Vincenzo Tagliaferri, poeta | INTERVISTA

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Ciao Vincenzo, benvenuto. Grazie per la tua disponibilità e per aver accettato il nostro invito. Se volessi presentarti ai nostri lettori, cosa racconteresti di te quale poeta?

Innanzitutto grazie a voi. Non so se definirmi un poeta, è un bel parolone che mi mette sempre un po’ soggezione, così come la definizione che talvolta mi danno di “musicista”, ma se proprio devo definirmi forse sono solo un musico che cerca di suonare qualsiasi cosa, e quindi anche le parole. La vita va condita con della musica, e io cerco di farlo anche nella scrittura. Spesso scrivo cose usando versi e rima, cercando però di non essere banale e di solito lo faccio quando c’è una forte ispirazione, e non capita neanche tanto spesso, dipende dai periodi, da ciò che la vita mi lascia dentro, che se poi diventa poesia o canzone è pura casualità.

…chi è invece Vincenzo Tagliaferri che vive la sua quotidianità e cosa fa al di fuori dell’arte dello scrivere, puoi raccontarci?

Nella quotidianità sogno, spero e poi mi disilludo. Ma poi ricomincio, non imparo mai, sono un po’ sognatore, lo sono sempre stato, non eccessivamente forse ma quel tanto che basta a farmi vivere la mia esistenza. Ma bisogna stare attenti, è pericolosa la speranza, così come i sogni, vanno maneggiati con cura, altrimenti potrebbero farti perdere l’orientamento, ti fanno andare in direzioni poco pragmatiche, e in una società cinica e pratica come quella moderna, ciò può condurti all’esclusione e alla deriva di una spiaggia deserta, in “quell’isola che non c’è” in cui il mare è quello spazio immenso tra il dire e il fare.

Ho uno stile di vita abbastanza tranquillo e quando non lavoro o non creo, esco intraprendendo lunghe passeggiate, spesso solitarie, oppure vado all’IKEA, non per comprare mobili o oggettistica varia, ma per fare merenda, perché bisogna dire che si mangia bene al bar dell’IKEA, almeno a quello del mio paese, poi passeggio tra le varie esposizioni e fantastico su una probabile vita alternativa in questa o quella stanza… tutto ciò mi rilassa, ho bisogno tanto di relax, di sentirmi a casa, me lo chiede spesso la mia anima inquieta.

Chi sono e chi sono stati i tuoi maestri d’arte, se vogliamo usare questo termine? Qual è stato il tuo percorso artistico/formativo ed esperienziale nel mondo della scrittura e della poesia?

I miei maestri? Il mondo intero e la vita sono il mio percorso formativo… Tutto può insegnarci a scrivere o darci del materiale per farlo… In ogni caso in senso più strettamente poetico mi piace la lezione degli ermetici, non tanto forse per la natura criptica dei componimenti, il che è comunque una caratteristica che ammiro, ma per la tendenza alla brevità, mi piace riuscire a raccontare qualcosa con poco, soppesando attentamente le parole da usare a seconda del contesto e delle sfumature che si vogliono dare… spesso definisco l’arte stessa come “l’immenso in un bocciolo”. Poi mi piacciono le analisi psico-sociali di Pirandello per non parlare della mitologia greca e norrena, probabilmente approfondirò anche altre mitologie, il mondo della mitologia mi ha sempre un po’ affascinato, anche se non mi ritengo un esperto.

Come definiresti il tuo stile poetico e la tua poetica? C’è qualche scrittore/poeta del passato o del presente al quale ti ispiri?

Come ho detto prima mi piace la brevità, non so in che categoria catalogarmi, non è una cosa su cui mi soffermo sinceramente, l’unica cosa in cui spero è di non essere banale cercando accostamenti originali di immagini e parole e perché no, velandole di mistero se riesco.

Come nasce la tua poesia Immensità (prima classificata al Premio Letterario Nazionale “Il Grido della Selva”inserita nell’antologia omonima bandito dalla casa editrice PandiLettere) qual è il messaggio che vuoi arrivi al lettore e quali gli stimoli che ti hanno portato a scrivere questo testo?

“Immensità” nacque in Francia mentre transitavo in auto su un’autostrada immersa tra i monti con della musica di sottofondo. Solitamente più passa tempo e più l’origine di ciò che scrivo diventa un po’ sfumata alla mia coscienza, però ricordo che sentii questa sorta di grido atavico, naturale esperendo una sensazione di fascino e terrore allo stesso tempo per poi sfociare in una sorta di commozione. Spesso non cerco un messaggio a priori da comunicare, scrivo semplicemente ciò che sento provando ad ascoltarmi, finché lo stesso messaggio, che può essere concettuale o anche emotivo, si palesa, ed è quello che mi è successo nella stesura di questa poesia, che ha una tinta un po’ esistenziale, è la constatazione dell’immensità della natura di cui noi non siamo altro che una parte insignificante, anche se spesso ce lo dimentichiamo e di volta in volta la natura stessa ci presenta il conto. Ecco è questo che vorrei arrivasse. Immensità ci dovrebbe ricordare che, essendo parte della natura, la dobbiamo preservare e non deturpare. Ci ricorda che per quanto proviamo a sentirci onnipotenti, in realtà noi con i nostri deliri siamo degli esseri piccolissimi inghiottiti nella vastità dell’universo. Un po’ rievoca anche i concetti e il mood dell’espressionismo nell’arte figurativa, esempio fra tutti l’urlo di Munch, che è tra le opere se non l’opera più rappresentativa e famosa di quell’epoca, in cui ciò che viene rappresentato in prima linea è il brivido terribile che ci pervade al suono dell’immensità dell’esistenza che diviene abisso nella coscienza. La differenza è che nella mia poesia non c’è solo inquietudine, ma anche una sorta di commozione, non so se per via dell’impotenza esperita o per il fascino del terrore, quel “delightful horror” di cui parlava Edmund Burke in epoca preromantica. Quindi, concludendo, in questa poesia convive ammirazione e spavento, meraviglia e consapevolezza cruda della natura con le sue leggi impietose (si pensi al più forte che vince sul più debole, alla stessa catena alimentare, ai fenomeni naturali più devastanti) in una dicotomica sensazione di meraviglia e spaventoso torpore con forse anche un po’ di rabbia.

Una domanda difficile Vincenzo: perché i nostri lettori dovrebbero comprare Il Grido della Selva? Prova a incuriosirli perché vadano in libreria o nei portali online per acquistarlo.

Perché da ciò che ho letto la scelta delle poesie operata da Lara e la commissione sono davvero scritte bene, alcune molto originali, un libro intimo, che ti fa respirare la natura in tutte le sue sfaccettature, a volte anche proprio materialmente, sembra di avvertirne gli odori i colori e mentre alcune ci invitano a riflettere sul nostro rapporto con essa altre sono abili metafore della condizione umana e della natura dell’uomo stesso. Insomma una silloge davvero coinvolgente e comunque si tratta pur sempre di poesia, la quale ahimè negli ultimi decenni ingiustamente è stata un po’ messa da parte dal mainstream, parlo di quella contemporanea ed emergente; invece, la scelta di Lara dev’essere supportata, bisogna dare nuova linfa alla poesia, ritornare alla musicalità del verso, e perché no qualche volta anche della rima.

«Appartengo a quella categoria di persone che ritiene che ogni azione debba essere portata a termine. Non mi sono mai chiesto se dovevo affrontare o no un certo problema, ma solo come affrontarlo.» (Giovanni Falcone, “Cose di cosa nostra”, VII ed., Rizzoli libri spa, Milano, 2016, p. 25 | I edizione 1991). Tu a quale categoria di persone appartieni, volendo rimanere nelle parole di Giovanni Falcone? Sei una persona che punta un obiettivo e cerca in tutti i modi di raggiungerlo con determinazione e impegno, oppure pensi che conti molto il fato e la fortuna per avere successo nella vita e nelle cose che si fanno, al di là dei talenti posseduti e dell’impegno e della disciplina che mettiamo in quello che facciamo?

Io sono un sognatore e un inguaribile ottimista, ma col tempo ho dovuto contaminare queste caratteristiche di realismo. Sì, è importante fare di tutto quando si ha un obiettivo da raggiungere, ma dobbiamo essere pronti anche al fatto che non tutto dipende da noi. Non credo nel destino, se veramente esistesse nulla avrebbe senso, saremmo solo personaggi ignari di un libro in cui tutto è stato già scritto e noi non avremmo più né meriti né demeriti; spesso la gente parla di destino, ma non immagina nemmeno che dramma sarebbe se esistesse davvero qualcosa di predeterminato. Ebbene in ogni caso, come dicevo, non tutto dipende da noi. La vita per me è un intrecciarsi continuo di situazioni che ti portano attraverso le scelte che facciamo e il caso sull’uno o l’altro binario in un viaggio in continuo mutamento e non sempre noi possiamo fermare il treno o direzionarlo dove vorremmo, ma una cosa è certa, dobbiamo provarci; avere delle capacità è una responsabilità e noi dobbiamo provare ad arrivare fin dove riusciamo e possiamo, lasciando i fatti il meno possibile in mano al caso e in mano a eventuali rimpianti.

«Io vivo in una specie di fornace di affetti, amori, desideri, invenzioni, creazioni, attività e sogni. Non posso descrivere la mia vita in base ai fatti perché l’estasi non risiede nei fatti, in quello che succede o in quello che faccio, ma in ciò che viene suscitato in me e in ciò che viene creato grazie a tutto questo… Quello che voglio dire è che vivo una realtà al tempo stesso fisica e metafisica…» (Anaïs Nin, “Fuoco” in “Diari d’amore” terzo volume, 1986). Cosa pensi di queste parole della grandissima scrittrice Anaïs Nin? E quanto l’amore e i sentimenti così poderosi sono importanti per te e incidono nella tua arte e nelle tue opere?

L’amore e i sentimenti insieme alle emozioni sono tutto ciò che siamo, l’amore è quella cosa che “move il sole e l’altre stelle” come diceva Dante, non se ne può prescindere. Auguro a ognuno di noi che la vita possa essere piena d’amore per quello che facciamo, anche se ci sono dei doveri, delle responsabilità di cui faremmo a meno, l’importante è che ci siano cose che ci appassionano, nelle quali ci identifichiamo, non per quanti soldi produciamo, ma per quanti cuori conquistiamo e per le quali i sacrifici fatti rendano soddisfatti e non semplicemente stanchi. È di questo che tendo a parlare nelle mie opere che siano musicali o poetiche, tutto ha a che fare con i sentimenti, le emozioni e l’amore.

«…anche l’amore era fra le esperienze mistiche e pericolose, perché toglie l’uomo dalle braccia della ragione e lo lascia letteralmente sospeso a mezz’aria sopra un abisso senza fondo.» (Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, Volume primo, p. 28, Einaudi ed., 1996, Torino). Cosa pensi di questa frase di Robert Musil? Cos’è l’amore per te e come secondo te è vissuto oggi l’amore nella nostra società contemporanea, tecnologica e social?

Sono d’accordo, l’amore è pericoloso, ci fa abbassare le difese, ma se non ci fosse non vivremmo mai abbastanza, e “ci vuole coraggio per non morire” come dico nel mio poema sul mito di Orfeo ed Euridice intitolato “Chi ha ucciso Euridice? Il mito di Orfeo ed Euridice”. Nell’epoca dei social è tutto più veloce e a volte effimero e mendace, non si dà il giusto tempo all’amore e tutto diventa a volte freddo, calcolato, rapido e cinico ma non credo sia una costante, le realtà sono molteplici, possiamo solo parlare della maggioranza dei casi.

«Non mi preoccupo di cosa sia o meno una poesia, di cosa sia un romanzo. Li scrivo e basta… i casi sono due: o funzionano o non funzionano. Non sono preoccupato con: “Questa è una poesia, questo è un romanzo, questa è una scarpa, questo è un guanto”. Lo butto giù e questo è quanto. Io la penso così.» (Ben Pleasants, The Free Press Symposium: Conversations with Charles Bukowski, “Los Angeles Free Press”, October 31-November 6, 1975, pp. 14-16.) Secondo te perché un romanzo, un libro, una raccolta di poesie abbia successo è più importante la storia (quello che si narra) o come è scritta (il linguaggio utilizzato più o meno originale, armonico, musicale, accattivante per chi legge), volendo rimanere nel concetto di Bukowski?

Nel 90% dei casi l’arte ha sempre trattato le stesse tematiche, con interpretazioni variabili a seconda delle epoche e delle visioni di un determinato artista, certo, ma si è sempre trattato dell’amore, della vita sociale, della condizione umana etc. etc… Ma la cosa che fa differenza nell’arte, secondo me è il come. L’arte è estetica, che sia un’estetica comunemente definita bella o meno, gioiosa o conturbante, nella creazione artistica è la forma che conferisce valore all’opera. D’altra parte se non si ha qualcosa di importante e magari innovativo da dire, difficilmente si potrà fare arte, anche perché essa è prima di tutto comunicazione, ma ciò che farà sì che qualcuno si avvicini a te per ascoltarti è la forma, che sia concreta come le immagini evocate o anche soltanto astratta come le emozioni, faranno sì che l’altro si avvicinerà a te affascinato per sapere cosa stai dicendo. L’arte è un ponte che avvicina le persone. È una sorta di sistema quantico oserei dire, che tu sia distante anni luce, che sia una questione di spazio o di tempo, io posso influenzare il tuo pensiero e il tuo sentire con l’arte.

«Direi che sono disgustato, o ancor meglio nauseato… C’è in giro un sacco di poesia accademica. Mi arrivano libri o riviste da studenti che hanno pochissima energia… non hanno fuoco o pazzia. La gente affabile non crea molto bene. Questo non si applica soltanto ai giovani. Il poeta, più di tutti, deve forgiarsi tra le fiamme degli stenti. Troppo latte materno non va bene. Se il tipo di poesia è buona, io non ne ho vista. La teoria degli stenti e delle privazioni può essere vecchia, ma è diventata vecchia perché era buona … Il mio contributo è stato quello di rendere la poesia più libera e più semplificata, l’ho resa più umana. L’ho resa più facile da seguire per gli altri. Ho insegnato loro che si può scrivere una poesia allo stesso modo in cui si può scrivere una lettera, che una poesia può perfino intrattenere, e che non ci deve essere per forza qualcosa di sacro in essa.» (Intervista di William Childress, Charles Bukowski, “Poetry Now, vol. 1, n.6, 1974, pp 1, 19, 21.). Tu da poeta cosa ne pensi in proposito? Ha ragione Bukowski a dire queste cose? Cosa è oggi la poesia per te, riprendendo il pensiero di Bukowski?

La poesia per me è ricerca, è scelta accurata delle parole da usare. Sì ok posso anche scrivere d’istinto in una prima stesura ma poi è la ragione che deve ordinare e analizzare. Magari quella determinata poesia deriva da un qualcosa di metafisico, di istintivo mistico o materialistico, sacro o becero, da qualcosa di non totalmente conscio, ma ciò che conta molto, come dicevo poc’anzi, è la scelta della forma che vuoi dare alla tua esperienza, ciò lo fai soprattutto ascoltandoti, l’accademia c’entra fino a un certo punto, anzi se proprio dobbiamo dirla tutta nella maggior parte degli studi accademici (e questo vale per l’arte in generale) si studia ciò che è nato spontaneamente senza troppe regole, ed è solo a posteriori che si codifica. Insomma per fare poesia (e arte in generale) abbiamo bisogno di tutto il nostro essere, della nostra emotività, della nostra gioia e della nostra sofferenza, tra ragione e follia.

«Il ruolo del poeta è pressoché nullo… tristemente nullo… il poeta, per definizione, è un mezzo uomo – un mollaccione, non è una persona reale, e non ha la forza di guidare uomini veri in questioni di sangue e coraggio.» (Intervista ad Arnold Kaye, Charles Bukowski Speaks Out, “Literary Times”, Chicaco, vol 2, n. 4, March 1963, pp. 1-7). Qual è la tua idea in proposito rispetto alle parole di Bukowski? Cosa pensi del ruolo del poeta nella società contemporanea, oggi social e tecnologica fino alla esasperazione? Oggi al poeta, secondo te, viene riconosciuto un ruolo sociale e culturale, oppure, come dice Bukowski, fa parte di una “élite” di intellettuali che si autoincensano reciprocamente, una sorta di “club” riservato ed esclusivo, senza incidere realmente nella società e nella cultura contemporanea?

Non credo che un poeta sia un mollaccione come dice provocatoriamente il solito Charles, anzi per fare poesia bisogna avere la forza e il coraggio di essere nudi a sé stessi e poi magari agli altri, bisogna aver vissuto anche realtà non sempre facili, tutto può arricchire e dare materiale al poeta. Bukowski era un provocatore, alcune cose che diceva lasciano il tempo che trovano. Però è vero che oggi come oggi il poeta non ha lo stesso potere di un tempo, in realtà è vero anche che il potere di influenzare masse consistenti di persone, in fondo, non l’ha mai avuto, almeno non subito. La poesia è sempre stata questione di élite, magari voluta dagli stessi componenti nelle epoche passate e per forza di cause esterne nell’epoca contemporanea. Questo perché la maggior parte delle poesie richiede impegno, attesa, reiterazione, esplorazione, cose che in un mondo come quello odierno, dominato dalla velocità, dalla produzione efferata, dalla competizione di parole che non vengono ascoltate ma solo urlate, causano pesantezza, rallentano le cose, costringendo ad ascoltarci. La società moderna un po’ influenzata dalla tecnologia super veloce, un po’ influenzata dal mainstream commerciale è spaventata dall’abisso che ognuno ha dentro di sé, dietro la propria maschera che inganna lo stesso individuo che la porta. Meglio un romanzo, fatto di immagini concrete, dirette, scorrevoli. Non sto togliendo valore al romanzo sia chiaro, anzi, ci vuole molta arte e inventiva per scriverlo, ma è semplicemente una costatazione dei fatti. Lo stesso se troppo prolisso ed elaborato può non avere un seguito importante.

 «Per quanto riguarda i corsi di scrittura io li chiamo Club per cuori solitari. Perlopiù sono gruppetti di scrittori scadenti che si riuniscono ed… emerge sempre un leader, che si autopropone, in genere, e leggono la loro roba tra loro e di solito si autoincensano l’un l’altro, e la cosa è più distruttiva che altro, perché la loro roba gli rimbalza addosso quando la spediscono da qualche parte e dicono: “Oh, mio dio, quando l’ho letto l’altra sera al gruppo hanno detto tutti che era un lavoro geniale”» (Intervista a William J. Robson and Josette Bryson, Looking for the Giants: An Interview with charles Bukowski, “Southern California Literary Scene”, Los Angeles, vol. 1, n. 1, December 1970, pp. 30-46). Ha ragione Bukowski a dire queste cose a proposito di coloro che frequentano corsi di scrittura creativa? Cosa ne pensi in merito? Pensi che servano davvero per imparare a scrivere anche se il talento non c’è? Come si diventa grandi e apprezzati scrittori secondo te?

Non lo so, non li ho mai frequentati, ma credo che possano servire se l’esperienza che fai la sai usare, i confronti sono sempre ben accetti se si è disposti ad ascoltare, ma bisogna dire che nell’arte ci sono ambienti che servono solo a lusingarsi l’un l’altro, io lusingo te così tu poi lusinghi me, e non ho mai capito se ne sono consapevoli o è un fatto inconscio. In ogni caso bisogna discernere il grande scrittore da quello apprezzato e di successo: per diventare dei grandi scrittori bisogna avere qualcosa da dire e sapere come dirlo, invece per diventare scrittori di successo e di fama, che è un’altra cosa benché non necessariamente slegata dalla prima, bisogna avere i contatti giusti, e riuscire a farsi strada tra i canali del mainstream. Ovviamente se non vali duri poco, ma oggi, in fondo, tutto dura poco.

 «La lettura di buoni libri è una conversazione con i migliori uomini dei secoli passati che ne sono stati gli autori, anzi come una conversazione meditata, nella quale essi ci rivelano i loro pensieri migliori» (René Descartes in “Il discorso del metodo”, Leida, 1637). Qualche secolo dopo Marcel Proust dice invece che: «La lettura, al contrario della conversazione, consiste, per ciascuno di noi, nel ricevere un pensiero nella solitudine, continuando cioè a godere dei poteri intellettuali che abbiamo quando siamo soli con noi stessi e che invece la conversazione vanifica, a poter essere stimolati, a lavorare su noi stessi nel pieno possesso delle nostre facoltà spirituali.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905 | In italiano, Marcel Proust, “Del piacere di leggere”, Passigli ed., Firenze-Antella, 1998, p.30). Tu cosa ne pensi in proposito? Cos’è oggi leggere un libro? È davvero una conversazione con chi lo ha scritto, come dice Cartesio, oppure è “ricevere un pensiero nella solitudine” come dice Proust? Dicci il tuo pensiero…

Credo di essere più vicino a Proust, una conversazione è un atto comunicativo che può evolversi cambiare rotta, è vivo, la lettura è un’altra forma di comunicazione che però finisce nel momento in cui il lettore recepisce il messaggio e si fa una propria idea, non c’è un confronto dinamico caratterizzato da botta e risposta in grado di portare alla luce nuovi spunti alla conversazione. Detto questo credo che ognuna delle due modalità ha una sua valenza, la lettura è più intima, personale, forse più genuina, la conversazione risente dei filtri emotivi che invece ci sono nel momento in cui si apre un contatto con l’altro e quindi anche della comunicazione paraverbale, entrambi comunque possono essere arricchimento, occasione di crescita, e ciò dipende sempre dai due fruitori della comunicazione.

 «Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905). Cosa ne pensi tu in proposito? Cosa legge il lettore in uno scritto? Quello che ha nella testa “chi lo ha scritto” oppure quello che gli appartiene e che altrimenti non vedrebbe?

Io sono un po’ contrario alla libera interpretazione ad ogni costo. Come ho detto prima, l’arte è comunicazione, per cui va bene che ci siano più sfumature a seconda dell’apporto del lettore e del suo sentire, ma il tutto dev’essere connesso in qualche modo con le intenzioni dell’autore, anche con quelle inconsce. Detto in parole povere, quando creiamo ci sono due dimensioni, quella conscia e quella inconscia: la prima è quella più evidente, quella più diretta, quindi riguarda soprattutto il contenuto più immediato, la forma che intenzionalmente si vuole dare al contenuto stesso, la seconda è più sottile, fa parte di quelle caratteristiche che il poeta, o l’artista in generale, mette in modo quasi istintivo, perché gli appartengono, sono insite nella sua personalità, nella sua cultura, quindi  possiamo riferirci ad alcuni aspetti dello stile in primis, ma anche a tutti i contenuti secondari che gravitano attorno a quello principale, poiché nell’arte ogni aspetto, che sia estetico o concettuale, voluto o inconsapevole, ti dice qualcosa dell’autore e del messaggio, si parla quindi di un livello che potremmo definire paraletterario. In ogni caso se io dico A e tu capisci B vuol dire o che io ho sbagliato a comunicare o che tu hai sbagliato a interpretare, se invece io dico A e tu dici A1 A2 A3 e così via allora si è stabilito un ponte di comunicazione. Per me questa è arte allo stato puro, che sia letteraria o di altra natura. Come ho detto più o meno prima l’arte è una sorta di ponte che stabilisce un contatto tra due o più anime e da ciò non è esente la letteratura.

 «…mi sono trovato più volte a riflettere sul concetto di bellezza, e mi sono accorto che potrei benissimo (…) ripetere in proposito quanto rispondeva Agostino alla domanda su cosa fosse il tempo: “Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so.”» (Umberto Eco, “La bellezza”, GEDI gruppo editoriale ed., 2021, pp. 5-6). Per te cos’è la bellezza? Prova a definire la bellezza dal tuo punto di vista. Come si fa a riconoscere la bellezza secondo te?

Non so se so rispondere adeguatamente alla domanda su cosa sia la bellezza. Di sicuro è un qualcosa di soggettivo ma se proprio dovessi tirar fuori una definizione potrei usare quella che ho come incipit nella mia pagina Facebook La Fabbrica di Apollo e cioè che la bellezza non è nella perfezione delle cose ma nella loro armonia.

Se per un momento dovessi pensare alle persone che ti hanno dato una mano, che ti hanno aiutato significativamente nella tua vita artistica e umana, soprattutto nei momenti di difficoltà e di insicurezza che hai vissuto, che sono state determinanti per le tue scelte professionali e di vita portandoti a prendere quelle decisioni che ti hanno condotto dove sei oggi, a realizzare i tuoi sogni, a chi penseresti? Chi sono queste persone che ti senti di ringraziare pubblicamente in questa intervista, e perché proprio loro?

Se devo dirla tutta io non mi sento arrivato chissà dove, sicuramente ho raggiunto dei piccoli traguardi nei vari campi artistici, e trasmettere qualcosa al mondo, lasciare una traccia di me anche se piccolissima già mi rende orgoglioso, ma vivo ancora momenti di insicurezza e di difficoltà così come momenti di speranza e di sogni. Comunque tra le svariate persone che dovrei ringraziare per il supporto sicuramente in primis ci sono i miei genitori, i quali non mi hanno mai ostacolato nelle questioni artistiche, anzi, tutt’altro, mi hanno sempre sostenuto, ognuno a suo modo.

 Se dovessi consigliare ai nostri lettori tre film da vedere quali consiglieresti e perché?

Domanda abbastanza difficile da rispondere, sono molti i film che vale la pena consigliare, tra quelli che mi vengono in mente così di impulso, c’è il famosissimo Forrest Gump che mi ha sempre affascinato da piccolo, Il Sesto Senso di Shyamalan, The Others di Alejandro Amenábar, Vanilla Sky diretto da Cameron Crowe, Interstellar etc. etc. insomma non saprei decidermi già ho sforato di due!

Parlaci delle tue letture. Tre libri da leggere assolutamente nei prossimi mesi? Quali e perché proprio quelli?

Stessa difficoltà di prima! Tra le varie letture che ho fatto, anche se non sono un lettore forte, ci sono I dialoghi con Leucò di Cesare Pavese con la loro dimensione onirica e sospesa in cui personaggi mitologici si interrogano sull’esistenza e sulla condizione umana… Poi c’è il bellissimo Orfeo. Euridice. Hermes di Rainer Maria Rilke, un poemetto sul mito di Orfeo ed Euridice, scritto in maniera magistrale, che ci proietta in una dimensione anch’essa onirica con immagini stupefacenti e una eleganza a dir poco unica. Sicuramente c’è poi la raccolta di mitologia norrena della RBA che sto ancora leggendo e che devo dire è scritta bene anche se a tratti un po’ troppo romanzata, per una cosa più caratterizzante dell’epoca rimando invece all’Edda poetica di Snorri Sturluson… Come non annoverare inoltre un mio conterraneo quale Luciano De Crescenzo, scomparso poco tempo fa, un vero napoletano d’altro tempi, geniale nella sua semplicità con la capacità di rendere divertente e leggero qualsiasi argomento. Di sicuro poi mi piace ricordare Luigi Pirandello col suo mitico Uno Nessuno e Centomila, l’ho sentito davvero molto vicino per i concetti espressi come bello è stato anche Il fu Mattia Pascal… Un’opera che mi sento di citare anche in occasione del settecentenario di Dante è La Divina Commedia curata magistralmente da Franco Nembrini con delle illustrazioni a dir poco stupefacenti di Gabriele Dell’Otto… Mi manca ancora Il Paradiso ed è fatta. Non ancora letta tutta cito anche la raccolta I Racconti del Mistero di Edgar Allan Poe dallo stile inconfondibilmente tetro ma affascinante. Rimanendo sul genere ricordo poi con piacere anche delle letture in lingua originale di estratti del Frankenstein: or, The Modern Prometheus di Mary Shelley e Dr Jekyll and Mr Hyde di  Robert Louis Stevenson compiute ai tempi dell’università. Poi ci sono alcuni saggi a sfondo psicologico che mi hanno arricchito come persona. Poi ancora qualsiasi raccolta poetica di Ungaretti Montale o affini. Poi siccome devo sforare come coi film c’è anche il mio ovviamente! Chi ha ucciso Euridice? Il mito di Orfeo ed Euridice, è un poema scritto in versi che tratta del noto mito greco in versi e in rima. Ho cercato in pratica di riportare in auge un vecchio modo di raccontare, quello del poema, ma con un linguaggio moderno anche se strizza l’occhio al passato… Ogni canto è introdotto da una brevissima poesia, talvolta dal carattere un po’ ermetico e ci sono delle belle illustrazioni ad opera del disegnatore Luciano Gaudino.

I tuoi prossimi progetti? Cosa ti aspetta nel tuo futuro professionale e artistico che puoi raccontarci?

Sinceramente non so cosa aspettarmi dal futuro artistico e professionale, è tutto così incerto al giorno d’oggi, almeno per me. Nell’arte, poi, non vorrei trovarmi nella situazione di ostinato perseguimento di una meta che potrebbe far perdere di vista l’essenza dell’arte stessa. Faccio del mio meglio quando c’è ispirazione, poi se riesco ad arrivare in alto, molto meglio, altrimenti amen. Bisogna stare attenti, specie al giorno d’oggi, a non mercificare la propria creatività per barattarla col successo ordinario. Per me è un successo planetario anche solo sapere di una singola persona che si commuove o si emoziona per un mio brano o una mia poesia. Comunque al momento in campo musicale, ho un contratto con la Sounzone una società di sincronizzazione musicale di video, pubblicità etc. etc. Mi piacerebbe se qualche mio brano fosse notato e utilizzato per qualche bel documentario, film  etc. etc. A livello privato sto invece esplorando vari linguaggi musicali anche attraverso l’utilizzo di una loop station. In campo letterario c’è la Lfa Publisher con la quale ho pubblicato un libro sul mito di Orfeo ed Euridice che a distanza di cinque anni circa ancora ci dà qualche soddisfazione ed è stato anche grazie a ciò che ho fondato un canale YouTube dedicato alla poesia, chiamato appunto “Il regno di Orfeo”, nel quale si declamano poesie di poeti per lo più emergenti da parte di un’attrice e con musica mia in sottofondo. Al momento siamo fermi, ma speriamo di riprendere con le pubblicazioni al più presto.

Dove potranno seguirti i nostri lettori?

C’è la mia pagina Facebook dedicata all’arte chiamata La fabbrica di Apollo, il canale YouTube Il regno di Orfeo, mentre a livello musicale si può trovare qualcosa di mio su alcune piattaforme come ReverbNation, SoundCloud, Youtube e Sounzone.

 

Come vuoi concludere questa chiacchierata e cosa vuoi dire a chi leggerà questa intervista? Non smettete mai di esplorare, cercate bellezza, ognuno a modo suo, ascoltandosi e ascoltando, abbiate ancora la capacità di stupirvi, di stare in silenzio, di fermarvi, siate curiosi e grati. Ringrazio ad ogni modo Lara Di Carlo a cui va tutta la mia stima per il lavoro che sta svolgendo in campo letterario, Andrea Giostra per questo spazio e tutti coloro che sono riusciti a leggere la mia lunga ma stimolante intervista. Sono sempre chiacchierate ben accette queste! Ben venga tutto ciò che parla di arte, bellezza e fascino!

Il libro:

Antologia Poetica Il Grido della Selva (I edizione), AA.VV., PandiLettere ed., 2021

https://www.pandilettere.com/inostrilibri/antologiapoetica

Antologia Poetica Il Grido della Selva (I edizione), AA.VV., PandiLettere 2021