Considerazioni semi-serie sul setting | di Anna Avitabile

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Come in tutte le attività, anche in quella psicologica, è possibile trovarsi in situazioni curiose o paradossali,  che possono stupire, infastidire o far sorridere. Nel mio caso, spesso, si è trattato di circostanze riguardanti il setting. 

Questa parola inglese, se usata per definire uno spazio terapeutico, indica non solo un ambiente fisico e un insieme di regole, ma soprattutto uno spazio, variabile ed adattabile, nel quale costruire una relazione.

Nei servizi pubblici in cui ho lavorato, mi sono sempre interrogata sui requisiti minimi del setting.

Essendo auspicabile accogliere i pazienti in un ambiente confortevole e discreto, quando mi è stato possibile, ho cercato di personalizzare la stanza in cui effettuavo i colloqui con qualche poster in tema con l’attività e la tipologia di utenza. In alcuni casi, ho dedicato spazio anche a disegni fatti da bambini e adolescenti, in momenti salienti dei loro percorsi. Tra gli strumenti a disposizione nella mia stanza, infatti, oltre al materiale specialistico, non mancano mai matite, pastelli e fogli, per esprimere ciò che non si riesce a dire con le parole.

Un cartello, che, in maniera più o meno sintetica, richiamasse la necessaria riservatezza è diventato d’obbligo, nel tempo. Sono una che, tradizionalmente, crede che i 50 minuti di colloquio necessitino di attenzione e concentrazione. Di cartelli, ce ne sono stati diversi nella mia attività, con variazioni sul tema:

“non bussare, colloquio in corso”

Ho adottato scritte in grassetto o colorate, corredate di immagini simboliche, che ne evidenziassero il senso. Ho avuto cura di girare il cartello, all’inizio e alla fine di ogni colloquio, e di insegnarlo agli utenti stessi, affinché non perdesse significato. Purtroppo, anche questa attenzione qualche volta non è bastata, per evitare situazioni imbarazzanti.

Così, è capitato, ad esempio, che, nonostante la scritta, mentre magari ero alle prese con genitori abusanti, tuonassero improvvise bussate energiche, accompagnate da espressioni del tipo: “Ma questa non c’è o non risponde?”.

La definirei una squalifica del setting proveniente dall’esterno.

Tanti anni fa, mi è capitato un episodio eclatante riguardante i confini del setting. Partecipavo, infatti, ad un gruppo terapeutico, in collaborazione col conduttore, e un giorno, in cui ero in ritardo, ho trovato una porta sbarrata dall’interno che mi impediva di entrare.

Inizialmente, misi in dubbio le mie percezioni, perdendomi rapidamente nelle mie personali difficoltà davanti alle porte chiuse. Forse il mio ritardo era intollerabile. Poi, pensando che potesse non essere stato percepito il mio colpetto timoroso e che, semplicemente, qualcuno all’interno potesse essere appoggiato alla porta, provai ad esercitare maggiore forza nel gesto di bussare e nella pressione sulla maniglia. Non accadde nulla di diverso. Confusa dalla percezione di una porta sbarrata dall’interno, insolita in un luogo in cui non esistevano chiavi, rimasi per un po’ paralizzata.

Mentre mi interrogavo sul da farsi, un infermiere più imponente di me riuscì a forzare lo sbarramento, facendo trapelare l’aria pesante di fumo, aliti e sudore delle tante persone assembrate nella stanza. Fu allora che riuscii a farmi vedere dal collega, che mi fece cenno di entrare, mentre chi aveva aperto la porta veniva rimandato indietro.

Non si trattò, però, di un facile inserimento nel lavoro di gruppo. Uno dei partecipanti, immediatamente, mi interpellò per chiedere se era giusto che il terapeuta lo costringesse a rimanere nella stanza contro la sua volontà. Fu questione di secondi, in cui cercavo di concentrare il mio pensiero su come rispondere all’insolito quesito, dopo di che irruppero nella stanza le forze dell’ordine, precedentemente chiamate dal ragazzo stesso.

Seguì una situazione  di chiarimento che mi parve sbilanciata. Avvertivo la vulnerabilità e solitudine del giovane tossicodipendente, contrapposta alla consuetudinaria alleanza del personale della struttura con le forze dell’ordine, alla quale si aggiungeva l’appiattimento del pensiero di tutti i presenti del gruppo, evidentemente suggestionati dal carisma del conduttore.

In tutti i casi, non ci fu motivo di trattenere ulteriormente il ragazzo, che, prima di andare via, volle avere un breve scambio con me. 

Questo, lo definirei un setting blindato, esperienza che mi ha permesso di riflettere su alcuni risvolti deontologici della relazione tra terapeuta e paziente.

Qualche volta, è capitato che un addetto alla vigilanza particolarmente attento si preoccupasse della mia incolumità, impressionato dall’aspetto dell’utente di turno, o ancora che dissuadesse parenti curiosi dall’origliare fuori alla porta. Attenzioni che ho considerato espressioni di rara gentilezza.

Pareti troppo sottili hanno, nel tempo, separato spazi di lavoro in maniera inefficace, mettendo a repentaglio la privacy degli utenti. Bisogna ammettere che la richiesta  insistente di insonorizzazione degli ambienti, qualche volta, è stata ascoltata dal dirigente di turno.

Oppure è capitato che si creassero improvvisati setting nei corridoi della struttura, sulla base di richieste improprie o dettate da discutibili emergenze. Di seguito, riporto, in forma diretta, alcuni dialoghi, piuttosto esemplificativi, avvenuti in spazi comuni dei vari Servizi in cui ho lavorato.

Nel Consultorio, ad esempio, un giorno, si presenta una madre con la figlia adolescente, richiedendo con urgenza di essere ascoltata e, dopo poche battute paradossali, si evidenzia quanto possa essere difficile l’avvio di un primo colloquio. 

Madre: Buongiorno dottoressa, mi manda il dr…..il problema è mia figlia Tiziana, frequenta cattive amicizie, si comporta male.
Psicologa: Visto che la ragazza è qui, vorrei chiedere direttamente a lei se c’è un problema.
Tiziana: Non c’è nessun problema.
Psicologa: Tua madre dice che c’è, ma a me interessa sapere il tuo punto di vista. Che dici ne vogliamo parlare, vogliamo fissare un appuntamento?
Madre: Tanto non viene.
Tiziana: Se prendo un appuntamento, lo mantengo.
Madre: Tanto è inutile, lo so che non viene.
Psicologa: Proviamo a fissare una data. Tiziana si impegna a venire e, se non verrà, potremo vederci noi due per capire come procedere.
Tiziana non si presenta all’appuntamento concordato. La madre neanche.

Nel dialogo che segue, che si svolge invece nel corridoio di un Sert, è evidente l’ambivalenza, che ci può essere, sempre nella fase di aggancio del paziente, al confine tra intervento medico e psicologico.

Responsabile (con tono di rimprovero): Come mai non hai fissato un colloquio a questo ragazzo?
Psicologa (mortificata): Ricordo di averglielo dato, ma posso verificare in cartella.
Responsabile (perentorio): Devi dargli un appuntamento.
Psicologa (in cerca di intesa): Qui c’è scritto che non si è presentato al colloquio fissato e non ne ha chiesto un altro.
Responsabile (interrompendo): Tu però non puoi rifiutare di fargli un colloquio.
Psicologa (compiacente): O.K. va bene martedì prossimo alle nove?
Ragazzo (distratto, agitato, si guarda nervosamente a destra e a sinistra): Si…dottore, ma se vengo, me lo aumentate il metadone?

In entrambi i casi, è evidente l’intreccio di ruoli tra i comunicanti e l’esistenza di un livello di contenuto e di uno di relazione in ogni comunicazione, così come la rilevanza del canale non verbale, accanto a quello verbale.

Durante la pandemia il setting ha subito alcune trasformazioni. Ho sperimentato, infatti, i colloqui con la distanza di sicurezza, la mascherina e la successiva igienizzazione degli oggetti. Purtroppo lacrime e soffiate di naso, o mascherine mal posizionate costituivano un ostacolo alla serenità e accoglienza necessarie. 

D’altronde, nei servizi pubblici non sempre vengono garantiti i dispositivi di protezione necessari.

Per tale motivo, per non interrompere l’attività e renderla quanto più ordinaria possibile, nello straordinario dell’emergenza, ho preferito sperimentare il setting da remoto. Ho attivato colloqui e gruppi in tale modalità, faticando molto all’inizio, ma anche scoprendo inattese evoluzioni.

E’ stato possibile, innanzitutto,  togliere la mascherina e guardarsi in faccia, respirare liberamente, dettaglio non insignificante per chi ha problemi alla gola, e osservare il volto dell’interlocutore nella sua totalità. Non sono mancati sfondi dai quali trarre informazioni sull’ambiente domestico degli utenti, magari cucine, camere da letto, corridoi, arredati in stile moderno o classico, colorati o monocromatici.

A volte il setting è stato itinerante, all’interno della casa, in cerca del luogo in cui il cellulare avesse maggiore campo. Stupefacente è stata la capacità di collegarsi alla piattaforma, anche delle persone meno tecnologiche.

Sempre nel lavoro da remoto, qualche utente non ha fatto troppo caso all’abbigliamento che indossava durante il colloquio, forse immaginando che la telecamera non inquadrasse il telo da doccia avvolto intorno al busto o la vestaglia.

Qualche altro ha privilegiato posizioni comode, sedendosi o stendendosi sul proprio letto. Qualcun altro ancora si e collocato nel bagno, giustificando opportunamente la scelta estrema con esigenze di riservatezza e di campo.

Non sono mancati bambini che arrivavano con gli occhi assonnati a posizionarsi tra le braccia della mamma, impegnata nel colloquio, e altri che curiosavano, magari visibili ai miei occhi solo perché riflessi in uno specchio o alle spalle del genitore.

Entrare nell’intimità delle case, in un certo senso, ha dato un valore aggiunto alla relazione che si stava creando.

Certo, è anche accaduto che il colloquio subisse, nei collegamenti da remoto, cali di connessione, oppure gli effetti di microfoni mal funzionanti. Forse, in talune occasioni, non si è trattato soltanto di casualità. 

Il più strano è stato quello conclusivo di un percorso effettuato, regolarmente, da casa. In quel frangente la signora si è collegata dalla macchina ed io, pronta a constatare l’impedimento creato da qualche emergenza, alla fine ho scoperto che era semplicemente parcheggiata e, quel giorno, per lei l’auto era l’unico luogo riservato in cui poter effettuare il colloquio.

Comportamento che mi ha rivelato la forte adesione al percorso proposto.

Tra quelli, invece, inammissibili c’è stata la proposta di una utente di effettuare il colloquio per telefono, essendo in difficoltà a conciliare gli orari di lavoro con la mia disponibilità di servizio. Ci ho messo tempo per capire che la sua idea era sostituire la video-connessione con una semplice telefonata, in modo da effettuare le pulizie, a cui era addetta, e parlare contemporaneamente con me. Anche qualche altra persona, ritenendosi multitasking, ha pensato di poter usufruire di prestazioni di gruppo a videocamera spenta, ascoltando soltanto, mentre guidava o era impegnata in altre attività.

In questi casi, mi sembra che il setting sia stato, anche se non volutamente, squalificato, ed ho, quindi, attuato opportuni chiarimenti.

All’interno dei miei setting, ci sono stati ringraziamenti originali e qualche regalo simbolico, che mi è stato possibile accettare. Così come ci sono stati regali che ho, tassativamente, rifiutato.

Infine, non posso tralasciare che, in alcune rare occasioni, ci sia stata qualche minaccia, ma per fortuna, se sto scrivendo ora, vuol dire che non è stata irreparabile.