Arte Contemporanea | Intervista all’artista Normanno Prof. Luigi Romano | di Mattia Fiore

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Arte Contemporanea – Intervista all’artista Normanno (Luigi Romano) 

D – Caro Normanno, benvenuto e grazie per avere accettato il nostro invito. Ai nostri lettori che volessero conoscerti quale artista delle arti visive, cosa racconteresti di te?

R- Non più di qualche memoria di mie modeste memorie annose, e anche momentaneamente uscendo dalla riservatezza alla quale ho sempre tenuto, necessaria alla mia indole meditativa e occupata in molti interessi creativi.

D- Puoi segnalare il tuo intero percorso di studi?

R- E’ quello normalmente predisposto per un pupillo di una famiglia borghese in una città come Roma, definitiva conquista di un padre Magistrato approdato nella Capitale di un Regno al termine di un viaggio iniziato in Sicilia. Studi di ginnasio/liceo classico della Riforma/Gentile: Latino, Greco; la Laurea in Filosofia come prima vistosa occasione di contestazione, da parte mia, non di regimi storici e di usi borghesi d’epoca, ma dell’orientamento tipico di quelle comunità storiche che pigramente si lasciano imporre da Caste in avventurosi sfruttamenti della vergine Natura. Non a caso nella mia tesi di laurea molto spazio era assegnato al Naturalismo in tutte le sue risorgenze: antiche, medievali, rinascimentali, e romantiche…

D- Quali i sentieri che avevi intenzione di seguire e che hai seguito?

R- Si ricava da quanto appena accennato; spontaneamente ho adottato fin da fanciullo – e spesso evitando di rendere palesi ai familiari le mie furbesche sottrazioni da allarmi per rischi eventuali…- una disciplina ginnica, una ripartizione fruttuosa degli interessi e del potenziamento delle varie tecniche che soddisfacessero i molti interessi creativi di cui mi scoprivo fornito da Natura.

 D- Quando è iniziata la tua voglia di “produrre arte”? Come è nata la tua passione per l’arte e per le arti visive in particolare? Quale il tuo percorso professionale, esperienziale, accademico e artistico che hai seguito?

R – Ho sempre camminato molto, in città e fuori, all’aperto, sempre mugolando motivi musicali di mia invenzione prima ancora che potessi apprendere che qualcuno avesse inventato un modo di trascriverli!… Questo spiega perché quando a capo del mio studio regolare del pianoforte e delle materie tecniche connesse ad esso, mi si impose di svolgere un normalissimo tema di Romanza (con schema A 1 – B – A 2) il mio compito d’esame del c.d. Compimento inferiore non potesse che risultare bocciato; perché?… Perché, come un incallito contrabbandiere, io avevo evaso il raccordo tra le tonalità A 1 e A 2 che ero obbligato a escogitare componendolo con frammenti utili del tema fornito, ma composti in alcune tonalità imposte da precise regole!… Tale sanzione valse ad autopatentarmi, molto più in là nel tempo, come festoso e scapigliato improvvisatore – e anche capace di gestire sulla tastiera una tecnica digitale molto più disinvolta di quella che raggiungevo nel repertorio di studio…

Luigi Romano_Opera

 D- Quali sono le tue personali e collettive da ricordare?

R-  Un paio di concerti pianistici applauditi in sale cittadine; eseguivo musiche di Bach (Fantasia cromatica e fuga), una Sonata di Mozart, due Rapsodie op.79 di Brahms, un Notturno di Chopin, la Suite op.14 di Bèla Bartok.  Poi un fortunoso invito a frequentare un corso di perfezionamento pianistico in Austria chissà come procuràtomi da mio padre dopo che l’esito del mio diploma lo aveva convinto ad acquistare un pianoforte Schulze Pollmann ¼ di coda per prosieguo del mio studio. Felice prologo per una carriera; purtroppo frustrato dal diniego di oltrepassare il confine nazionale prima di aver assolto l’obbligo del servizio militare di leva, obbligatorio; obbligo ribadito allora e proprio in coincidenza con l’inasprirsi del rapporto tra il nostro Paese e un altro Paese confinante con il nostro!…  Quanto al resto: in alcune Collettive ho esposto delle composizioni su legno con moduli sovrapposti di vario colore, sia lignei – e in contrasto – sia in plastica adesiva. Tengo a dire che ho usato il legno prima di Mario Ceroli, ma aggredendolo, il legno, sì, come già faceva lui, con una pesante sega elettrica, ma poi componendolo in varie sovrapposizioni di ingredienti divaricanti, quei voluminosi e variamente sinuosi prodotti che avevano preso corpo per quel mio impegno; la loro applicazione di alcuni di quei prodotti in uno, il primo, la intitolai, allora – e anche con piglio polemico…- Monimentum!…, sì, piuttosto che Monumentum!…; esso troneggia, con altri minori, nella mia casa: è stato realizzato aggregando sette strati di forme in scintillanti tinte diverse, in varie sovrapposizioni, che appaiono come irraggiantisi dal centro verso la cornice e che sono incardinate, con viti a doppia presa, su una base – anch’essa lignea – e coperta di tela di raso appena maculata di bruno; limiti del complesso forme/cornice quasi m. 2×2!… Tale pezzo venne esposto nel 1973, con altri monumentali complessi lignei intitolati a personaggi  del poema di Ghilgamesh, in un Salone dell’Accademia di Romania a Valle Giulia, a Roma; quell’ospitale e attrezzato ambiente fu offerto dal Direttore Alexandru Balaci – impegnato da mesi nella traduzione in rumeno di molti scrittori italiani – Carlo Cassola, Aldo Nove, Alfredo Giuliani, Nanni Balestrini, Mario Rigoni Stern – il quale aveva già dedicato due pomeriggi per consentire l’ascolto di mie poesie al pubblico degli abitudinari incontri di quella Accademia; la lettura delle mie poesie fu affidata a un noto attore, Romano Malaspina, che allora si prestava a tali impieghi mettendo in risalto, in quei testi, le impennate anticonformistiche… Il prof. Balaci mi aveva presentato, con più equilibrio, al pubblico, lui già noto anche come traduttore di Dante in rumeno, come “un vero Uomo del Rinascimento”!..

D- Il tuo  percorso  artistico  è  segnato  da  tanti   momenti  da  ricordare.  Quali quelli che secondo te hanno segnato dei punti di arrivo e di nuova partenza?

 R- Si può trarne spunto dalle mie risposte alle precedenti richieste: intanto nel ricordo, per me commovente, della cura con la quale provvidero i miei allora alunni di Palestrina a trasportare  tutti quei pesanti e delicati pezzi di scultura lignea del Ghilgamesh: usarono, sia per la consegna di quei delicati e ben risplendenti oggetti artistici che per il loro ritiro a esposizione conclusa, lo scricchiolante camioncino che il padre di uno di loro adibiva per spostarsi tra i filari della propria vigna; e diedero prova di aver acquisito dal mio insegnamento in aula non comune maturità, a quella età!… Il loro zelo mi parve ripagato, allora, dallo stesso Eroe sumero/accadico; e spiego perché: all’epoca in cui io avevo eletto Ghilgamesh, di questo eroe anche gli studiosi di un’epica più remota di quella a noi nota, quella làscito del padre Omero, avevano scarse notizie tratte da quelle poche tavolette di fango, l’unico strumento di lettura di pochi frammenti; ma appena qualche settimana dopo,  quelle mie opere dovettero apparire scaglie modeste di un complesso più vasto a seguito della notizia che una nuova spedizione archeologica universitaria aveva scoperto nel frattempo molte preziose copie del Poema di Ghilgamesh,  e persino in traduzioni assai estese in altre lingue di comunità umane limitrofe ; io ricordo che nutrii comunque un personale  orgoglio per tale occasionale coincidenza della mia scelta di quel soggetto e dell’impulso prezioso che, nel frattempo, aveva fornito alla conoscenza di esso una équipe di dotti Archeologi professionisti…

 D –  Dentro la tua poetica c’è la tua percezione del mondo, forse, ma quanto e perché?

 R – Al tuo risveglio albale dal sonno le idee che appena baluginano nella tua mente  saranno ‘luce’, ‘moto’, ‘colore’, ‘conforto’; se ti lasci andare a darle in ascolto a te stesso scoprirai con meraviglia che esse obbediranno a tale impulso avvitando ciascuna sillaba a suoni, ciascuna pausa a un breve silenzio fremente e ormai infrenabile, le successive imbragando aggrovigliamenti di più complessi ingredienti sonori, armonici, contrappuntistici, poli timbrici, diciamo pure orchestrali…

Perché l’artista quanto più protende lo sguardo innanzi tanto più deve verificare e rinsaldare il proprio congiungimento con il trascorso; proprio ciò che avevo compiuto già da anni, appena uscito dal Liceo leggendo e rileggendo i “Miti dei primitivi” del Pettazzoni e i cinque volumi de “L’anima primitiva” di Lucien Lévy-Bruhl”, e “Magia e alchimia” di Carl Gustav Jung; lettura, quest’ultima, che mi aveva anche indotto a imbastire un voluminoso “Mandala” in quattro parti, di cui un mio coevo apprezzatore e collega di studio universitario aveva anche ardito leggere alcune parti in una serata di selezionato intrattenimento, cioè in una accogliente riunione privata di interessati; subito appresso al titolo di tale “Mandala” i versi a  inizio di “The waste land” di T. S. Eliot…. : “Avrei potuto essere un paio di ruvidi artigli in corsa sul fondo di mari silenziosi …!” (da “Canto dell’amore”, in “The waste land” di T.S.Eliot)

D- Per te cos’è la bellezza? Prova a definire la bellezza dal tuo punto di vista. Come si fa a riconoscere la bellezza secondo te?

R- La bellezza è, per me, il riapprodare a un presente tanto più fascinoso quanto più riconosciuto come strettamente congiunto con quel che è il tuo trascorso e con intimo compiacimento di quel che sei riuscito a fare;  il creativo non frenato da alcuno statuto di associati e di puntati a credito e fama, riemerge, letteralmente, in un presente così gravido!…

D- Come descriveresti la tua opera e da cosa trai maggiormente ispirazione?

 R- Tutte le risposte che ho finora dato alle tue domande non sono che la quintessenza di migliaia di pagine dei miei Diari (i primi recano la data del 1934; ero nato appena cinque anni prima…); sono grossi quadernoni a una sola linea, cuciti in blocchi con una copertina nera…; ora compaiono sul mio computer trascritti, ciascuno come fosse il reggimento di una poderosa armata, e ciascuna annata guarnita di indice della materia trattata in ciascuna giornata dell’anno); è lì che si trova la mappa per trascorrere nell’apparato delle varie creatività di una personalità così impegnata in vari progetti, in tante trasmutazioni di un’idea in una tecnica e da una tecnica in un’altra.

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D- C’è un colore predominante – evidente o meno – che utilizzi all’interno dei tuoi quadri e perché?

 R- Sono partito con la ideazione di un’opera per il legno; ma i colori li amo tutti, e non solo per quel che sono ciascuno per sé, ma anche per tutte le trascolorazioni, per tutte le velature  e anche sulle facciate opposte di un pannello identico per forma, nel lato opposto, a un altro identico!  Poi c’è da tener conto delle trasmutazioni a cui fai approdo provenendo da un’altra delle tue vocazioni creative, che si integrano con ulteriori richiami di convenienti dilatazioni nel nuovo ambiente: una figura suggerisce un motivo melodico, una espressione cavata da un frammento poetico impone il tratteggio di un paesaggio che impone un linearismo e un cromatismo nuovi…

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D- In generale, come si sviluppa il tuo percorso creativo? Le tue opere sono frutto di un flusso creativo o di un’attenta pianificazione?

 R- Le sculture lignee pensate come aggregazioni di più pezzi richiedono l’abbozzo di un progetto iniziale adattabile ad eventuali complicazioni in itinere; le altre, quelle nelle quali prevalgono paesaggi naturali, animali, personaggi trasfusi da opere letterarie mie o di altri – altra voluminosa fase di accumulazione in più di mille e assai ingombranti quadri – sono per solito seriamente marcati con disinibita sfacciataggine; alcuni dipinti miei di grandi dimensioni sono stati costretti in forme di alti rotoli; non li ho dati a rifodero o a intelaiatura perché avrebbero sorpassato l’altezza del portoncino di accesso al mio studio che è situato a pochi metri dal mio alloggio e che è ingombrato da centinaia di quadri piccoli, medi, e grandi, sovrapposti e in attesa di una seria ma ancora impossibile  disperante catalogazione… Oltre i libri di poesia e alcuni poemi già pubblicati ho composto, nel corso dei miei nove decenni di vita operativa, quattordici opere teatrali per un totale di svariate centinaia di pagine restate rinchiuse finora nel mio computer. Incantato da ragazzo e durante lo studio universitario dalla dialettica argomentativa di Pirandello, mi sono impegnato, con la maturità, nella elaborazione di una personalissima scenografia malleabile e che si prestasse a dinamiche alternazioni di scene remote – ma con calcolate corrispondenze in ribalta…- echi e confronti di episodi dati come conclusi e recuperati a sorpresa, dopo imprevisti mutamenti, impiego occasionale di un palcoscenico girevole e macchinari per distanziazione di effetti implicati da riflessi drammatici delle partiture.  Lo spartito di cui parlo ha il titolo di “Turbine di Cnido”; espone il gioioso epilogo della marcia compiuta – da un mitico, favoloso Oriente – in una Attica in cui una comitiva festosa ha la ventura di esser spettatrice, nel nostro emisfero, dell’apparizione di Afrodite dalla spuma del Mare… Le cento pagine di questo copione hanno posto da subito  me, autore e selezionatore, in una prima riflessione.

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D- Quali piste di maestri hai seguito? Chi sono stati i tuoi maestri d’arte che ami ricordare? Parlaci di loro.

R- Dei miei maestri in scuola ho sempre apprezzato la loro maestria anche quando talvolta mi è apparsa esibita più per riscuotere un credito immediato che per autentico interesse del momento.

D- Mi puoi indicare gli artisti bravi che hai conosciuto e con cui hai operato, eventualmente “a due mani”?

 R I miei legni iniziali mi hanno impegnato  per lunghi periodi in assoluto isolamento in una comoda lunga balconata all’ultimo piano di un casamento urbano; quando ho potuto organizzare una sistematica concretizzazione delle mie idee pittoriche di figure, paesaggi, modelli e nature ‘silenti’ ho lavorato in silenziosa solitudine e – diciamo pure- a ‘solo una mano’!…

D- Quanti “addetti ai lavori” ti seguono?

 R- Addetti ai lavori sono stati soltanto corniciai e intelaiatori con bottega prossima alla mia abitazione cittadina – e, in appresso, provinciale e paesana, cioè più interessata alla coltivazione di oliveti e di vigne che ad accertare di cosa si occupasse un anziano professore pensionato e sempre come assorto in propri problemi personali…

D- Pensi che sia difficile riuscire a penetrare le frontiere dell’arte? Quanti, secondo te, riescono a saper “leggere” l’arte contemporanea e a districarsi tra le “mistificazioni” e le “provocazioni”?

R-  La montagna di lavoro, a cui ho potuto dar forma in nove decenni ormai, non mi ha lasciato spazio – una volta uscito dall’ambito cittadino e postomi in una enclave strapaesana – di fare di tali considerazioni di opere altrui, o vanto inopportuno delle mie scelte nel confronto con le scelte fatte da altri altrove.

D- I “social” ti appoggiano, ne fai uso quotidiano? 

R- Vale quanto alla domanda precedente. Solo per caso, nelle mie scorribande saltuarie per vacanze eccezionali, ho avuto occasione di scontrare prove, fatte da altri, di evadere da una routine valida come scossa personale di sottrarsi al gusto comune; è stato quando scontrai per caso la sbrigliata, quasi lunatica inventiva di  Osvaldo Licini a Monte Vidon Corrado, durante un mio fortunato – e, direi pescoso…- viaggio ad Ascoli!… In un mio quadro conseguente ho rappresentato una mia Erma (o Herma, altro stadio di svolta della mia inventiva tra naturalistico e trasmodante per forme e tinte!…) che sogguarda, interdetta, uno di quei lunatici Angioli (o Guerrieri ?…) di Licini…

 D- In un mondo che parla di crisi e di precarietà, che trasmette ansie e sembra non dare spazio ai sogni, c’è ancora spazio per vivere di e per l’arte?

 R- Per come sono coinvolto nel mio operare posso dire, paradossalmente, che gli scricchiolii dell’ambiente non costituiscono alcun disturbo, anzi consentono di connettere le fasi contigue di ciascun lavoro.

D- Con chi ti farebbe piacere collaborare tra critico, artista, art-promoter per metter sù una mostra o una rassegna estesa, però, di artisti collimanti con la tua ultima produzione?

RDomanda che cade più che utile e tempestiva nel problema costituito per me dalla decisione di offrire a edizione e presentazione al pubblico una mia opera teatrale. Tra le quattordici pièces da me composte ho deciso proprio in questi giorni di scegliere questo “Turbine di Cnido”, proprio questo che, con la vera e propria caterva di personaggi di varia caratura esistenziale con cui si inoltrerebbe sotto riflettori dotati di luci di vario colore, appare già a me uno scoglio; uno scoglio, sì, per la spregiudicata disinvoltura con cui  i personaggi di quella sua truppa espongono – in tutte le pose e impieghi – la sessualità che praticano e per nulla preoccupati delle malevole critiche che di tale  loro vocazione  farebbero dei Dotti psicanalisti…                              

D- Perché il pubblico dovrebbe ricordarsi dei tuoi impegni?

R- Perché anche quando espongo  – come, ad esempio, nel caso di questo  “Turbine di Cnido” – una sicuramente ingegnosa e disinvolta e disinibita esposizione delle inclinazioni sessuali degli umani mi obbliga ad affrontare il dubbio: “Oh, perché il pensiero di questa folla di personaggi ti sta suggerendo di promulgare un bando di invito ad attori e registi capaci di incarnarsi in tante diverse inclinazioni?… Non sarà più utile tramutare questo copione così scottante in una  pellicola cinematografica?…

D- Pensi che sia giusto avvicinare i giovani e presentare l’arte in ambito scolastico, accademico, universitario e con quali metodi educativi esemplari? 

R- Ricordo di aver una volta tentato di inserirmi in un discorso aperto in una facoltà di Lettere di una Università romana assai più dinamica di quella in cui mi ero laureato venti anni prima; ma dovetti apparire un fastidioso interloquente a chi gestiva quella iniziativa. Analogo risultato ebbero  altre imprese; mi sono  iscritto in più di un Seminario programmato per periodici incontri su questioni letterarie  e artistiche; uno a Firenze, con qualche scambio fruttuoso di idee, un altro in Umbria; ma ho tratto soprattutto solo molto materiale figurale schizzato o mentre gli altri partecipanti discutevano, oppure abbozzando, durante il viaggio in treno – sia all’andata che al ritorno – i vari personaggi che ci compaiono.

D- Che futuro si prevede post-Covid-19? A proposito di ripartenza, certamente è questo un periodo che segna la necessità di ricominciare, e pensiamo sia giusto farlo mettendo al centro l’arte, i colori, la vita e la bellezza. Come ti approccerai al prossimo futuro e come credi si evolverà? 

R- In questo immobilismo obbligato la serena intuizione del recluso si distende come avesse ottenuto una offerta di spazio eccezionale e di cui non esser tenuto a render conto… Così, smaltito in gioventù l’apprendistato della pignolesca dialettica del primo Pirandello, ho indirizzato il mio Teatro verso il solco che avanza nella ardua Via dei Giganti; a sospingerlo con impulso inatteso saranno due registi come resuscitati e in vena di collaborazione, ad adattare quel copione – làscito fatto a me di un generoso Charles Fourier!… Saranno l’Umberto Eco, autore del Pendolo di Foucault ( il famoso cerino acceso tra pollice e indice di una mano)  e la Lina Wertmuller appena riapparsa – l’occhiale bianco sfolgorante sulla curva  in cima al naso…- a plasmarlo come pellicola cinematografica!…  Ho chiesto loro di tollerarmi come ragazzo di bottega a far apprendistato; e hanno acconsentito…

D­- Artisticamente come hai vissuto questi mesi? Quando l’artista si ferma, è utile per la ricerca di nuove idee o è controproducente per l’ispirazione che inevitabilmente può perdersi se rinchiusi da leggi e divieti? 

R- L’ho fatto intendere nella risposta alla domanda precedente. Intanto pare che siamo ancora profondamente incastonati nel corso tenace e omicida di Covid e AIDS vari; a cui io sono risultato sottratto proprio per esser vissuto in fortunoso isolamento, e neanche lagnandomene, anzi!…

D- Quali linee operative pensi di tracciare nell’immediato futuro post-COVID-19?  Hai già dei progetti per i prossimi mesi? Su cosa stai lavorando?

RTraggo personale compiacimento dal rilevare come le modulazioni che possono anche chiamarsi sperimentali delle mie ultime prove grafopittoriche si  collegano, quasi all’estremo  di una lunga arcata, con quelle dei lontani inizi della mia arte visiva, dopo aver percorso tutto il lunghissimo itinerario di più decenni  in varie estrose partecipazioni a usi realistici di figure, di paesaggio, di prestiti da ingegnosi passati realistici, impressionistici, futurologici, surrealistici e astrattistici… Come ho appena mostrato, mi sono provvisto di buoni maestri, per il resto del percorso…

Ringrazio l’artista Normanno (Luigi Romano) per questa cordiale intervista, con l’auspicio che i lettori e le lettrici possano trarre spunti, idee, stimoli e risposte attraverso la condivisione delle opinioni ed esperienze che hanno caratterizzato il suo percorso artistico.

Mattia Fiore

Curriculum del Prof. Luigi Romano 

Luigi Romano ha adottato dal 1962 lo pseudonimo di Normanno come firma di tutta la sua varia creatività (grafica, pittura, scultura, musica, poesia, teatro).

Normanno (Luigi Romano), di famiglia siciliana, è nato a Roma dove ha studiato Filosofia e Musica (pianoforte, organo, armonia e contrappunto) diplomandosi e laureandosi negli anni Cinquanta.

Tra il ’58 e il ’62 ha pubblicato in riviste recensioni e studi sulle problematiche aperte dall’impatto delle tecniche di comunicazione di massa, analizzate da scrittori di varia estrazione in America, con modi e forme della tradizionale società europea e mediterranea. Si segnalano, tra altri, Teoria della classe agiata di Thorstein Veblen, Psicologia sociale di W.J.H. Sprott, Psicologia della noia di J. Revers, Storia sociale dell’arte di A. Hauser, La folla solitaria di D. Riesman, Educare per mezzo dell’arte di H. Read, ecc. Competenze tecniche e culturali, quelle appena accennate, che pare opportuno nominare perché possono aiutare a comprendere le scelte di ordine formale e ideologico (vale a dire in critica distanziazione tanto da tentazioni lirico-ermetiche che da compiacimenti sperimentali) che caratterizzano la sua produzione letteraria e artistica.

Agli inizi degli anni Sessanta ha svolto intensa attività editoriale presso una nota casa editrice romana, redigendo, tra altro, una Storia della musica per una enciclopedia dei ragazzi e numerose biografie di personaggi della storia prammatica e letteraria.

Data dagli anni cinquanta la attività letteraria di Normanno; non soltanto poetica, se già nel 1962 una sua commedia Il Verde Giorgio veniva selezionata in un concorso bandito dall’Istituto del Dramma Italiano. Informazione, questa relativa alla riduzione scenica di una tessitura dialettica, che può rendere ragione delle frequenti intrusioni di ‘interloquenti’ nei contesti delle sue poesie, spesso pensate per essere interpretate da più personaggi o gruppi.

Dalla metà degli anni sessanta ha iniziato a sostenere la propria produzione poetica e letteraria riproponendone in figurazioni grafiche (acqueforti) e pittoriche (legni smaltati, pastelli, acquerelli, tempere, olii) i personaggi e i complessi immaginifici più significativi.

Ha pubblicato Syntagma (1963), Il miracolo intenso della casa (De Luca, 1971), O il capriccio o il fato (1973), Avanguardia della primavera (1974), Liminaria (1983), Replicare alla Sfinge (Edizioni del Leone, 1994), Mentre uomini e astri tornano in ciclo (1995), Urgenti per la fine alchimia (Edizioni del Leone, 1996), Ellenica è la Ragione (Fermenti, 1998), Poeta in Ninive (Book-Bologna, 1999), Due poemetti: Confessione fisiologica di Albrecht Durer e Quando Pierre Clastres decise di non più vivere (Fermenti, 2001), Da Alchera alla City (Book-Bologna, 2005). Sue poesie sono comparse in varia epoca su riviste («Scena Illustrata», «Arte e Poesia», «Prospetti», «Galleria», «Tempo presente», «Forum Italicum», ecc.) e sono state recitate da noti attori in occasione di serate e mostre di sua grafica e pittura. Apprezzamenti sulla sua opera artistica e letteraria sono stati espressi dal Sessanta ad oggi, tra gli altri, da Giacinto Spagnoletti, Alexandru Balaci, Franco Miele, Giorgio Barberi Squarotti, Flora Marcella Belluzzi, Rodolfo Di Biasio, Maria Marcone, Paolo Ruffilli, Plinio Perilli, Paolo Cherchi, Alessandro Fo, Isabella Becherucci, Rodolfo Carelli, Gabriella Sobrino, ecc.

Sono anche pubblicati, con ampio corredo fotografico e iconografico, svariati interventi da lui curati, su invito, per presentazione al pubblico dell’opera di artisti grafici le cui tematiche hanno punti di contatto con le idee-chiave della sua poesia.

Dalla metà degli anni Ottanta si è dedicato prevalentemente alla composizione di  pièces teatrali, peraltro restate inedite e ineseguite (anche perché in genere di complessa struttura) e intonate ora a satira ora a dialettica fortemente contestataria ora a polemica estetica e sociale; di cui si danno qui alcuni titoli : Non la tua arte, Orfeo, Le Nuvenie sicure, Emifanès, Il Turbine di Cnido, Un amor de lohn, Eloisa, Zèugma.

Dal 1974 vive nella campagna pontina, nei pressi di Cori.

Contatti: Normanno (Luigi Romano) – Tel. 06 9677383 – Cell. 334 1279217

E-mail  romanomail@inwind.it