Una nuova autrice: intervista a Giovanna Dellacasa | di Alessandro Zecchinato

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Prendendo spunto da un mio precedente articolo intitolato Lettera aperta agli aspiranti autori e in occasione della pubblicazione del suo libro Un mare di solitudine, ho il piacere di presentare attraverso questa intervista Giovanna Dellacasa: nuova autrice che abbiamo avuto (e abbiamo tutt’ora) fra i partecipanti ai corsi di scrittura creativa che teniamo Caterina Civallero e io, rappresenta perfettamente lo spirito di ciò che voleva trasmettere il suddetto articolo.
Buona lettura!

            Ciao Giovanna, benvenuta e grazie per aver accettato la mia breve intervista. Come vorresti presentarti ai lettori di MobMagazine? Chi è la Giovanna scrittrice? e chi è, invece, nella sua quotidianità?

Grazie per avermi invitata e di avermi offerto questa opportunità. Non ho mai pensato all’eventualità di presentarmi a qualcuno e vengo, in questo caso, presa alla sprovvista. Penso di essere una persona “normale” che compie le azioni di ogni giorno e che non è mai stata l’artefice di qualcosa di importante ma nonostante questo abbastanza coraggiosa nell’affrontare i problemi e lo stress quotidiano. Non mi sono mai considerata una scrittrice ma fin da piccola avevo il desiderio di scrivere qualcosa di significativo che potesse essere di aiuto a qualcuno; ho iniziato senza l’intenzione di pubblicare alcunché ma solo a scopo terapeutico: dovevo smettere di soffrire! Alla fine, quando mi sentii guarita, avevo il materiale per comporre un libro. Gli ho dedicato tempo, sonno e ogni giorno della settimana, ma ciascuna riga che scrivevo era un passo in più verso il traguardo che mai avrei immaginato di raggiungere e che invece avevo tagliato brillantemente. Nella vita di tutti i giorni sono mamma, nonna e figlia proprio in questo ordine: mi dedico a tutti i miei cari senza però trascurare me stessa. Mi occupo anche di giardinaggio, viaggio, leggo, cucino e scrivo, per regalarmi veri momenti di felicità.

            Ci potresti raccontare qual è stato il tuo percorso professionale e cosa ti ha portata ad amare la scrittura fino a decidere di pubblicare una tua opera? Hai intenzione di proseguire e proporre nuovi progetti nell’immediato futuro?

Sono nata in una famiglia di maestre e fin da piccola ero certa che sarei diventata un’insegnante. Volevo essere una di quelle che avrebbe fatto la differenza. Il mio intento fu subito chiaro: sedurre i miei alunni con la lettura e far loro amare le poesie e i racconti.
Mi resi presto conto dell’importanza di alimentare il pensiero critico e mi si presentò una bella occasione nel 2012 quando i media, come al solito, iniziarono a instillare la paura nelle persone con servizi sulla fine del mondo. I miei alunni erano terrorizzati: iniziammo così una ricerca su internet e sui libri che da alcuni anni studiavo. Presto si sviluppò un racconto i cui protagonisti eravamo tutti noi della classe: ci documentammo sul periodo storico e sui personaggi e i bambini eseguirono le illustrazioni. Al termine del lavoro parve naturale renderlo un libro: “In 13 per il 2012 – ovvero La misteriosa profezia dei Maya”, stampato autonomamente in tipografia, nel quale traemmo le nostre conclusioni su tale argomento.

Sicuramente dopo questo libro, Un mare di solitudine, scriverò ancora, perché quando si comincia non ci si può più fermare, diventa come una dipendenza e in questo momento ho già in mente un nuovo progetto; tuttavia, soltanto quando la narrazione sarà giunta alla fine potrò sapere se il lavoro vedrà la luce o se rimarrà chiuso in un cassetto.

            Raccontaci del tuo libro, Un mare di solitudine: come è nata l’idea? si tratta di eventi reali romanzati o è pura fantasia? come hai scelto i nomi dei personaggi e la loro caratterizzazione?

Nell’inverno scorso iniziai a scrivere dei racconti che riguardavano un periodo doloroso della mia vita. Ben presto mi accorsi che, man mano scrivevo, il dolore se ne andava e io cominciavo a sentirmi rigenerata; iniziai così a guarire.
A un certo punto il libro era scritto, si trattava solo di costruire la trama e di assemblarlo. Tutti gli eventi riportati sono reali ma, ovviamente, anche un po’ romanzati. Quando scelsi il nome del mio personaggio ci pensai poco perché all’improvviso sentii echeggiare il nome di “Beatrice”. Mi è sconosciuto il motivo per cui mi piacque quello, però dopo averlo sentito risuonare dentro di me, pensai alla donna amata da Dante. Invece “Emanuele” mi sembrò un nome adatto alla persona che avrebbe dovuto “calzare” il ruolo del protagonista maschile. Per quanto riguarda la descrizione dei personaggi ho cercato di essere il più possibile oggettiva, senza lasciarmi coinvolgere troppo dall’emozione nel rievocare i momenti vissuti in passato.

            Quindi ritieni che scrivere un racconto o un romanzo, e magari poi pubblicarlo, possa avere una sorta di valenza terapeutica: perché?

Se il racconto è autobiografico sicuramente sì. Nel momento in cui si vanno a ripescare nella mente eventi dolorosi e si usa la scrittura come mezzo per spiegare al mondo, o a noi stessi, ciò che ci è successo, si mostrano le ferite riportate e si delega al racconto il groviglio di emozioni che si sono insinuate dentro di noi: allora ecco che, mentre si tenta di fare ordine, tutto perde i colori accesi della rabbia e della sofferenza. Man mano quelle emozioni calano di intensità, si scoloriscono e ne nascono altre con colori pastello e con un’essenza diversa, più accogliente. La scrittura è terapeutica nel momento in cui la si pratica ma può essere un aiuto per la guarigione anche di chi legge.

            In breve, quasi come uno slogan: perché i lettori dovrebbero acquistare questo libro? a quale tipo di pubblico hai immaginato di indirizzarlo, mentre lo scrivevi?

È una storia vera e gli eventi che racconto sono comuni a moltissime persone. Questo libro narra la mia guarigione e indica la strada da percorrere per uscire dal labirinto della sofferenza.
Per chi è nel dolore per un abbandono, l’esperienza di un’altra persona che ne è uscita può essere determinante. Tra le righe della narrazione può trovare  la strada da percorrere per imparare che prima di tutto e di tutti veniamo noi! Penso che chiunque possa trovare degli spunti per raggiungere la propria rinascita. È quindi un libro per uomini e donne e per tutte le età.

            Herman Hesse disse: “Senza amore di sé neppure l’amore per gli altri è possibile”. Che ne pensi, aveva ragione?

Assolutamente sì. Fin quando non impariamo ad amarci e a onorarci non potremo dare amore e rispetto agli altri. Solo se possediamo questi sentimenti ci è dato di volgerci agli altri senza attaccamento e possesso.

            Ci diresti quali sono stati e quali sono tutt’ora i tuoi autori preferiti, e se ritieni di averne preso qualcuno di essi a modello?

I miei autori preferiti sono: Paulo Coelho, Isabel Allende, Hernán Huarache Mamani, Milan Kundera. Sicuramente i primi due mi sembrano i più vicini al mio modo di “sentire”.

            Consigliaci un paio di libri che secondo te sono da leggere assolutamente nelle serate dell’inverno che sta arrivando. Spiegaci perché proprio questi.

Da leggere assolutamente: “L’alchimista” di Paulo Coehlo e “La casa degli spiriti” di Isabel Allende. Quando ho letto questi libri mi sembravano avvolti da un’aura di mistero. Erano le prime volte che affrontavo argomenti inusuali e forse considerati esoterici.

…e un paio di film che a tuo avviso sono particolarmente significativi, e su cui meditare.

Quando ero giovanissima vidi “Il pranzo di Babette”, del 1987, sceneggiato e diretto da Gabriel Axel, tratto dall’omonimo racconto di Karen Blixen. Lo sentii risuonare dentro di me per molto tempo. Purtroppo penso che sia scomparso da ogni cineteca: peccato! Per l’altro suggerirei la visione di ”Avatar”, del 2009, per la regia di James Cameron. Al di là della storia, fui rapita dalla connessione della natura, di come tutto è unito da una rete energetica.

            Come vorresti concludere questa intervista? Ci regali un tuo pensiero personale, un commento o una esortazione?

Vorrei solo suggerire di scrivere! Scrivere sempre e qualunque cosa ma soprattutto raccontarsi per potersi comprendere meglio. Narrare ciò che ci ferisce aiuta la nostra guarigione e ci accompagna verso la felicità.

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