Il dolore ci trasforma | di Mari Onorato

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Il dolore non ci lascia mai dove ci ha trovati.

Questo è vero sia per il dolore fisico. Sia per il dolore emotivo.

Questo grande evento ci provoca, ci sgomenta, ci obbliga a confrontarci con le sfide ultime della vita: l’angoscia della malattia, tanto più pervadente quanto più la patologia è grave o difficile da diagnosticare; l’ansia per il futuro… la lacerazione, se non la frammentazione, di vite strutturate e la rottura di ogni equilibrio, fisico e psichico;

la paura che il futuro si sia improvvisamente ristretto e una prospettiva di decenni sia ridotta a una manciata d’anni, di mesi o di giorni.

Il dolore che irrompe inatteso e d’improvviso ci fa toccare con mano l’imprevedibilità e la fragilità sostanziale della nostra vita, che ingenuamente proiettiamo sullo schermo del futuro come se tutto fosse sotto controllo e dipendesse solo dalla nostra volontà.

Il dolore ci inquieta, nel senso profondo, etimologico, di farci perdere la quiete interiore.

Ci domina, nel corpo e nella mente. Divora le nostre energie vitali, soprattutto quando da segnale amico (“dolore nocicettivo”) diventa, se inascoltato, malattia in sé.

Ci prostra, soprattutto se di fronte al dolore ci accorgiamo di essere soli, quando la rete di conoscenze, di amicizie, di affetti, che forse tali non erano, si smaglia, si allenta,

si perde…

Ma soprattutto si perde la voglia di programmare il futuro, un futuro… che potrebbe essere anche molto breve.

Mari Onorato