Il pittore figurativo creatore di un immaginario di forze spaziali. Appunti sulla pittura di Antonino Gaeta | di Linda Sofia Randazzo

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Oggi mi sono imbattuta nell’opera pittorica di un mio collega e amico, Antonino Gaeta, palermitano, lo stacanovista, l’irriducibile del lavoro davanti al cavalletto, romantico, sta nel suo studio e non risponde mai al telefono.

Lui dipinge.

SEMPRE!

Può il fruitore della pittura superare l’ostacolo della prepotente presenza del soggetto? Può il fruitore della pittura, oltrepassare il pregiudizio del gusto legato all’uso di alcuni accostamenti cromatici?

Mi pongo tutte queste domande osservando con attenzione alcuni lavori del pittore Gaeta. C’è una triade cromatica inconfondibile che da molto tempo caratterizza i suoi dipinti ed esperimenti scultorei.

Gli dico: «Antonino questo giallo, rosso e blu, mi fa male, stride e strilla»; di guttusiana memoria, espressionistica provocazione, per me è sempre stato difficile usare tutti e tre questi colori, così acidi e crudeli. Non è facile per me andare oltre al pregiudizio dei colori. Chi dipinge lo sa, i colori non esistono. Esistono solo le relazioni fra i colori ed è questo il linguaggio segreto dell’espressione poetica di un artista visivo che fa pittura. I colori sono solo la soggettività emotiva, la pittura la loro supercoscienza.

Vado al sodo: ci sono contorni neri e luci violente, come fossero strati spessi di argilla bianca ad illuminare alcune zone delle sue figure. La sua tecnica pittorica è tutto tranne che classica, accademica. Il contorno nero contraddice poi quell’allagamento bianco a cui nessun trapasso cromatico, moderato, di toni e mezzi toni ci ha accompagnato, (come in tutte le buone famiglie pittoriche che si rispettino). Ci sono degli escamotage che il Gaeta usa per travestire il suo ardito uso di diversi linguaggi espressivi, che spesso si contraddicono l’un con l’altro: I soggetti: Santi della tradizione cattolica, paesaggi, scene cittadine, Palermo, i suoi tetti, i suoi mercati, una spiaggia, un lungo mare, bambini al mercato della Vucciria. Retorica?

Gaeta rischia tutto, travestendo la sua sperimentazione di tradizione, ancora una volta il soggetto maledice la pittura figurativa, maledice la pittura tutta, la sua interpretazione agli occhi del profano.

Cosa è la pittura nel suo profondo? Proviamo a superare l’oscillazione del gusto del colore, l’emotività della sua percezione, proviamo a non guardare soltanto il soggetto che si difende dietro una scelta di “rappresentare”…cosa?

C’è un paesaggio di Gaeta, è semplicemente Palermo, così malinconica sui toni del blu con terre naturali, eppure il suo non è un punto di vista su una realtà esterna da “copiare”, il suo è un punto di vista su un modo di rappresentare, anzi meglio, di evocare e strutturare lo spazio: i tetti, le case, tutto, anche il monte, si esplicita attraverso l’orizzontalità, la pesantezza, stanca e ineluttabile, di una città sempre uguale a se stessa che non può che esprimersi attraverso l’orizzontalità immutabile. Gaeta ha scelto, non un punto di vista sul mondo ma un mondo spaziale da rappresentare, entro cui espressivamente collocare quel sentimento di città.

Guardiamo un altro paesaggio, la Vucciria forse; ancora giallo , rosso, blu, verde, l’artificio contro la natura, siamo sui tetti mobili di un mercato. Adesso il mondo spaziale entro cui siamo è l’obliquo, l’intricato mondo delle linee violente, prospettiche verso il fondo. Questo mondo spaziale, questa espressione obliqua e spaziale è il solo attraverso cui rappresentare quel mercato, la sua vivacità. Noi non vediamo quello che succede sotto, vediamo solo sopra e sopra è un mondo optical, un mondo futurista, che si frammenta in masse cromatiche, geometriche.

Guardiamo ora la sua spiaggia, una spiaggia in cui i corpi diventano un unico corpo per via dell’utilizzo sordo degli incarnati, non si esce da quella ineluttabilità corporale, un silenzio e una solitudine nella confusione, un unico destino mortale per tutti: il corpo, il cadavere. Eppure, ognuno ha la sua dimensione e tutti insieme, (se pur come un unico organismo), le figure sono di diverse proporzioni, ancora una volta circondate da una linea. Gaeta ha scelto il medioevo bizantino per esprimere questa angoscia metafisica? Dove è la luce? Non vi è luce rinascimentale né barocca, la luce è intrinseca, un destino che non si esprime in fonti esterne, tutto è silenziosamente immanente, nessuna via di redenzione dall’alto. Nessuna giustizia divina, nessuna teocrazia moderna della luce.

Gaeta è un pittore medioevale? Un pittore futurista, forse espressionista? Forse tutte e tre le cose? La grammatica della pittura è come quella della musica.

Guardiamo adesso un quadro sacro, un vortice di segni, masse di colore, una piovra? Che ci fa con quella figura di Santo?

Che importa… questa volta le figure sono disposte nello spazio secondo una struttura a vortice che parte dal basso, dalla piovra appunto. Siamo guidati sapientemente per tutto il tragitto della visone, così il soggetto ancora una volta è spaziale, anzi più sottilmente una linea immaginaria di forza. Gaeta ci porta su un immaginario di forze spaziali, quello è il segreto della struttura dei suoi quadri.

Guardiamo un omaggio a Fellini: il quadro si sviluppa come un teatrino per bambini, sono i sogni di Fellini, il piano del pavimento è inclinato e sono sicura che incontri la linea di orizzonte. È l’artificio puro, è il teatro all’Italiana; Gaeta ci parla come parlano gli artisti, sappiamo leggerli? Siamo nella scatola magica, Gaeta ci dice che Fellini è italiano ed è il Teatro puro quello spazio in cui il nostro sguardo vaga. Le figure scandiscono in modo diafano lo spazio verso il fondo, niente più linee violente ed oblique, le figure bidimensionali, trasparenti come vetri, come sogni, come le poesie cinematografiche di Fellini, sono fantasmi, quinte teatrali della nostra immaginazione. Un Fellini “fuori campo” anche se in primo piano, si diverte a guardarci a testa in giù; è come se lo avesse dipinto lui stesso questo gioco pittorico che si beffa dolcemente di noi spettatori. Questa volta i gialli, i rossi, i blu e i verdi, si fanno più dolci anche per me. Il pittore ha immaginato Fellini avrebbe potuto fare un autoritratto?

Ogni lavoro di Gaeta parla di spazio, esplora diverse dimensioni spaziali attraverso cui si manifesta un mondo, un attimo, un frammento di immaginario pittorico.

Ecco perché il soggetto non è più la finalità del quadro, forse è semplicemente un pretesto o il tema che può esprimersi solo in un mondo spaziale sapientemente scelto dal suo creatore, il Pittore.

Linda Sofia Randazzo

Linda Sofia Randazzo 2021