“Il venditore di pensieri altrui” | Il nuovo romanzo di Paolo Massimo Rossi

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Paolo Massimo Rossi

Quattro sono i temi portanti che caratterizzano il romanzo:

1) Solitudine, 2) Malinconia, 3) Vanità, 4) Bellezza.

Vengono enunciati chiaramente nel capitolo II° della terza parte (pag. 141), quella in cui si fa una sorta di resoconto della vita del protagonista Roè: “Uscì, infine, per non farsi vincere dalla solitudine, ma anche dalla malinconia, dalla vanità, dalla bellezza in ricordo, dalle parole rimaste nascoste. Gioco forza ne avrebbe accettato la casualità.”

I quattro temi sono, in altri termini, un substrato che pervade tutta la storia: nei pensieri sciorinati da Roè dal banchetto da psicomante, negli incontri con le donne, nelle chiacchiere non-sense all’Ideal bar. Rappresentano il palinsesto dove si localizzano i fatti narrati. Sono elementi che si presentano – anche se esplicitamente solo all’inizio della terza parte – come dichiarazione d’intenti poetici e letterari. E d’altra parte, le storie descritte sono sì il pretesto per far vivere quei temi portanti, ma trovano negli stessi la possibilità di rendere letterario il racconto della vita di Roè, delle persone che frequenta, come anche la struttura narrativa del romanzo.

Dunque, esplicitando ed esemplificando:

1) La Solitudine.

Subito nel capitolo II° della terza parte (pag. 141) c’è un accenno al tema: “La solitudine innescava la voglia di parlare del non detto e del non avvenuto, forse della lucidità auspicabile. Camminò sino ad Altabella e salì dalla Giusi. Il Settimanale non esisteva più, adesso lei aveva un’agenzia di pubblicità.”

Intanto, i fumi alcolici gli avevano liberato la mente dagli schemi per lasciare andare le parole a vagare in libertà. I passi lo guidarono sino all’imbocco dei portici di via Rizzoli.

«Facciamo che io ero un uomo felice,» pensava, con ludico imperfetto.

Proseguì, pur sapendo che sarebbe stato difficile ritrovare la strada di casa.

In Piazza non c’erano più i capannelli di litiganti in politica o sport: la misologia lentamente esondava e avanzava, rifugiandosi in conformistici e piatti schermi dell’ovvio. Avrebbe potuto commettere la solitudine con il piacere del pensare?”

E nel capitolo V° (pag. 157): “C’è sempre un che di azzardato quando si fugge dalla propria solitudine e da una vita anche appena dissoluta, e accade che ci si possa mettere di fronte a se stessi in modo superficiale.”

Infine sempre nel capitolo V° (pag. 161): “Vorrei ascoltare altre voci. Nel giorno del giudizio, che mai verrà probabilmente, l’Onnipotente ci rivolgerà queste stesse domande. Risponderemo che abbiamo vissuto insieme eppure in totale solitudine, ognuno per sé, ognuno in compagnia della propria morte e della propria resurrezione.”

2) La Malinconia.

Nel capitolo IV° (pag. 153): “Roè voltò la testa per poterla osservare ancora senza che lei potesse ricambiare lo sguardo. Poi la figura sparì e Roè fu preso da malinconia e rimpianto, per non essere riuscito a parlarle, per non avere un ricordo da far rivivere, per non poter correre indietro e dire a quella donna che era felice di averla ritrovata, che aveva aspettato da tanto quell’incontro. Sorrise all’idea mentre l’autobus, dopo aver preso velocità, correva verso la Porta S. Vitale, verso Aldrovandi e, costeggiando i portici, sino a Piazza Ravegnana, dopo aver oltrepassato i vicoli stretti in cui aveva vissuto gli anni della giovinezza, delle parole non dette o pronunciate senza riuscire a spiegarsi, ma anche del suo cercare.”

Nel capitolo VII° (pag. 169): “Era stato così all’epoca dell’Ideal bar, con Maurilio, Ernesto, Cesidio, Datchenkova e con tanti altri. Una stagione allegra il cui ricordo era, adesso, intriso di malinconia. Certo poteva scriverne e raccontare, poteva ricordare le parole che davanti a quel bancone, pur attraverso rimandi a volte cialtroneschi, avevano nascosto ovvi desideri: le speranze del cambiamento. Poi, le vite di ognuno di loro erano diventate quelle di uomini in perenne ricerca di altro da sé, costellate di piccole gioie e grandi insuccessi, momenti che venivano regolarmente scambiati per prospettive di un futuro migliore. E c’era chi aveva confuso la disperazione e la malinconia con una forma superiore di critica che, solo per pudore, non sarebbero state mostrate al mondo senza ipocrisia e infingimenti. Molti le avrebbero chiamate felicità.”

E precedentemente a pag. 48: “Roè sedette al suo posto e, nell’ora pomeridiana priva di compratori, cercò di non farsi vincere dalla malinconia.

Sogno di un’altra vita; gioco delle parti

e parte di un gioco immaginato e illusorio,

non percorreremo più l’uso e la strada,

la vita ci accoglierà altrove: stereotipo come un sorriso.»

3) La Vanità.

Capitolo II° (pag. 143): “In centotrecento suonò il campanello di Ernesto il professore. Una casa alta e stretta, con sei finestre in verticale per tre piani. La moglie aprì e lo fece salire.

Chiese se l’Ernesto era in casa e la moglie, laconica, s’informò di chi doveva dire.

Rispose: “Roè. Il professore capirà.”

La vanità era l’incombente peccato.”

E a pag. 62: “Il mio tempo: eufemisticamente inteso come interiore misura, richiamo a conoscere e a dire di me, passioni ora sopite ora improvvisamente tornanti. Il mio tempo: pessimisticamente inteso come delusione nei rapporti col mondo e con gli altri. Cercherò la salvezza nella vanità? Nell’ acquiescenza al conformismo? Nel mascheramento dei sentimenti dietro snobismi alla moda?

Capitolo IX (pag. 124): Io credo di non confessarmi mai.”

“No tu fuggi, per paura e per vanità, in fondo per te l’altro non esiste. In fondo proietti una sorta di tua vaga assenza in ogni presenza altrui!”

Capitolo IX (pag. 125): “Ma sono contento, per esempio, di riconoscere a te la capacità di mandare in frantumi la vanità con la quale mi illumino quando spengo il cervello.”

4) La Bellezza

Capitolo III° (pag. 146): “La bellezza era stata una delle vie sognate per raggiungere la felicità.”

Capitolo III° (pag. 147): “Svanita la bellezza autolesionista dell’amore perduto, restava quella degli abachi e dell’alfabeto.”

Allora, il senso della storia non è la biografia – neanche romanzata – di un personaggio anche sui generis come Roè, e neanche il racconto dei suoi amori e dei suoi incontri, ma l’esposizione minimalistica della verità racchiusa in quei quattro elementi: La Solitudine, La Malinconia, la Vanità, la Bellezza. Maurilio, Datchenkova, Solarina, lo stesso Roè sono quelli che sono ma avrebbero potuto essere, nelle descrizioni e nelle fattispecie narrative, completamente diversi: Senza di loro i quattro elementi sarebbero stati solo un penoso tentativo di fare della filosofia spicciola, ma, senza questi, i personaggi sarebbero stati solo fumettistici. Non è nella descrizione delle loro avventure la verosimiglianza della storia, ma nei modi in cui queste avventure trovano riferimenti e vita nel rapporto con la solitudine, con la malinconia, con la vanità, con la bellezza.

INFO:

www.elisonpublishing.com

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