“Caravaggio e Artemisia: la sfida di Giuditta. Violenza e seduzione nella pittura tra Cinquecento e Seicento”. La mostra, inaugurata il 26 novembre 2021, proseguirà fino al 27 marzo 2022

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Care lettrici e cari lettori,  

sperando di fare cosa gradita, oggi ho deciso di condividere con tutti voi la mia esperienza di visita alla mostra, allestita nelle nuove sale al pian terreno di Palazzo Barberini, dal titolo “Caravaggio e Artemisia: la sfida di Giuditta. Violenza e seduzione nella pittura tra Cinquecento e Seicento”, a cura di Maria Cristina Terzaghi.

La mostra celebra i cinquant’anni dall’acquisizione da parte dello Stato italiano e i settant’anni dalla scoperta del celebre dipinto di Caravaggio conservato a Palazzo Barberini: “Giuditta e Oloferne”.

Sabato, 18 dicembre 2021, accompagnato dal mio amico e grande conoscitore di Caravaggio, Enzo Diomaiuta, ho visitato la mostra e ammirato il grande capolavoro di Caravaggio “Giuditta, l’eroina biblica che decapita il tiranno Oloferne”, a confronto con la raffigurazione omonima di Artemisia Gentileschi e altre 30 opere di grandi artisti dell’epoca, tutte di grande formato e provenienti da importanti istituzioni nazionali ed internazionali quali, fra le altre, la Galleria Corsini e Galleria Palatina di Firenze, il Museo del Prado e il Museo Thyssen di Madrid, le Gallerie d’Italia Palazzo Zevallos Stigliano, il Museo di Capodimonte di Napoli, la Galleria Borghese di Roma, il Kunsthistorisches Museum di Vienna e il Museo di Oslo.

Il percorso espositivo della mostra si snoda in quattro sezioni.

La prima, “Giuditta al bivio tra Maniera e Natura” con gli autori del Cinquecento: Pierfrancesco Foschi, Lavinia Fontana, Tintoretto.

Jacopo Robusti detto il Tintoretto (Venezia, 1518 – 1594), “Giuditta e Oloferne”, 1577, olio su tela, cm 188×251. Madrid, Museo Nacional del Prado.

La seconda sezione, “Caravaggio e i suoi primi interpreti”.

Nella terza sezione, è possibile ammirare le opere di Artemisia Gentileschi e del padre Orazio insieme ai lavori di Giovanni Baglione, Johan Liss, Bartolomeo Manfredi, Pietro Novelli, Mattia Preti, Giuseppe Vermiglio e di Biagio Manzoni.

La quarta e ultima sezione si conclude con “Le virtù di Giuditta” e il confronto con “Giuditta e Davide” e “ Giuditta e Salome’”, accomunati tra loro da un identico filo conduttore, ovvero, dalla vittoria della virtù, dell’astuzia e della giovinezza sulla forza bruta del tiranno che finisce decapitato. In mostra le opere di Valentin de Boulogne, della bottega di Giovanni Bilivert e di Francesco Rustici.

Artemisia Gentileschi, “Giuditta che decapita Oloferne”,1612-13, olio su tela, cm158,8×125,5cm, Museo nazionale di Capodimonte, Napoli.

Questo dipinto, realizzato per Cosimo II,  rappresenta il suo dipinto più celebre e venne tenuto nascosto a lungo perché ritenuto troppo truculento. Si ipotizza che la tela sia stata dipinta immediatamente a seguito del processo per stupro nel quale Artemisia accusava Agostino Tassi, collaboratore del padre.

Artemisia Gentileschi si immedesima nell’eroina biblica e l’energia feroce e la violenza esasperata della scena, hanno indotto molti studiosi a riconoscere nella composizione espliciti riferimenti al dramma personale vissuto dall’artista e al suo desiderio di rivalsa. Per questo alcuni hanno riconosciuto nel volto di Oloferne gli stessi tratti dell’aggressore di Artemisia, Agostino Tassi, suo maestro di prospettiva pittorica.

Artemisia Gentileschi  nacque nel 1593 da Orazio, celebre artista di origine pisana. La casa di Orazio fu frequentata dai maggiori artisti del periodo, tra cui Caravaggio.

Artemisia fu dotata di talento precoce e il padre ne curò personalmente la formazione artistica nei primi anni. Artemisia sviluppò la propria arte sulla scia di quella del padre e il suo stile fu fortemente realista e teatrale. Artemisia morì a Napoli nel 1652.

Michelangelo Merisi detto Caravaggio (1571/1610), “Giuditta e Oloferne”, 1600-1602 circa, olio su tela , cm145x195cm, Gallerie nazionali d’arte antica, Palazzo Barberini, Roma.

Il dipinto, commissionato dal banchiere Ottavio Costa nel 1599, raffigura la vedova ebrea Giuditta nell’atto di uccidere il tiranno assiro Oloferne, con l’intento di salvare il proprio popolo dalla dominazione straniera.

Il dipinto, rivoluzionario per la sua potenza espressiva, raffigura anche un’anziana serva che sorregge la bisaccia per conservare la testa del condottiero assiro, il cui volto è un possibile ritratto del pittore. Il dipinto raffigura una scena di una violenza inaudita.

Nel ruolo di Giuditta venne raffigurata la cortigiana senese Fillide Melandroni, amica dell’artista, apparsa in diverse opere di Caravaggio, tra cui “Ritratto di cortigiana”, “Santa Caterina d’Alessandria”, “Marta e Maria Maddalena”.

Si è tentati di credere che Caravaggio, nel dipingere il quadro, si sia ispirato alla storia della giovane Beatrice Cenci giustiziata per parricidio.

Caravaggio

Uomo passionale e violento,  Michelangelo Merisi , detto il Caravaggio , (Milano, 29 settembre 1571– Porto Ercole, 18 luglio 1610) ,attivo tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento è riuscito con la sua pittura a rinnovare radicalmente la concezione artistica del suo tempo, divenendo, dopo Leonardo, Raffaello e Michelangelo, uno dei più grandi maestri  dell’arte italiana.

Formazione artistica e incontri significativi nel corso della sua carriera.

La sua formazione artistica inizia nel 1584 nella bottega di uno degli esponenti del tardo manierismo lombardo, Simone Peterzano, che si definiva allievo di Tiziano. Ma l’ambiente pittorico lombardo gli va stretto, ha bisogno di uscire dai confini della propria terra per parlare al mondo e quindi si traferisce a Roma dove collabora prima con un modestissimo e grossolano pittore, Lorenzo Siciliano; entra nella bottega di Antiveduta Gramatica ma ben presto giunge alla “corte” di uno fra i pittori di moda della nobiltà, quel Giuseppe Cesari, detto Cavalier D’Arpino .Poi lascia malamente la bottega del Cavalier D’Arpino e si mette in proprio .

A metà degli anni Novanta stringe una solida amicizia con il pittore Prospero Orsi che probabilmente gli fa conoscere il suo primo protettore e appassionato collezionista d’arte  , il cardinale Francesco Maria del Monte, il quale ammirato e sorpreso di fronte alle tele di Caravaggio gli ordina alcune tele con cui s’impone subito all’attenzione del pubblico e nonostante l’ingresso dei suoi lavori nell’alta società romana e il riconoscimento della sua figura di pittore celebre, Caravaggio continuerà comunque ad essere tentato da una vita sregolata e sopra le righe. Non si può cambiare la natura più profonda di un uomo.

Intanto il suo mondo, l’ambiente che frequenta è quello dei locali di malaffare, della strada. Vive come un randagio, con amici pericolosi: bravate, prepotenze, gioco d’azzardo, una vita rubata alla vita che sembra segnata da una inconscia volontà di annichilimento .

Caravaggio ha forse bisogno di vivere così per riuscire a cogliere il valore drammatico dell’esistenza.

Nessun altro pittore, come Caravaggio, ha inteso la propria esistenza con altrettanto spirito di libertà, con lo stesso senso autodistruttivo.

Una vita violenta, indomabile, disordinata , sempre “in fuga” .

Dopo un lungo periodo di permanenza a Roma, Caravaggio, condannato a morte per l’uccisione in duello di Ranuccio Tommasoni, dovette scappare a Napoli nel 1606 per scampare alla pena capitale e vi rimase tutto l’anno seguente sotto la protezione della famiglia Carafa Colonna , impegnato in una serie di grandi pale sacre, tra cui la Madonna del Rosario, le Sette opere di misericordia  e la Flagellazione di Cristo, che testimoniano un successo pieno e indiscusso.

Caravaggio fece poi tappa a Malta e in Sicilia ed infine nel 1609 ritornò a Napoli , ospite della marchesa Costanza Colonna fino al luglio del 1610, mese in cui iniziò il viaggio diretto a Roma che terminò con la sua morte sulla spiaggia di Feniglia, nei pressi di Porto Ercole il 18 luglio del 1610.

Caravaggio è passione, violenza, dramma, commozione, partecipazione. E la sua pittura è come lui: è la rappresentazione di sentimenti autentici, la messa  a nudo di una realtà non sublimata ma raccontata così come la si vede e la si affronta.

Concitate, affollate di personaggi, drammatiche e magniloquenti, le opere napoletane ci presentano un Caravaggio inedito, impegnato in una sempre più ardita interpretazione del tema sacro .

I soggetti religiosi vengono affrontati e risolti dall’artista in una dimensione “popolare” emotivamente prorompente, con un rinnovato senso dell’azione di massa .

I suoi personaggi sono umili, hanno i piedi sporchi, vesti lise, volti spesso volgari anche se intensi.

La nuda realtà e l’inquietudine dell’animo umano di fronte ad essa sono raffigurate dall’artista con una tecnica formidabile, basata sull’utilizzo della luce, che letteralmente ”taglia” le tele in modo trasversale ed illumina figure umili e tragiche, conferendo loro una profondità e una violenza che non possono non colpire, destare stupore, commuovere.

Opere, quelle di Caravaggio , che ci trasmettono la grandezza di un uomo che ha pagato di persona , con una vita difficile e randagia, la forza e l’intensità del suo carattere, e che ci lascia una testimonianza autentica, sofferta e inquietante della nostra condizione umana.

N.B. Le foto sono state attinte da internet a scopo puramente didattico-illustrativo.