Andrea Barricelli ci presenta il suo libro, TROIADE, l‘Eneide come mai l’avreste immaginata | INTERVISTA

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Grazie per la sua disponibilità e per aver accettato il nostro invito.

Grazie a Voi per avermi pubblicato!

Qual è il messaggio che vuole arrivi al lettore e quali gli stimoli che l’hanno portata a scrivere quest’opera?

Premetto innanzitutto di essere un grandissimo amante dell’Iliade e, in generale, dei poemi classici, che ritengo pilastri essenziali della cultura occidentale. Proprio per via della loro importanza capitale, mi sono divertito ad immaginare di prendere quel mondo di eroi e divinità e capovolgerlo completamente, facendone un racconto di personaggi tutt’altro che eroici; fra l’altro, ho approfittato di quest’opera per mettere alla berlina i vari popoli d’Italia, giocando su dialetti, rivalità regionali ed altre amenità che rendono a loro modo speciale il nostro fantastico Paese. Il messaggio è che troppo politicamente corretto, spesso sbandierato in modo ipocrita, rischia di soffocare ogni idea e, per quanto io rispetti molto ogni persona ed opinione (come è doveroso e normale che sia), mi piace talvolta calcare un po’ l’ironia. Specialmente in questo periodo, ridere può soltanto far bene e spero che la Troiade (che per me è il vero titolo dell’Iliade, che invece è stato scelto perché politically correct) assolva a tale scopo.

Chi sono e chi sono stati i suoi maestri d’arte, se vogliamo usare questo termine? Qual è stato il suo percorso artistico/formativo ed esperienziale nel mondo della scrittura?

Scrivo da quando ho memoria, ho imparato a scrivere prima al PC che con carta e penna. Alle elementari ed alle medie scrivevo storielle o racconti, poi sono passato con il tempo a cercare di produrre qualcosa di più elaborato. La vera svolta c’è stata al liceo, dove ho iniziato seriamente a far leggere qualche opera a parenti ed amici. Il mio “nume tutelare” per quanto riguarda la scrittura è senza dubbio Stephen King, ma ce ne sono molti altri che ammiro, come Thomas Mann, Ken Follett, Victor Hugo, J.R.R. Tolkien, Terry Brooks, Irvine Welsh, Alan Moore, Carlos Ruiz Zafon e molti altri.

Come definirebbe il suo stile? C’è qualche scrittore del passato o del presente al quale si ispira?

Cerco sempre di tenere alta l’attenzione del lettore: non amo scrivere passaggi che ritengo eccessivamente verbosi, anzi mi piace inserire spesso battute rapide fra i personaggi per movimentare il racconto, anche se amo al tempo stesso periodi descrittivi e di ampio respiro. Ritengo infatti, talvolta, che i miei scritti somiglino più a sceneggiature cinematografiche che a romanzi in senso stretto. Gli scrittori che ho citato nella risposta precedente sono gli stessi cui ignobilmente mi ispiro, anche se per la Troiade ho avuto come modelli anche Paolo Villaggio e Stefano Benni, il cui “Saltatempo” rappresenta un testo fondamentale della mia adolescenza.

Ci racconti dei personaggi del suo libro. Quelli che maggiormente ama ricordare e di cui vuol parlare ai nostri lettori?

Come dicevo prima, mi sono divertito a prendere i personaggi del mito e capovolgerli: laddove Achille è l’eroe per eccellenza, che preferisce la morte gloriosa ad una vita anonima, il mio Achillo è un personaggio viscido, che vive di mezzucci e non ha alcuna intenzione di morire; laddove Ettore è un personaggio magnifico, un uomo in mezzo a semidei, che sacrifica tutto per la propria patria e la sua famiglia, il mio Ettore è un cafone che non ha alcun senso della famiglia e dell’onore, ma anzi mira soltanto al trono del padre. Se Agamennone, pur nella sua avidità di potere, era un altro eroe privo di macchia e paura, il mio Agalenone diventa un bieco sfruttatore che non esita a manovrare il fratello (idiota) per i suoi loschi fini. Il personaggio che forse ricorda maggiormente quello originale è Pavide, ancor più vile del Paride omerico, ma fondamentalmente posso dire di non aver salvato nessuno, neppure Laocoonte che qui diventa ovviamente Laoduuca…

Perché i nostri lettori dovrebbero acquistare “Troiade, l’Eneide come mai l’avreste immaginata”? Provi a incuriosirli perché vadano in libreria o nei portali online per acquistarlo.

Se al liceo non avete proprio sopportato quella professoressa che si divertiva a farvi leggere in esametri i versi dell’Iliade e pretendeva che voi traduceste a memoria il catalogo delle navi… allora sappiate che la Troiade ridicolizza ferocemente tutto quel che Omero ha tratteggiato nella sua opera. Se non è una bella vendetta questa…

Andrea Barricelli_TROIADE, l‘Eneide come mai l’avreste immaginata

«…anche l’amore era fra le esperienze mistiche e pericolose, perché toglie l’uomo dalle braccia della ragione e lo lascia letteralmente sospeso a mezz’aria sopra un abisso senza fondo.» (Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, Volume primo, p. 28, Einaudi ed., 1996, Torino). Cosa pensi di questa frase di Robert Musil? Cos’è l’amore per lei e come secondo lei è vissuto oggi l’amore nella nostra società contemporanea, tecnologica e social?

Penso che Musil non abbia avuto grande fortuna in amore… a parte gli scherzi, l’amore può fare male, ma credo sia il sentimento più puro e gioioso che esista e non penso sia giusto privarsene solo per paura di trovarsi sospeso sull’abisso. I social spesso danno un’immagine distorta di molti aspetti delle relazioni umane, non solo dell’amore, quindi credo non vada data loro eccessiva importanza. Ovviamente c’è chi ne fa uso anche per trovare l’amore, ma personalmente tale posizione non mi appartiene. Parlarsi a quattr’occhi resta sempre il modo migliore per conoscersi, Tik-Tok con tutto il rispetto lasciamolo per i balletti.

«La lettura di buoni libri è una conversazione con i migliori uomini dei secoli passati che ne sono stati gli autori, anzi come una conversazione meditata, nella quale essi ci rivelano i loro pensieri migliori» (René Descartes in “Il discorso del metodo”, Leida, 1637). Qualche secolo dopo Marcel Proust dice invece che: «La lettura, al contrario della conversazione, consiste, per ciascuno di noi, nel ricevere un pensiero nella solitudine, continuando cioè a godere dei poteri intellettuali che abbiamo quando siamo soli con noi stessi e che invece la conversazione vanifica, a poter essere stimolati, a lavorare su noi stessi nel pieno possesso delle nostre facoltà spirituali.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905 | In italiano, Marcel Proust, “Del piacere di leggere”, Passigli ed., Firenze-Antella, 1998, p.30). Cosa ne pensa in proposito? Cos’è oggi leggere un libro? È davvero una conversazione con chi lo ha scritto, come dice Cartesio, oppure è “ricevere un pensiero nella solitudine” come dice Proust? Ci dica il suo pensiero…

Penso che la lettura possa costituire entrambe le cose. Uno scrittore che ci fa leggere la sua opera ci apre il suo mondo, ci invita ad entrare in ciò che lui ha immaginato prima per sé stesso e poi per gli altri. Esistono scrittori capaci di far letteralmente prendere vita a ciò che descrivono, a farci sentire parte del loro mondo immaginario e che invidio profondamente; al tempo stesso, però, la lettura di un buon libro costituisce anche un momento intimo, in cui siamo soli con il libro e siamo liberi di viaggiare con la nostra mente e fantasia. Anche i libri peggiori ci cambiano in qualche modo, sempre, non si è mai gli stessi una volta chiuse le pagine di un’opera.

«Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905). Cosa ne pensa in proposito? Cosa legge il lettore in uno scritto? Quello che ha nella testa “chi lo ha scritto” oppure quello che gli appartiene e che altrimenti non vedrebbe?

In parte ho già risposto prima: personalmente, quando scrivo scrivo innanzitutto per me, perché cerco sempre di scrivere qualcosa che a me piacerebbe leggere. Se io per primo trovassi noioso o non apprezzassi ciò che scrivo, come potrebbe qualcun altro apprezzarlo? Proprio per questo, è inevitabile secondo me che il lettore venga trasportato nella mente di chi lo ha scritto; ovviamente poi ciascuno può rapportarsi in modo diverso al medesimo testo, una cosa che a me ad è esempio è capitata con “It”, il capolavoro di Stephen King: l’ho letto una prima volta da adolescente, una seconda da ventenne ed un’altra da trentenne ed ogni volta vi ho trovato significati diversi, stimoli nuovi. Ovviamente questo aspetto dipende in primis dal lettore, ma quei significati erano già stati inseriti nel testo dall’autore, non sono emersi solo per via della mia predisposizione in un dato momento. Leggere un buon libro, in sostanza, per me è sempre una sorta di do ut des.

«… mi sono trovato più volte a riflettere sul concetto di bellezza, e mi sono accorto che potrei benissimo (…) ripetere in proposito quanto rispondeva Agostino alla domanda su cosa fosse il tempo: “Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so.”» (Umberto Eco, “La bellezza”, GEDI gruppo editoriale ed., 2021, pp. 5-6). Per lei cos’è la bellezza? Provi a definire la bellezza dal suo punto di vista. Come si fa a riconoscere la bellezza secondo lei?

Trovo che la bellezza sia qualcosa di estremamente personale: è ovvio che alcune cose (un tramonto, un paesaggio) siano oggettivamente belli, ma sostanzialmente ciò che è bello per me può non esserlo per altri. Io ad esempio sono un profondo amante della cultura classica e quando ho avuto occasione di visitare la Grecia non ho potuto che visitare l’Acropoli di Atene, il sito archeologico di Delfi o Micene, ma magari per altri questi monumenti sono solo ruderi senza alcun senso. Al tempo stesso, davanti ad uno stesso quadro due persone possono provare sentimenti diametralmente opposti; come per i libri, anche la bellezza è una strada a doppio senso: si percepisce in parte ciò che si sente ed in parte ciò che è.

Se per un momento dovesse pensare alle persone che le hanno dato una mano, che l’hanno aiutata significativamente nella sua vita artistica e umana, soprattutto nei momenti di difficoltà e di insicurezza che ha vissuto, che sono state determinanti per le sue scelte professionali e di vita portandola a prendere quelle decisioni che l’hanno condotta dove è oggi, a realizzare i suoi sogni, a chi penserebbe? Chi sono queste persone che si sente di ringraziare pubblicamente in questa intervista, e perché proprio loro?

Non posso che ringraziare i miei genitori, Daniela e Lino, i miei primi critici e sostenitori, nonché la mia ragazza Martina, implacabile correttrice di bozze sempre al mio fianco. Ovviamente ringrazio anche Luca, Valerio, Caterina e Federico, fra i miei primi lettori al liceo e tutti quelli che mi sopport… ehm, supportano nella mia passione.

I suoi prossimi progetti? Cosa si aspetta nel suo futuro professionale e artistico che può raccontarci?

Ho da tempo in mente di concludere una trilogia distopica con il terzo ed ultimo romanzo, che spero di iniziare a breve. Mi piacerebbe poi ovviamente continuare la storia dei pessimi personaggi della Troiade maltrattando anche l’Odissea e l’Eneide, ma ancora non ho ben chiaro come fare. Vedremo presto però!

Dove potranno seguirla i nostri lettori sui social?

Sono attivo con una pagina da scrittore sia su Facebook che su Instagram, chiunque voglia scrivermi per chiedere informazioni, complimentarsi o anche insultarmi, se si ritiene ad esempio che Omero si stia rivoltando nella tomba, è sempre ben accetto.

Come vuol concludere questa chiacchierata e cosa vuol dire a chi leggerà questa intervista?

Grazie ancora per aver dato fiducia a me ed al mio scorrettissimo testo e spero sinceramente che chi lo leggerà si diverta almeno quanto mi sono divertito io a scriverlo.

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