La strada del vino e… tanto altro | di Betty Scaglione

0
444
Condividi l'articolo, fallo sapere ai tuoi amici ! 

Da viaggiatrice curiosa ed esigente, sono perennemente alla ricerca di luoghi e percorsi nuovi per soddisfare ed ampliare la mia conoscenza.  In questo periodo, alquanto particolare, ho riscoperto la mia terra, o almeno, una parte di essa. La ricerca di un territorio che potesse dare appagamento  alla mente, allo spirito e al fisico è stato più semplice di quanto pensassi.

Nel centro-meridionale della Sicilia si ergono maestosi i monti Sicani, eleganti alture collegate tra loro da lussureggianti  pianori e da dolci e verdi colline. Diodoro Siculo e Dionigi di Alicarnasso affermarono che i Sicani erano un popolo di origine iberica; ne è conferma l’intensa attività agro-silvo-pastorale mediterranea che ancora oggi è tra le attività predominanti di questo territorio. L’antica gente, che visse su questi monti e nelle valli sottostanti, nel corso dei secoli, edificò casali, fortezze e castelli e rese fertile il territorio bagnato dai fiumi Belice e Carboj.

Il Carboj nasce dal monte Genuardo, il Belice nasce dai monti vicino Piana degli Albanesi, entrambi lasciano scivolare dolcemente le loro acque dissetando quei terreni benedetti per poi  lentamente riversarsi nell’azzurro mare africano. 

Decido di visitare il territorio seguendo i suggerimenti di chi ha promosso e conosce bene il territorio. 

“La Strada del Vino Terre Sicane” propone da ben venti anni un itinerario paesaggistico, di memoria, storia, arte, archeologia e cultura. Consente al viaggiatore di mangiare i prodotti della dieta mediterranea e  gustare degli eccellenti vini, fiore all’occhiello di queste terre. 

Il mio andare inizia da Contessa Entellina, un paese la cui nascita è legata ad un gruppo di soldati Albanesi che, nel 1450, vi si stabilirono e ripopolarono l’antico “Casale Comitissae”. Tra i luoghi simbolo del territorio: il castello di Calatamauro, importante sia per l’aspetto militare che amministrativo ed economico. Il monastero di Santa Maria del Bosco è stimato centro di cultura e di fede. Importante la fortezza di Entella edificata strategicamente su di una rocca inespugnabile. Sotto la rocca vi è un territorio molto fertile ricco di oliveti, vigneti e distese di frumento. Di Entella scrissero Cicerone, Tucidide, Plinio e Dionigi di Alicarnasso. L’importanza di Entella fu pari ad Erice, Segesta, e Selinunte. Di grande rilevanza l’antiquarium inaugurato nel 1995. Da visitare le due chiese, quella di rito latino e quella di rito greco. 

Un ultimo sguardo alla maestosità Rocca di Entella e mi appresto ad ammirare distese di biondo grano e verdi vigneti. 

La bellezza annulla le distanze e senza rendermene conto mi trovo nell’antica Zabut.

I primi abitanti di quella terra furono gli Elimi e lasciarono le loro tracce nella zona archeologica di Adranone, poi vennero i Punici e i Romani. Dopo la distruzione di Adranone i superstiti costruirono una nuova città che chiamarono Adragnus. L’attuale Sambuca fu fondata dagli Arabi nell’ 830 d.c. e la leggenda la lega all’emiro Al-Zabut. La città fu abitata dagli arabi fino al Xlll° secolo e conserva ancora le tracce di questo passaggio islamico in un quartiere sviluppatosi intorno a sette vicoli. Dopo gli arabi arrivarono i Normanni, gli Svevi e gli Aragonesi. Durante il rinascimento Sambuca sviluppò un forte incremento edilizio e sorsero palazzi e luoghi di culto che poi vennero abbelliti durante il periodo del barocco. Un forte movimento culturale si sviluppò nella seconda metà dell’800. L’economia locale è a carattere pastorizio ed agricolo. A pochi km dal paese si trova il lago Arancio, un bacino artificiale realizzato nel 1952. Chi visita Sambuca oltre all’arte, alla cultura ed alla storia, deve avvicinarsi al cibo, troverà dell’ottimo olio, del buon vino, particolari formaggi, ma soprattutto non deve dimenticare di mangiare le lumache e di gustare la famosissima “ minna di virgini ”un dolce tradizionale ideato da una suora per il matrimonio di Pietro Beccarelli con Marianna Gravina. 

< ”Il paradiso terrestre e perduto della mia infanzia” > 

Così, di Santa Margherita Belice, scrisse con nostalgia ed affetto  Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel suo romanzo “ Il Gattopardo”.

Il paese sorge tra i fiumi Belice, Senore e Carboj, terra di antichi insediamenti sicani, greci, romani e arabi.

Il barone Girolamo Corbera, antenato del Tomasi, nel 1610, fondò, con autorizzazione del re Filippo III° un paese che chiamò Santa Margherita. Uliveti e vigneti crescono rigogliosi sulle colline che la circondano. Nei vasti e soleggiati pianori viene coltivato il frutto principe: Il Ficodindia. Nel cuore del paese è ubicato il palazzo Filangeri di Cutò che accoglie il visitatore come un antico forziere pieno di arte, storia e viva testimonianza di un popolo che come l’Araba Fenice è risorto dalle sue ceneri. Oggi, il palazzo, è sede del municipio, del Parco Letterario Giuseppe Tomasi di Lampedusa e del teatro Sant’Alessandro.

Nell’interno perimetrale del palazzo, si trova un magnifico giardino con alberi secolari, dove gli occhi spaziando godono di una bellezza unica e dove l’olfatto si inebria di essenze antiche come la menta, l’origano, la nipitella, la salvia e il mirto bianco.

Nella Chiesa Madre, ristrutturata dopo il disastroso sisma del 1968, ha sede il museo della memoria. Luogo dei ricordi è la villa comunale, dove un lungo viale di pini e lecci termina su di uno strapiombo con su un tempietto neoclassico che ci permette di ammirare lo spettacolo suggestivo della valle del Belice.

Con malinconia lascio il paese dei Filangeri Cutò per andare in quello dei Gravina. Un percorso breve ma carico di emozioni. 

Montevago sorge su di un altipiano dove scorre il fiume Senore.

Quei luoghi furono teatro di lotte tra punici e greci, prova ne sono i ritrovamenti di corredi funerari nella contrada di “ Serra di li fossa”. 

Su queste terre combatterono musulmani e bizantini sotto il comando di Asad e di Palata. Anche Montevago ha un’economia agro-pastorale, ma nell’ultimo decennio, i montevaghesi, si sono impegnati nel turismo termale, sfoggiando un rimodernato complesso idrotermale le “Terme Acqua Pia” che dista pochi chilometri dal paese. Nella piccola stazione termale si trova un’antica sorgente dalla quale fuoriesce dell’acqua a 36 gradi con proprietà termo minerali.

La leggenda narra di due pastorelli, Cinzio e Corinzia, che scoperta la sorgente, decisero di rimanere in quelle terre. Con il passare degli anni, i due, visto che non invecchiavano, pensarono che l’acqua della sorgente avesse dei poteri magici e decisero di rimanere in quelle terre.

Ai montevaghesi va il plauso, di avere attivato la sorgente creando un circuito, paesaggistico e termale, di avere ricostruito il paese e mantenuto la loro identità. 

Dopo una deliziosa cassatella con ricotta, riprendo la mia strada e riparto da quel miracolo di rinascita che sono le rovine della Chiesa Madre. Lentamente attraverso il bosco del Magaggiaro, l’odore della terra e dell’ombrosa vegetazione mi ritemprano lo spirito e mi donano nuovo vigore. Eccomi pronta per proseguire lungo la strada del vino.

Ho lasciato le alture ed i boschi, la strada questa volta mi condurrà verso l’azzurro e limpido  mare mediterraneo. 

Alcuni storici suppongono che la Sicania Inico, regno di Kokalos fosse sorta in prossimità dell’attuale borgo di Porto Palo, ritenuto in quel  periodo il porto orientale della potente Selinunte. E’ probabile che su questa costa siano sbarcati i Saraceni e che vi abbiano costruito i primi insediamenti. Altra ipotesi è che il casale di Burgimilluso sia stato edificato su di un sito saraceno. Alla cacciata dalla Sicilia dei saraceni tutto il territorio si spopolò. Giovanni Vincenzo Tagliavia ottenne il permesso di edificare un casale nell’intento di popolare il territorio, ma il progetto non andò a buon fine. Nel 1638 Diego Tagliavia Aragona Cortes concesse ai contadini del circondario di costruire dei nuclei abitativi. Giorno dopo giorno le costruzioni erano sempre di più e così, dopo alcuni mesi, sorse un villaggio rurale che venne chiamato Menfi. La cittadina nell’ultimo ventennio ha incrementato la coltura della vite ed è circondata da stupendi vigneti, prima fonte di economia del paese e del circondario. Punto di forza turisticamente è il mare di Portopalo e tutta la costa con il suo splendido mare insignito per diciannove volte della Bandiera Blu della FEE. A Menfi è impossibile stare fermi; imperdibile la passeggiata ai lidi, la visita alle aziende agricole, alle cantine e al museo Malacologico. Altro luogo suggerito agli amanti della natura è la riserva orientale del fiume Belice e dune limitrofe. Continuo la strada del vino, ma proseguo senza allontanarmi dal mare. 

La costa è splendida!  Lunghe distese di sabbia dorata, basse scogliere e bianche distese di sassi, che brillano al sole, sono lambiti da un mare trasparente e cristallino. Questo paesaggio mozzafiato mi accompagna nella tappa conclusiva della strada del vino, nell’antica Xacca.

Sciacca ha una posizione privilegiata, sorge su dei dislivelli che dalle rive del mare va al monte Kronion. La cittadina si sviluppa su tre arterie parallele come delle terrazze sul mare. Una serie di cortili e soprattutto di stradine caratterizzano l’antico quartiere di San Michele e il centro storico. Viuzze e scalette che portano direttamente sul mare Mediterraneo. Il territorio presenta un’orografia deliziata da vallate ricche di verde e che rappresentano il classico paesaggio  mediterraneo. Le maggiori colture sono l’olivo e la vite. Le terre ricche di agrumeti ricordano il passaggio degli arabi. Fonte di maggiore sussistenza per i saccensi è la pesca e l’industria ittico conserviera. La cittadina è brillante e distinta, spazia dall’austero medioevo all’elegante rinascimento con sprazzi di barocco. Il visitatore viene accolto in un tessuto urbanistico ricco di palazzi signorili, chiese, monasteri e realizza un itinerario senza confini storici e di fantasia. La storia e l’arte a Sciacca si incontrano ovunque. L’eccellenza dell’artigianato è quello della ceramica e del corallo conosciuti in tutto il mondo.  

Nel mio percorso, ho visitato paesi di antiche culture e ammirato paesaggi di grande bellezza. Compagni di viaggio sono stati la storia e l’arte sotto ogni aspetto. Ciò che ho narrato sono solo frammenti di una terra millenaria che va conosciuta ricordando il passato, ma soprattutto vivendo il presente.  Guida maestra è stata  la “ Strada Del Vino Terre Sicane” che mi ha permesso di scoprire quanto di bello ed importante abbiano realizzato coloro i quali hanno creduto in un progetto che oggi festeggia venti anni di successo. Un turismo giovane aperto a nuovi metodi di accoglienza. Un turismo esperienziale che coinvolge chiunque vi si accosta. Un turismo emozionale, vista la bellezza del territorio e l’immenso patrimonio culturale. Il cibo ha avuto nei millenni un ruolo fondamentale nei rapporti umani, ma principe del banchettare è sempre stato il vino soprattutto nei territori del bacino mediterraneo. Gli antichi attribuivano al vino una grande sacralità, ritenevano essenziale l’uso per i riti quotidiani e soprattutto festivi. Anche oggi il vino ha un ruolo importante nella convivialità di nuove e vecchie amicizie, nel distribuire buon umore e soprattutto conferire  prestigio all’ospite che lo offre ai propri commensali. Cambiare la cultura del vino è importante, ma lo è ancor di più mantenere le antiche tradizioni. La Strada del Vino Terre Sicane è senza dubbio alcuno un’idea geniale nata da menti eccelse che hanno avuto la lungimiranza di un progetto che avrebbe abbracciato territori e maestranze. Buon Ventennio e lunga vita. 

Betty Scaglione Cimò