QUANDO MI DIEDE IL PRIMO CEFFONE | di Caterina Civallero

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Restai di stucco quando mi diede il primo ceffone: disse che era per il mio bene.

Ero arrabbiata per le immagini che avevo trovato sul suo cellulare mentre cercavo il numero della tintoria. Non avevamo password né sul computer né sullo smartphone, condividevamo tutto con la consapevolezza che non avevamo nulla da nascondere, o almeno così credevo.

Quella volta chiesi una spiegazione e il suo ghigno serafico che tentava di minimizzare la cosa mi dava il voltastomaco.

“Sei esagerata” aveva blaterato. Non potevo credere a ciò che avevo visto e nemmeno alle sue parole. Di colpo Evan divenne un mostro e non avevo alcuna intenzione di tergiversare, doveva darmi una spiegazione.

Il segno delle cinque dita mi rimase sul volto tutta la sera.

Restai in silenzio rannicchiata in un angolo del letto a chiedermi cosa potevo fare.

Solo due anni prima avevo provato un’immensa soddisfazione nel lasciare tutto per inseguire il mio sogno insieme a lui. Ero partita chiudendo lo studio con l’intento di non riaprirlo: avevo dato disdetta dei contratti delle utenze e poiché non avevo avuto la possibilità di pianificare il mio trasferimento avevo pagato per intero sei mensilità di affitto. Nessuna penale mi sembrava adeguata alla conquista che avevo fra le mani.

Ero partita per gli States certa che in quella parte del mondo avrei trascorso il resto della mia vita, ed ero profondamente convinta di aver esaudito ogni sogno più intimo. Evan era tutto per me, un amico, un amante, un compagno; quelle foto mi sbattevano in faccia la verità: Evan era un maniaco, e probabilmente aveva commesso una serie di reati che a elencarli ci avrei perso la testa.

So che sembra inammissibile, ma ammettere i propri errori quando sei convinto di aver toccato il cielo con un dito richiede molto tempo. Ci vollero alcuni mesi prima che la devastazione colpisse le radici della nostra relazione. Ero convinta che un bravo psichiatra avrebbe potuto aiutare Evan a uscire dai guai in cui si era cacciato e lo spingevo a reagire per evitare che avesse bisogno di un avvocato.

Una sera mi trovai a stringergli i bicipiti così forte da conficcargli le unghie nella carne. Aveva alzato le mani e mi aveva spinta contro la ringhiera del pianerottolo. Piangeva e mi chiedeva scusa. Io gridavo come mai avrei creduto di saper fare minacciandolo che se mi avesse ancora usato violenza lo avrei denunciato.

Eravamo alla deriva, se non fosse stato per il fatto che lo amavo più di me stessa avrei detto basta a quell’orrore molto prima, invece l’agonia continuò fino a quando non ci fu più nulla da perdonare e nessun sentimento a cui aggrapparsi.

Gelosia e morbosità, questi erano diventati i condimenti della nostra relazione. Qualche coincidenza versò veleno su ciò che era rimasto intatto e restammo invischiati in una storia da cui era possibile soltanto scappare.

Quando Evan restò a corto di stimoli ne trovò di nuovi, alcuni dei quali erano inaccettabili per la mia educazione.

Fu sorprendente stare con lui, anche quando era insopportabile resistere il peso della discordia fare l’amore era così intenso da non sembrare vero; Evan aveva un milione di modi per stupirmi e riuscì a farlo fino alla fine.

Il giorno in cui me ne andai risposi a un impulso inversamente proporzionale alla pazienza con cui tentai di restare e mai una mia decisione fu presa con tanta saggezza.

Venir via da New York senza chiedere spiegazioni e fare in modo di non fornirne alcuna fu per noi una reciproca scelta di rispetto per quanto di sacro avevamo vissuto amandoci come se la nostra storia non avesse mai dovuto finire.

Ero stata cieca di fronte ai suoi malumori, sorda ai suoi continui richiami di attenzione scambiati per le frivolezze di un attore che non si era ancora consacrato all’immortalità perché ancora troppo ingenuo da credere che un giorno l’avrebbe raggiunta. Bambini istruiti per obbedire all’inganno, questo eravamo stati, e io non ero meno colpevole di lui.

Non avrei mai potuto essere felice al suo fianco e la sua aggressività confermava che questo lo sapeva anche lui. Le notti di passione avevano lasciato spazio al disprezzo e la pazienza si era trasformata in sopportazione; fu folle sperare che gli ostacoli iniziali potessero essere superati, di fronte all’incoscienza nessun elisir è capace di cancellare i segni del disincanto.

Quando Erik decise di raggiungermi a Portland dovetti riconoscere che il mio fratellone minore era diventato davvero un uomo. Mi guardò negli occhi, mi fissò a lungo e senza chiedermi spiegazioni mi disse: “Ti trovo bene Hélène, sei sempre più bella”.

Non era vero affatto, ero uno straccio, lo avrebbe visto chiunque che ero smarrita e che stavo proprio male.

Eppure lui non mi chiese nulla e si fermò a complimentarsi sulla scelta dei tessuti che avevo adoperato per rivestire i divani e le finestre.

Mi aspettavo le tipiche frasi come te l’avevo detto, era da immaginarselo, e invece nulla, non disse e non chiese nulla, un vero gentiluomo.

Passammo il tempo a ridere sull’equivoco riguardo Portland. Non mi fossi accertata che stesse davvero venendo in Oregon avrei dovuto andare a recuperarlo nel Maine dall’altro capo degli States. La stessa cosa stava accadendo a me, anzi fu proprio per via del fatto che avevo capito male che mi trovavo in Oregon.

Quando vivevo a Waitangi mi affidarono un nuovo progetto a Portland, ero felice come una Pasqua. Poche ore dopo avevo già i biglietti per partire. Avevo comprato un biglietto anche per Bobby, avrebbe viaggiato con me. Quando scoprii che il contratto che mi avevano proposto riguardava la costruzione di un viadotto a Portland in Nuova Zelanda, a trecento chilometri da dove vivevo, in un paese dove c’era il nulla immerso nel niente, mi caddero le braccia. Il mio istinto era sempre stato più veloce della ragione e non avevo mai sbagliato a seguirlo, anche quando apparentemente mi aveva portata fuori strada.

Quel disguido segnò l’inizio del mio nuovo trasferimento. Per nulla al mondo mi sarei persa la sorpresa di scoprire cosa mi avesse spinta a comprare due biglietti aerei per l’Oregon.

E così lasciai la terra dei Māori e approdai nella città che deve il suo nome a Francis W. Pettygrove, cacciatore di pellicce del Maine che nel 1829 lanciò in aria una monetina vincendo contro il concorrente Asa Lovejoy la possibilità di dare alla nuova terra, appena insediata, il nome della sua cittadina d’origine.

Ero felice che un provvidenziale equivoco bizzarro avesse svegliato la mia voglia di reinventarmi.

Tratto dal mio libro Certe cose capitano solo a te

Caterina Civallero

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Caterina Civallero, già coautrice con Maria Luisa Rossi dei tre saggi sul tema de La Sindrome del gemello intitolati Il mio gemello mai nato (Uno Editori 2018), Modalità gemellare (Uno Editori 2019) e Doppi per essere unici (Amazon 2020) scrive da circa quindici anni articoli, racconti, interviste, recensioni, saggi. Nella primavera del 2019 esordisce in campo narrativo con Amapola e la finestra magica − favola per grandi che vogliono crescere; a luglio e settembre dello stesso anno pubblica Figli della terra − Il canto di Nosy Be e Madagascar − un viaggio per liberare due cuori, tutti pubblicati con Amazon e consolida la straordinaria passione che ha dedicato per anni alla scrittura come gosthwriter. Attraverso il percorso olistico, negli anni, ha integrato le sue conoscenze scientifiche e letterarie con le più importanti tecniche di apprendimento evolutivo al fine di creare metodi divulgativi semplici e diretti. È Consulente alimentare, Facilitatrice di Psicogenealogia junghiana e sostiene attraverso i suoi Corsi di scrittura consapevole gli scrittori che desiderano realizzare il sogno di pubblicare un libro. Organizza e conduce seminari e percorsi individuali per favorire la diffusione di un messaggio semplice e fruibile orientato alla gestione dell’alimentazione, della scrittura alchemica e dell’apprendimento delle tecniche di psicobiologia per ottimizzare l’integrazione dei propri talenti. Nel 2020 durante il lock-down ha aiutato, in soli 40 giorni, dieci donne che si sono conosciute su Facebook a correggere, impaginare e pubblicare DONNE e un filo di Seta − dal Social al libro, un progetto editoriale firmato Rosanna Fabbricatore. A luglio 2020 pubblica lo storytelling dal titolo Certe cose capitano solo a te. Nel mese di agosto con Alessandro Zecchinato pubblica Realizzo il mio sogno − Creo Scrivo Pubblico per coinvolgere le persone che desiderano pubblicare un libro in un percorso didattico dinamico e strutturato. A settembre 2020 pubblica Un sorso e un morso, un libro straordinario, ironico e innovativo sull’alimentazione consapevole. Nel mese di ottobre 2020, insieme a Maria Luisa Rossi e Davide Baroni, già autore di Exodus – Il segreto di Mosè – (Lalli Editore 2015) e di Figli delle stelle (Booksprint 2019) pubblica, con la prefazione di Mauro Biglino, La porta d’oro – L'origine dell’immortalità. Collabora con piattaforme on-line dedicate a cultura, spettacolo e società: su www.mobmagazine.com cura la rubrica intitolata Sotto palese copertura; scrive inoltre su www.fattitaliani.it e www.5wagora.com.