Eliana Stendardo, poetessa | INTERVISTA

0
493
Condividi l'articolo, fallo sapere ai tuoi amici ! 

«Il poeta è colui che accoglie nei suoi versi l’arcobaleno di colori che il mondo ci dona, ed è il solo poeta possibile». (Eliana Stendardo)

Eliana Stendardo

Ciao Eliana, benvenuta. Grazie per la tua disponibilità e per aver accettato il nostro invito. Se volessi presentarti ai nostri lettori, cosa racconteresti di te quale poetessa?

Grazie a te per avermi proposto questa intervista.

La poesia rappresenta una sfida che affronto con grande cautela e umiltà; impugno la penna con la necessaria consapevolezza che ogni sfumatura impone, più che la scrittura in prosa, ancora maggior cura per scelta lessicale e stilistica.

Scrivere, in prosa o in versi, è per me innanzitutto un’esperienza personale con indiscusso valore catartico. Non so mai quando scriverò una poesia e perché; la scrittura è per me rifugio ed evasione, il ritrovarmi con me stessa in un tempo sospeso. I temi e le immagini dei miei versi prendono vita da un moto interiore, dalla memoria con le sue diverse narrazioni prospettiche, dalla dimensione onirica, o ancora da una personale percezione del mondo circostante.

La condivisione, ovvero il successivo passaggio da un livello interiore e intimo al dialogo con l’altro, il lettore, appunto, rappresenta per me un atto di responsabilità e, al contempo di coraggio. Responsabilità nel trasferire un messaggio che possa essere apprezzato, per valore estetico e contenutistico; coraggio nel mettere a nudo la propria anima, cosa che nessun poeta può esimersi dal fare.

…chi è invece Eliana Stendardo che vive la sua quotidianità e cosa fa al di fuori dell’arte dello scrivere, puoi raccontarci?

Pur lavorando come amministrativa in un Dipartimento universitario, se dovessi definirmi direi che sono una organizzatrice di eventi che è, di fatto, il lavoro che ho svolto con impegno e passione per gran parte della mia vita professionale. Nata come interprete e traduttrice, mi sono poi occupata di organizzazione di congressi ed eventi anche a livello istituzionale avendo, tra l’altro, ho seguito un corso di Esperto in Protocollo e Cerimoniale della Presidenza del Consiglio dei Ministri presso la Scuola Nazionale di Amministrazione.

In parallelo alla mia occupazione principale, da alcuni anni mi dedico a diverse attività in ambito culturale; collaborando con diverse associazioni o in proprio, ho co-organizzato incontri e rassegne letterarie nazionali e internazionali, curato antologie poetiche occupandomi anche della selezione delle opere, della traduzione di poesie, dell’editing dei testi e della grafica; sono giurato in concorsi letterari.

Chi sono e chi sono stati i tuoi maestri d’arte, se vogliamo usare questo termine? Qual è stato il tuo percorso artistico/formativo ed esperienziale nel mondo della scrittura e della poesia?

I miei veri maestri sono stati i libri. Sono sempre stata una lettrice vorace di generi diversi, spaziando dai grandi classici fino ai contemporanei. Ritengo, inoltre, che la mia formazione di traduttrice mi abbia ulteriormente avvicinata all’amore e alla cura della parola scritta.

Nella scrittura sono autodidatta e, in quanto tale, mi metto continuamente alla prova, anche sperimentando nuovi stili e generi, ma ciò che nel mio cammino mi ha maggiormente incoraggiata è stato il confronto – non inteso come mera competizione ma come stimolo alla crescita – e lo scambio con altri autori.

Non ultimi, i riconoscimenti che ho ricevuto ai concorsi mi hanno spinta a seguire il richiamo di questa passione che, mio malgrado, riesco coltivare con tempi molto ridotti dovendo “incastrare” gli impegni quotidiani.

Come definiresti il tuo stile poetico e la tua poetica? C’è qualche scrittore/poeta del passato o del presente al quale ti ispiri?

Il mio stile è in continua evoluzione, e tuttavia Lintima, tranquilla, umile sincerità evocata da Rainer M. Rilke (1929, Lettere a un giovane poeta) è lo stile comunicativo che prediligo e che – almeno in questa fase della mia vita artistica – più mi rappresenta.

Dall’intimismo al sociale, dall’essere umano agli elementi della natura, dalla scienza al pensiero romantico… Le mie poesie sono la trasposizione scritta del vissuto o del percepito, pertanto i temi e le immagini variano, così come lo stile, in armonia con i contenuti.

Come nasce la tua poesia Sono albero a novembre (terza classificata al Premio Letterario Nazionale “Il Grido della Selva”inserita nell’antologia omonima bandito dalla casa editrice PandiLettere) qual è il messaggio che vuoi arrivi al lettore e quali gli stimoli che ti hanno portato a scrivere questo testo?

Ho scritto questa poesia alcuni anni fa in un giorno di novembre in cui, complici il grigiore del cielo e le sensazioni di quel periodo, avvertii l’esigenza di tradurre in versi le mie emozioni.

Questa poesia, che amo particolarmente, si presta a diversi livelli di interpretazione secondo la sensibilità del lettore.

Di volta in volta l’albero, simbolo di forza e generosa magnificenza, è il gigante che soccombe allo spietato e ineluttabile incedere dell’inverno incombente, è canto disperato di una storia d’amore tormentata, o ancora è donna spogliata della sua splendida chioma, che urla la sua bellezza profanata, calpestata da passi indifferenti, a ricordare quanta violenza colpisca ancora oggi le donne; la chioma, resa ardente dall’autunno appena trascorso, richiama l’implacabile succedersi delle stagioni della vita, e le alterne fasi dell’esistenza che avvicendano periodi difficili e bui a tempi migliori.

L’albero sopravvivrà e tornerà a sorridere grazie alla forza delle sue radici, dei suoi valori più profondi e intimi.

Raccontaci dei tuoi libri. Quali sono che ami ricordare e di cui vuoi parlare ai nostri lettori?

Le mie poesie sono state incluse in diverse antologie, e solo dopo molti anni ho vinto la mia innata timidezza pubblicando una raccolta dal titolo Il mio grido non ha eco (2020, Vitale ed., Sanremo – ritratto di copertina del M° Erminio Staffieri).

Questa piccola raccolta è un viaggio nello spazio e nel tempo del mio percorso personale; include, infatti, alcuni lavori scritti diversi anni fa, e altri più recenti.

Apre il volume Sono albero a novembre, premiata nel 2019 al Campidoglio, a Roma, con il Premio Internazionale Pushkin, Sez. Poesia singola, nonché con il terzo posto al concorso Il grido della Selva, promosso dalla Casa editrice romana Pandilettere.

Seguono altre poesie di taglio intimistico. Ricordo Passi e Run baby, run, nelle quali la fatica del cammino assurge a metafora dell’avanzare della vita e nella vita; anche ne Il deposito dei sogni morti di stenti, tratta da un’immagine donatami dal M° Domenico Altei e alla sua memoria dedicata, il protagonista deposita nelle proprie orme, impresse nella dimensione eterna del passato, i sogni svaniti per sempre.

Chiudono la raccolta 2020 e Il giorno verrà – entrambe riferite al drammatico periodo che l’umanità sta vivendo a causa della pandemia da Covid-19 – lasciando comunque al lettore uno spiraglio di speranza.

Sto lavorando un volume di racconti, nel quale inserirò alcune brevi poesie a scandire le diverse sezioni narrative.

Una domanda difficile Eliana: perché i nostri lettori dovrebbero comprare Il Grido della Selva? Prova a incuriosirli perché vadano in libreria o nei portali online per acquistarlo.

La poesia è una forma d’arte che merita di sopravvivere all’essenzialità della comunicazione moderna. Non bisogna pensare alla poesia come espressione letteraria d’élite o, peggio, superata. La poca attenzione che la società contemporanea presta alla poesia è una grave responsabilità delle nostre generazioni nei confronti dei più giovani, e sono convinta che la poesia possa conquistarsi spazi maggiori, uscire dalla nicchia dove viene troppo spesso relegata.

L’esperienza poetica può essere proposta come corale, entusiasmante, e non necessariamente solitaria e noiosa, affinché non perda ulteriore respiro e attrattività per le nuove generazioni.

In questa direzione va l’audace quanto meritoria azione imprenditoriale e culturale intrapresa da Lara Di Carlo con PandiLettere; promuovere antologie che presentino al pubblico autori di ogni età e di diversa formazione culturale. Il pregio di queste pubblicazioni risiede, a mio avviso, proprio nella grande varietà di stili proposti dai numerosi autori che, comunque, vengono accuratamente selezionati da competenti giurati.

Il grido della selva è una antologia a tema, molto ben curata anche nella grafica, che offre al lettore l’opportunità di godere di una lettura di alta qualità poetica. Acquistare questa antologia significa, inoltre, incoraggiare nuovi autori a supportare una giovane editrice che, dando voce alla poesia – disciplina meno “facile” da proporre da un punto di vista commerciale –, dimostra grande intraprendenza e merita il nostro plauso per il suo instancabile ed efficace lavoro di promozione culturale.

«Appartengo a quella categoria di persone che ritiene che ogni azione debba essere portata a termine. Non mi sono mai chiesto se dovevo affrontare o no un certo problema, ma solo come affrontarlo.» (Giovanni Falcone, “Cose di cosa nostra”, VII ed., Rizzoli libri spa, Milano, 2016, p. 25 | I edizione 1991). Tu a quale categoria di persone appartieni, volendo rimanere nelle parole di Giovanni Falcone? Sei una persona che punta un obiettivo e cerca in tutti i modi di raggiungerlo con determinazione e impegno, oppure pensi che conti molto il fato e la fortuna per avere successo nella vita e nelle cose che si fanno, al di là dei talenti posseduti e dell’impegno e della disciplina che mettiamo in quello che facciamo?

ALIBI

Lottiamo

sotto l’ala del

libero arbitrio

soccombiamo
con l’alibi
del destino

nel mezzo,

il nulla

ci osserva

sornione

Con questa mia breve poesia rispondo alla tua domanda. Ritengo che l’impegno e la disciplina siano alla base di ogni conquista dell’uomo, e che qualsiasi problema, o dilemma, vada affrontato con tenacia, determinazione, senza mai arrendersi. Ciascuno di noi scrive il libro della propria esistenza in base all’impegno profuso nel raggiungere determinati obbiettivi; tuttavia, l’esperienza mi ha insegnato che intervengono, talvolta, fattori o elementi completamente imprevedibili che deviano il cammino in una direzione diversa.

Mi riferisco al ben noto “Effetto farfalla” teorizzato da Edward Lorenz nel 1962, e già preconizzato da Alan Turing che nel 1950 in Macchine calcolatrici e intelligenza, affermò:

Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza.

Oppure al “Cigno nero”, evento raro e imprevedibile, sia esso positivo o negativo – che produce un impatto talmente forte da sconvolgere il corso dell’esistenza di una persona, della collettività, o addirittura della storia.

Queste teorie, tutte scientificamente accreditate e ancora allo studio, a mio avviso confermano che entrambi i fattori – impegno e fortuna – incidono in modo analogo nelle vicende personali e collettive. Mi affascinano temi quali la sincronicità o il ruolo del Caso, e sono attratta dal disegno del destino, che si dipana nel quotidiano in modi misteriosi, per svelarsi con i suoi paradossi in colpi di scena inattesi.

«Io vivo in una specie di fornace di affetti, amori, desideri, invenzioni, creazioni, attività e sogni. Non posso descrivere la mia vita in base ai fatti perché l’estasi non risiede nei fatti, in quello che succede o in quello che faccio, ma in ciò che viene suscitato in me e in ciò che viene creato grazie a tutto questo… Quello che voglio dire è che vivo una realtà al tempo stesso fisica e metafisica…» (Anaïs Nin, “Fuoco” in “Diari d’amore” terzo volume, 1986). Cosa pensi di queste parole della grandissima scrittrice Anaïs Nin? E quanto l’amore e i sentimenti così poderosi sono importanti per te e incidono nella tua arte e nelle tue opere?

La dualità fisica e metafisica è da sempre fondamentale materia di riflessione dell’uomo, spaccato dalla percezione oggettiva e soggettiva della realtà. Tale spaccatura si rende ancora più profonda quando si parla di emozioni, di sentimenti, che costituiscono il motore delle azioni umane. La persona più razionale agisce sempre e comunque sulla spinta di un impulso emotivo, positivo o negativo che sia. I sentimenti sono l’anima di ogni storia, reale o di fantasia, e quale sentimento, più dell’amore, ha ispirato gli artisti di ogni genere e di ogni tempo?

Certo, l’amore nell’accezione più ampia del termine, è presente nelle mie poesie. Dall’amore passionale, a quello più ampio per la natura come miracolo della vita, della creazione, con il mistero insito nella sua immensa grandezza e perfezione. La scrittura razionale non mi appartiene, scrivo sulla scia dei sentimenti e delle percezioni che la realtà del mio vissuto personale mi infonde.

«…anche l’amore era fra le esperienze mistiche e pericolose, perché toglie l’uomo dalle braccia della ragione e lo lascia letteralmente sospeso a mezz’aria sopra un abisso senza fondo.» (Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, Volume primo, p. 28, Einaudi ed., 1996, Torino). Cosa pensi di questa frase di Robert Musil? Cos’è l’amore per te e come secondo te è vissuto oggi l’amore nella nostra società contemporanea, tecnologica e social?

Cosa è l’amore? Quanto è grande l’amore? Quante sfumature ha? L’amore non è come gli altri sentimenti umani. L’odio, ad esempio, è diretto, immediato, violento. Anche l’amore può esserlo, certo. Folgorante e passionale, dolce romantico. Eppure, è molto più complesso, sfaccettato, faticoso.

Quanti amori si possono vivere nella vita? Chi può dirlo… L’amore per un figlio è smisurato, incondizionato, assoluto. Quello per i genitori è enorme, infinito, tenero. Quello di coppia, coniuga i primi due ma è condito dallo slancio passionale.

L’umanità è oggi variamente condizionata da valori e disvalori strettamente collegati alla deriva culturale e sociale nella quale navighiamo compiaciuti ormai da decenni. Stiamo tornando allo stato brado: così come negli animali, rispondendo a un atavico istinto biologico, il maschio deve essere l’esemplare più forte e potente al fine di garantire protezione alla progenie, così l’amore del nostro tempo è asservito al denaro e al potere. Nella nostra società non c’è più spazio per l’amor cortese se non come strategia di seduzione alternativa.

Il calcolo prevale oggi nei rapporti umani. E vi stupite che l’Amore non esista più? Che sia un sentimento difficile da metabolizzare per le giovani generazioni, nutrite a forza corpi ostentati in tv e nei social al pari di un qualsiasi prodotto in vendita? Inflazionato e svalutato dalla moderna comunicazione mediatica, il mondo tecnologico e social ha deprivato questo sentimento dal pudore, dalla bellezza della scoperta e della conquista. Se gli adulti hanno perso il gusto di vivere un’emozione profonda ed esaltante, le nuove generazioni non sono state “educate” alla cultura dell’amore come valore e come sodalizio esclusivo tra anime, da coltivare nel tempo anche con sacrificio personale.

L’amore esiste ancora, ma è in via di estinzione.

«Non mi preoccupo di cosa sia o meno una poesia, di cosa sia un romanzo. Li scrivo e basta… i casi sono due: o funzionano o non funzionano. Non sono preoccupato con: “Questa è una poesia, questo è un romanzo, questa è una scarpa, questo è un guanto”. Lo butto giù e questo è quanto. Io la penso così.» (Ben Pleasants, The Free Press Symposium: Conversations with Charles Bukowski, “Los Angeles Free Press”, October 31-November 6, 1975, pp. 14-16.) Secondo te perché un romanzo, un libro, una raccolta di poesie abbia successo è più importante la storia (quello che si narra) o come è scritta (il linguaggio utilizzato più o meno originale, armonico, musicale, accattivante per chi legge), volendo rimanere nel concetto di Bukowski?

Un lavoro letterario, per dirla con Bukowski, “funziona o non funziona”. Per funzionare deve arrivare al lettore e, per farlo, deve usare un linguaggio efficace da un punto di vista comunicativo. Per fare un esempio, il libro Che tu sia per me il coltello (1998) di David Grossman, sviluppa una trama, una storia, piuttosto scarna, ma la narrazione epistolare è utilizzata con una tale maestria da rendere questo libro un capolavoro indiscusso. Allo stesso modo, vi sono scrittori che riescono a ideare e a strutturare in modo coerente trame complesse e coinvolgenti, ma non avendo particolare propensione alla scrittura, sono costretti a rivolgersi a figure professionali come Editor o addirittura Ghost writers. Anche in questo caso possono nascere prodotti che “funzionano” ma, a mio avviso, non saranno mai capolavori poiché il linguaggio narrativo mancherà di personalità e non caratterizzerà l’autore.

Tra le due opzioni, ammiro chi scrive utilizzando un linguaggio estremamente comunicativo per originalità, espressività, stile.

«Direi che sono disgustato, o ancor meglio nauseato … C’è in giro un sacco di poesia accademica. Mi arrivano libri o riviste da studenti che hanno pochissima energia … non hanno fuoco o pazzia. La gente affabile non crea molto bene. Questo non si applica soltanto ai giovani. Il poeta, più di tutti, deve forgiarsi tra le fiamme degli stenti. Troppo latte materno non va bene. Se il tipo di poesia è buona, io non ne ho vista. La teoria degli stenti e delle privazioni può essere vecchia, ma è diventata vecchia perché era buona … Il mio contributo è stato quello di rendere la poesia più libera e più semplificata, l’ho resa più umana. L’ho resa più facile da seguire per gli altri. Ho insegnato loro che si può scrivere una poesia allo stesso modo in cui si può scrivere una lettera, che una poesia può perfino intrattenere, e che non ci deve essere per forza qualcosa di sacro in essa.» (Intervista di William Childress, Charles Bukowski, “Poetry Now, vol. 1, n.6, 1974, pp 1, 19, 21.). Tu da poeta cosa ne pensi in proposito? Ha ragione Bukowski a dire queste cose? Cosa è oggi la poesia per te, riprendendo il pensiero di Bukowski?

Condivido in pieno questa riflessione di Bukowski. Credo che i tempi siano maturi perché la poesia si sporchi le mani, arrivi nelle strade, tra la gente comune, e smetta leziosi artifici accademici. Si spogli dell’autoreferenzialità e accolga nuove voci e contenuti. Si aprano le porte alle contaminazioni linguistiche e culturali, si mescoli ad altre forme espressive, e si raggiungeranno nuove e inaspettate vette artistiche.

«Il ruolo del poeta è pressoché nullo … tristemente nullo … il poeta, per definizione, è un mezzo uomo – un mollaccione, non è una persona reale, e non ha la forza di guidare uomini veri in questioni di sangue e coraggio.» (Intervista ad Arnold Kaye, Charles Bukowski Speaks Out, “Literary Times”, Chicaco, vol 2, n. 4, March 1963, pp. 1-7). Qual è la tua idea in proposito rispetto alle parole di Bukowski? Cosa pensi del ruolo del poeta nella società contemporanea, oggi social e tecnologica fino alla esasperazione? Oggi al poeta, secondo te, viene riconosciuto un ruolo sociale e culturale, oppure, come dice Bukowski, fa parte di una “élite” di intellettuali che si autoincensano reciprocamente, una sorta di “club” riservato ed esclusivo, senza incidere realmente nella società e nella cultura contemporanea?

Purtroppo, dall’intervista rilasciata da Bukowski nel 1963, poco o nulla è cambiato. Fatta eccezione per una élite di poeti, una cerchia ristretta e inaccessibile, al poeta non è riconosciuto alcun ruolo sociale. Benché la società tecnologica consenta una maggiore diffusione dei lavori poetici, non esiste alcun riconoscimento sociale della figura del poeta e il messaggio raramente viene accolto adeguatamente. La poesia non fa da “trend setter” e, per dirla tutta, in questo hanno fallito anche le suddette élite, che poco o nulla incidono sull’agenda culturale del nostro Paese.

 «Per quanto riguarda i corsi di scrittura io li chiamo Club per cuori solitari. Perlopiù sono gruppetti di scrittori scadenti che si riuniscono e … emerge sempre un leader, che si autopropone, in genere, e leggono la loro roba tra loro e di solito si autoincensano l’un l’altro, e la cosa è più distruttiva che altro, perché la loro roba gli rimbalza addosso quando la spediscono da qualche parte e dicono: “Oh, mio dio, quando l’ho letto l’altra sera al gruppo hanno detto tutti che era un lavoro geniale”» (Intervista a William J. Robson and Josette Bryson, Looking for the Giants: An Interview with charles Bukowski, “Southern California Literary Scene”, Los Angeles, vol. 1, n. 1, December 1970, pp. 30-46). Ha ragione Bukowski a dire queste cose a proposito di coloro che frequentano corsi di scrittura creativa? Cosa ne pensi in merito? Pensi che servano davvero per imparare a scrivere anche se il talento non c’è? Come si diventa grandi e apprezzati scrittori secondo te?

In molti casi le scuole di scrittura sono uno strumento che permette allo scrittore alle prime armi di individuare e correggere alcuni punti di debolezza nella propria capacità narrativa, in particolare per quanto riguarda la prosa. Possono aiutare, inoltre, a comprendere e decifrare i meccanismi che sono alla base del prodotto editoriale; non è possibile presentare un romanzo a un editore senza un preliminare lavoro di scrittura preciso e una approfondita revisione del testo e della trama.

La scuola di scrittura può proporre delle tecniche, fornire degli strumenti per strutturare il lavoro in modo organizzato senza perdersi in dettagli inutili o sbavature nella trama, ma non può certamente insegnare il talento.

Oltre alla passione, all’impegno continuo, allo studio e all’approfondimento, è il talento a determinare la statura di uno scrittore.

Ah, se sapessi come si diventa grandi e apprezzati scrittori…

«La lettura di buoni libri è una conversazione con i migliori uomini dei secoli passati che ne sono stati gli autori, anzi come una conversazione meditata, nella quale essi ci rivelano i loro pensieri migliori» (René Descartes in “Il discorso del metodo”, Leida, 1637). Qualche secolo dopo Marcel Proust dice invece che: «La lettura, al contrario della conversazione, consiste, per ciascuno di noi, nel ricevere un pensiero nella solitudine, continuando cioè a godere dei poteri intellettuali che abbiamo quando siamo soli con noi stessi e che invece la conversazione vanifica, a poter essere stimolati, a lavorare su noi stessi nel pieno possesso delle nostre facoltà spirituali.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905 | In italiano, Marcel Proust, “Del piacere di leggere”, Passigli ed., Firenze-Antella, 1998, p.30). Tu cosa ne pensi in proposito? Cos’è oggi leggere un libro? È davvero una conversazione con chi lo ha scritto, come dice Cartesio, oppure è “ricevere un pensiero nella solitudine” come dice Proust? Dicci il tuo pensiero…

Leggere un libro è un viaggio, un’avventura in una dimensione diversa dalla realtà.

La lettura induce nel lettore un dialogo interiore che ha tuttavia un regista occulto, che è lo scrittore.

Se è vero che, in gran parte dei casi, lo scrittore scrive per sé stesso, in realtà si rivolge al lettore che, a sua volta, entrerà nell’animo dello scrittore confrontandosi continuamente con ciò che legge.

Questa sorta di comunicazione in due tempi, che non prevede uno scambio immediato, si evolve tuttavia in un terzo tempo, quello della lettura comunitaria, sempre più diffusa grazie al proliferare di gruppi di lettura e che permette il confronto e il commento dei testi tra lettori.

Possiamo quindi immaginare una grande comunità, costituita dallo scrittore e dal suo pubblico, che hanno condiviso, ciascuno a suo modo, l’esperienza di un libro.

«Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905). Cosa ne pensi tu in proposito? Cosa legge il lettore in uno scritto? Quello che ha nella testa “chi lo ha scritto” oppure quello che gli appartiene e che altrimenti non vedrebbe?

La lettura è senza dubbio uno strumento essenziale di apprendimento di nozioni e di idee. In tal senso, il lettore riceve dei contenuti che costituiscono i “mattoni” della propria cultura. La lettura è un vero e proprio esercizio spirituale e mentale che apre nuovi orizzonti e offre al lettore approfondimenti e nuovi spunti, anche quando questi riconosce sé stesso o le proprie riflessioni in ciò che legge. Finanche le letture di intrattenimento, quelle generalmente riconosciute come poco impegnative, offrono al lettore un arricchimento culturale. Una lettura di qualità svela, rivela, produce sapere e sviluppa spirito critico.

«… mi sono trovato più volte a riflettere sul concetto di bellezza, e mi sono accorto che potrei benissimo (…) ripetere in proposito quanto rispondeva Agostino alla domanda su cosa fosse il tempo: “Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so.”» (Umberto Eco, “La bellezza”, GEDI gruppo editoriale ed., 2021, pp. 5-6). Per te cos’è la bellezza? Prova a definire la bellezza dal tuo punto di vista. Come si fa a riconoscere la bellezza secondo te?

La bellezza per me è nella natura intesa come universo, nell’armonia della sua perfezione fatta di complessità e diversità.

Sono napoletana, eppure, nel profondo mi sento cittadina del mondo. In questo nostro sofferente pianeta, non c’è luogo che non ci appartenga e al quale a nostra volta non apparteniamo, per quanto lontano fisicamente da noi. Non c’è bellezza che non sia patrimonio dell’umanità, intesa non come vago ente, ma come unione di individui. Non c’è delitto, in nessuna parte del globo, per il quale possiamo sentirci del tutto assolti. Abbiamo tutti il diritto di vivere con eguale dignità nel rispetto della natura e delle sue risorse. Lo stesso rispetto si deve, a mio avviso, a ogni essere umano, senza distinzione di etnia, religione, condizione sociale.

Sono convinta che il linguaggio poetico sia universale e unificante, e il poeta non può escludere dal proprio pensiero l’alterità, non può chiudersi alla bellezza e alla ricchezza culturale che la diversità può offrire. L’incontro e lo scambio interculturale contiene in sé un potenziale enorme, ed è a mio avviso, la sola possibilità di sopravvivenza e riscatto per l’intera umanità.

Il poeta è colui che accoglie nei suoi versi l’arcobaleno di colori che il mondo ci dona, ed è il solo poeta possibile.

Se per un momento dovessi pensare alle persone che ti hanno dato una mano, che ti hanno aiutato significativamente nella tua vita artistica e umana, soprattutto nei momenti di difficoltà e di insicurezza che hai vissuto, che sono state determinanti per le tue scelte professionali e di vita portandoti a prendere quelle decisioni che ti hanno condotto dove sei oggi, a realizzare i tuoi sogni, a chi penseresti? Chi sono queste persone che ti senti di ringraziare pubblicamente in questa intervista, e perché proprio loro?

Nella mia famiglia d’origine si è sempre data molta importanza alla cultura ed è doveroso un ringraziamento ai miei genitori che mi hanno sempre incoraggiata a coltivare l’amore per la lettura e per la scrittura. Un pensiero speciale al mio papà, indimenticabile esempio di vita, uomo colto di grande spessore umano e dignità.

Sono grata a mio marito e a mio figlio, che mi sostengono nella vita e in questa passione.

Non ho un mentore, ma mi sento di ringraziare tutti coloro che ho incrociato nel mio percorso umano e artistico, che mi hanno teso la mano nei momenti difficili o quanti, anche inconsapevolmente, mi hanno saputo insegnare qualcosa.

È grazie alla moltitudine di persone e di esperienze che sto costruendo il puzzle della mia vita.

Se dovessi consigliare ai nostri lettori tre film da vedere quali consiglieresti e perché?

Il labirinto del fauno (El laberinto del fauno), film spagnolo-messicano diretto e co-prodotto da Guillermo del Toro, è uno dei più grandi successi cinematografici del 2006. Si tratta di un film fantastico che tratta con delicatezza e poesia il dramma della guerra civile e spagnola.

Jane Eyre è un film di Cary Joji Fukunaga del 2011 tratto dal romanzo di Charlotte Brontë, pubblicato nel 1847, un grande classico della letteratura inglese. La tormentata storia d’amore narrata nel libro, e poi nel film, evidenzia le contraddizioni della società vittoriana con elegante e drammatica efficacia. È un film che potrei rivedere cento volte senza stancarmi mai.

Parasite, di Bong Joon-ho, è la prima pellicola sudcoreana ad essersi aggiudicata la Palma d’Oro di Cannes nel 2019. Feroce critica alla società contemporanea, che piaccia o meno, il film propone numerosi spunti di riflessione e scuote gli spettatori per la cruda descrizione del contrasto prodotto dal divario socioeconomico e degli anticorpi che tale disparità produce.

E tre libri da leggere assolutamente nei prossimi mesi? Quali e perché proprio quelli?

Siamo alle soglie del 2022, anno in cui è ambientato Fahrenheit 451, scritto da Ray Bradbury nel 1953 (edito in Italia anche con il titolo Gli anni della fenice). Perché non leggere, o rileggere, questo splendido romanzo di fantascienza in cui l’autore, con uno stile narrativo accattivante, descrive in modo profetico e visionario una società distopica in cui, tra le altre cose, leggere o possedere libri è considerato reato?

Con un salto spazio-temporale, e a testimoniare la mia passione sfegatata per le sorelle Brontë, la mia seconda proposta è un capolavoro della letteratura inglese, Cime tempestose (Wuthering Heights), l’imperdibile romanzo di Emily Brontë, uscito nel 1847 sotto lo pseudonimo di Ellis Bell. Uno dei romanzi più coinvolgenti della letteratura inglese ci trasporta nella selvaggia e affascinante brughiera dello Yorkshire, testimone della drammatica storia d’amore di Heathcliff e Catherine e delle vicende che intorno a essa si snodano.

Una vita come tante (2015) di Hanya Yanagihara è una lettura più contemporanea nella scrittura e nei contenuti. Questo romanzo d’amore e di amicizia ambientato nel XXI secolo ha collezionato importanti premi e ha riscosso grande successo di critica e pubblico a livello mondiale diventando un vero e proprio caso editoriale.

I tuoi prossimi progetti? Cosa ti aspetta nel tuo futuro professionale e artistico che puoi raccontarci?

Sono attualmente coinvolta come giurata in un concorso di poesia nazionale e continuo con la mia attività di promozione culturale collaborando con diverse associazioni.

Sto inoltre lavorando a una raccolta di racconti, che spero di pubblicare nel 2022, e contribuisco a una rivista letteraria di recente fondazione.

Per il resto, attendo le sorprese che la vita saprà donarmi.

Dove potranno seguirti i nostri lettori?

Sono presente con un profilo personale su Facebook, su Instagram e sulla rivista letteraria romana I Quaderni della Gorgone.

Come vuoi concludere questa chiacchierata e cosa vuoi dire a chi leggerà questa intervista?

Continuiamo tutti, ciascuno con le sue possibilità e competenze, a scrivere e a leggere poesia, per dare respiro alla cultura in un mondo troppo distratto. Questa la mia esortazione e il mio auspicio per il futuro.

I miei più sentiti ringraziamenti vanno a chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui, all’ospite Andrea Giostra per lo spazio che mi ha dedicato e, certamente, Lara Di Carlo, per la generosa attenzione che riserva ai suoi autori.

Eliana Stendardo

https://www.facebook.com/eliana.stendardo

Il libro:

AA.VV., Antologia Poetica Il Grido della Selva (I edizione), PandiLettere ed., 2021

https://www.pandilettere.com/inostrilibri/antologiapoetica

Antologia Poetica Il Grido della Selva (I edizione), AA.VV., PandiLettere 2021