore dopo 2000 anni di storia della pittura.

Svincolare la materia e le qualità del colore, lo studio e la ricerca dalla “inflessibilità del collante”. Amplificare la purezza del colore semplicemente mostrandolo per quel che è, senza filtri e senza accidenti di legatura.

Trovare un nuovo tipo di prospettiva dato dalla materia e dalla densità della materia, una sorta di quinto parametro che l’osservatore definisce in base alle sue capacità di vedere dentro e oltre la pura materia del pigmento sulla pietra.

V

La “scoperta” di AFB ha, secondo Panza qualcosa di straordinario.

“… ho visitato quasi tutti i musei importanti del mondo, ma non ho trovato nei miei ricordi qualcosa che mi desse la stessa sorpresa. Gli Impressionisti, Van Gogh, Gaugin, Matisse e nel passato più lontano Vermeer, Velasquez, Giovanni Bellini, Jan Van Eyck e tanti altri sono stati dei grandi coloristi: questa è stata la motivazione del loro successo. Tutti però erano costretti per tenere assieme il pigmento su una superficie, ad usare un collante: la tempera, l’olio, l’encausto, l’acrilico, che benché sia un colore neutro inevitabilmente alteravano la purezza del pigmento originario. Certamente Piero Della Francesca era un grande colorista, ma i colori di Fratteggiani sono superiori per intensità, purezza, luminosità.”

Il passaggio merita di essere riletto. Il collezionista autore di una delle collezioni più importanti al mondo non solo comprende la potenza dell’arte di AFB, ma ne rimane stupito con la stessa apertura di mente di un giovane studioso di storia dell’arte. Nessuna preclusione per il nuovo, anzi, capacità lucida e sintetica di comprendere l’opera che ha davanti a sè.

Alla base di questa scoperta c’è quel citato desiderio di assaporare la bellezza: una bellezza che cambia sempre forma, anche quando non ha forma, o in verità ne produce una nuova di forma. Dove la nuova prospettiva si apre attraverso la capacità dell’artista di modulare le vibrazioni della materia cromatica e delle forme e strutture che, come ogni materia, contiene, con un semplice gesto, una semplice pressione del dito che lo stende.

Siamo quindi di fronte ad una apparizione, una nuova rappresentazione del campo dello spazio pittorico che si dilata e si raggruma senza soluzione di continuità. La prospettiva con le opere di AFB è cambiata, “forse evoluta” , dopo Cimabue, poi con Paolo Uccello, Les Damoiselle d’Avignon di Picasso fino ai White Paintings di Rauschenberg.

Con le opere di AFB ci avviciniamo a una rappresentazione quantica del colore: l’intensità data dalla purezza del colore è in grado di modificare lo spazio che la contiene, non solo da un punto di vista qualitativo ma anche quantitativo. La nuova prospettiva si apre come rappresentazione in un movimento di straordinaria densità e prorompente violenza.

VI (All’Etna)

Ogni parete racconta una storia diversa, un diverso approccio con la materia colore in uno scambio di visioni sempre “aperto” (si veda R.M. Rilke, Elegie Duinesi).

L’osservatore può riconoscere in queste opere la scoperta di Panza, che tra i primissimi a comprendere il campo di apertura e le estensioni di questa per la Storia dell’arte.

Nello spazio espositivo c’è il manifestarsi di una moltitudine di idee, di prospettive inaspettate, di sguardi inconsueti sulla materia all’interno di un una nuova prospettiva (di cui abbiamo anticipato più sopra).

Basti osservare e penetrare in uno dei Trittici esposti, per esempio quello dedicato a Duccio Di Buoninsegna . Questo Trittico di AFB fa riferimento ideale e prospettivamente temporale alla Maestà del Tempio (1308-1311) del Duomo di Siena. La prospettiva ideale è resa dal quadro centrale denso e dalla relazione intrinseca con le due opere laterali che formano una endiade di senso e concetto. La concentrazione cromatica è altissima e si percepisce la fluttuazione di onda che lascia vibrare il colore in sé.

Il “gioco” spazio-temporale (la citazione di Duccio) posiziona e sospende l’opera come in un dialogo disteso e tranquillo, ma pieno e carico di sottintesi significanti.

Degno di nota è poi l’opera a forma ellittica, nella parte frontale dello spazio, raccolta nella sua delicatezza lilla.

In ultimo vorrei soffermarmi sul secondo trittico, Trittico Nero, dove la relazione instaurata dalle tre opere fa comprendere tutta la potenzialità del differimento creativo di queste tavole. Scolpite prima e adornate di materia viva, vibrante. La prospettiva cromatica è caratterizzata dalla vicinanza tra le parti, che al termine performano una sola parte congiunta in una triade inscindibile, come le note di una parte di composizione musicale: inclinata una sezione, il discorso pittorico muta in modo irreversibile.

È una esplosione di “densità”: le zone dense e le zone meno dense permettono alla materia di vibrare e moltiplicare con la loro intensità la percezione prospettica dello spazio circostante.

Tornando a Biumo, mi piace concludere questo breve scritto con le parole di Panza di Biumo, che meglio suggellano il senso di questo percorso:

“La scoperta di Fratteggiani è un evento nella storia dell’arte. La prima volta in migliaia di anni. Le persone sensibili rimangono folgorate dai suoi quadri. Il futuro riconoscerà i suoi meriti. Ne sono sicuro”.

BIO FRATTEGGIANI BIANCHI ALFONSO

Nato e cresciuto in Umbria, comincia la carriera artistica negli anni Novanta e viene scoperto dal noto collezionista Giuseppe Panza che ne compra alcuni quadri e ne valorizza l’opera. Noto per i suoi monocromi, Fratteggiani Bianchi si concentra sul colore che, in forma di pigmento in polvere, viene applicato a mano, senza uso di collanti, sulla pietra serena. Questa particolare innovazione crea un effetto luministico e cromatico particolarmente intenso.

https://www.massimoligreggi.it/artist/bianchi-alfonzo-fratteggiani/

Alfonso Fratteggiani Bianchi

INFO:

Luogo: Catania (SICILIA)

Galleria Massimo Ligreggi:

https://www.massimoligreggi.it

via Indaco 23 – 95100 Catania (SICILIA)

Apertura: dal 15/10/2021 – al 15/11/2021

Vernissage: 15/10/2021 ore 18:00

Personale di: Alfonso Fratteggiani Bianchi

FONTE:

https://www.artribune.com/mostre-evento-arte/alfonso-fratteggiani-da-biumo-alletna/