Si può non comunicare? | di Anna Avitabile

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Tonino è un bambino di 7 anni che la madre accompagna da me, su suggerimento delle maestre, per una consulenza psicologica. I suoi occhi espressivi, di un nocciola profondo, mi sono rimasti impressi a lungo nella memoria.

Si presenta al primo appuntamento avendo, già, una diagnosi di mutismo selettivo. A scuola, infatti, non spiccica parola e, con gli operatori sanitari che ha incontrato finora, neanche. Tonino parla solo nel suo contesto familiare.

La madre è una donna piccola di statura, magrissima e con abilità cognitive ai limiti della norma. Il bambino appare altrettanto minuto e non sempre vestito adeguatamente rispetto alla stagione. 

Fin dal primo impatto, si intuisce un’origine svantaggiata con carenze tipiche di un nucleo a rischio sociale. La famiglia, infatti, è seguita da tempo dai Servizi Sociali, in particolare da un’operatrice a fine carriera, di poche parole e spesso ironica.

Tra i documenti forniti da quest’ultima ci sono gli atti del processo in cui il padre di Tonino ha avuto il ruolo di imputato, conclusosi con la sua condanna, per un reato commesso su una minore.

Si tratta di un fatto di cronaca che, qualche anno prima, aveva fatto scalpore nella cittadina in cui era accaduto, in concomitanza del quale l’uomo, colto in flagranza di reato, aveva addirittura rischiato il linciaggio. 

Pagine davvero dolorose ed aspre da scorrere. 

Riesco a completare la lettura, con un crescente senso di nausea e qualche fitta nel petto. Mi chiedo che fine abbia fatto la piccola vittima e, alla prima occasione, pongo la domanda all’assistente sociale. La donna mi risponde, vagamente, che non si sa nulla della bambina, probabilmente si è trasferita in un comune del nord.

Le maestre di Tonino, con le quali mi confronto, sono molto preoccupate e raccontano diversi episodi inquietanti, riguardanti il piccolo e la madre. Nonostante la gravità di quanto riferiscono a voce, non mettono su carta le loro osservazioni, pur essendo state invitate a farlo.

Quando arriva alla mia osservazione, Tonino mi guarda con occhi vispi e furbi, ma non gli scappa una parola. La madre parla spesso al posto suo, dicendo che va tutto bene. Qualche volta Tonino si indispettisce con lei. In sua assenza, invece, è sempre disponibile e collaborativo. 

Chissà nella mente della madre io cosa rappresento, quale opportunità o quale rischio.

In tutti i casi, si presenta regolarmente agli appuntamenti che fissiamo. Anzi, un giorno si presenta con due bambini, Tonino e la sua migliore amica. Si tratta di una bimba di poco più grande e, dai loro sguardi, si intuisce un’intesa profonda. 

Mi è bastato chiedere, affinché la madre mi confermasse che l’amica di Tonino è proprio la vittima del padre. Me lo ha confidato parlando a bassa voce, per non farsi sentire dal bambino, come quando si rivela un segreto. Strano, doveva essersi trasferita in un altro comune! 

Non capisco perché la donna me l’abbia portata. Suppongo che, nella sua ingenuità, non abbia colto l’inadeguatezza dell’intrusione. 

Eppure, nella mia attività, ho imparato che ogni azione ha un significato e comunica qualcosa, forse questa madre sempliciotta, con le sue scelte bizzarre, sta esprimendo qualcosa che le sue parole non dicono. Forse, si tratta di un’indifferenziata richiesta d’aiuto. 

Tutto questo, però, io non l’ho pensato da subito. Evidentemente, emozioni troppo forti ottundevano i miei sensi. E lei ha continuato a portare il bambino in osservazione, finché non sono riuscita a ricomporre le tessere del puzzle.

Alla fine è venuta fuori un’immagine che, purtroppo, non è piaciuta a nessuno. Né a lei, né a me, né ai colleghi coinvolti. Ma ne abbiamo dovuto, tutti, prendere atto.

Tonino, a soli 7 anni, ha dovuto imparare una dura legge di sopravvivenza, basata sull’omertà, ci sono cose che non si devono dire a nessun costo e, nel dubbio, non ha parlato più. 

Gli avevano fatto credere che, se avesse parlato di quello che accadeva in segreto, sarebbe andato in carcere, dove sta il papà, per un reato commesso proprio sulla sua compagna di giochi. E lui, di certo, non ci vuole andare a finire in quel posto!

Ovviamente, nessuno ha mai spiegato a Tonino che i bambini non vanno in carcere, semmai ci vanno gli adulti, quelli che approfittano della loro ingenuità. Credo di essere stata io la prima a dirgli qualcosa del genere.

Tonino non parla nelle sedute, ma non può conoscere il primo assioma della comunicazione secondo Watzlawick, ossia: “non si può non comunicare”. Gioca liberamente con gli oggetti che gli metto a disposizione, mostrando tutte le sue abilità e riproducendo, inevitabilmente, ciò che accade nella sua vita. 

Nel manipolare famiglie di animali, ad esempio, rappresenta, in maniera reiterata, scene in cui i cuccioli vengono imprigionati e trattati male dai grandi. 

Quando gli faccio notare che solo questi ultimi vanno in carcere, lui mi guarda con sufficienza, come se fossi io la bambina e lui l’adulto e fa un gesto col braccio proteso verso l’alto, schioccando la lingua sui denti, un gesto che, senza ombra di dubbio, vuol dire: “ma quando mai, figurati”. 

Pacatamente, confermo il concetto e aggiungo che sono una che se ne intende di queste cose. Non mi sembra convinto, ma continua ad interagire, accogliendo fiduciosamente le attività che gli propongo. 

Tonino non può sapere che anche quando disegna sta comunicando. Infatti i suoi disegni sono ricchi di dettagli che sono assenti nella maggior parte di quelli dei suoi coetanei. 

Ci sono bambini malati, armi, ospedali, prigioni, liquidi che fuoriescono dai genitali, lacrime e lingue che leccano. Mentre disegna, mima dei movimenti per spiegare ciò che sta rappresentando. La nausea e il dolore al petto tornano ed io li devo dissimulare.

Gli elementi si aggiungono di disegno in disegno, delineando scene ben definite. Fino a quando, man mano che le emozioni affiorano sempre più prepotenti, le immagini iniziano a sovrapporsi, con macchie di pennarello rosso che, ora, sporcano il foglio, linee rimarcate che, a tratti, lo bucano. La qualità dell’elaborato, inaspettatamente, si abbassa di livello.  È il momento di fermarsi.

Tonino ha perso il controllo per un istante. Ciò che avviene davanti ai miei occhi perplessi suggerisce che, nel ripercorrere le scene del suo quotidiano, c’è qualcosa che lo confonde e disorienta profondamente.

Quei disegni raccontano fatti e dettagli che non mi è mai più capitato di vedere, neanche negli anni  a seguire, nei disegni di tanti bambini in osservazione. Le sequenze hanno un unico dettaglio in comune: la polizia non deve sapere. 

Comincio a farmi un’idea di ciò di cui è stato testimone questo bimbetto nella sua giovane vita, mentre penso che, se Tonino riuscisse a salvarsi, potrebbe diventare un illustratore di fumetti.

L’assistente sociale, nelle riunioni che facciamo, ci tranquillizza costantemente, a suo parere non ci sono elementi critici nel nucleo familiare e, addirittura, riferisce che Tonino parla con lei, dettaglio che suggerisce un elevato grado di confidenza tra loro. 

Sul contenuto delle loro comunicazioni, però, di cui sono particolarmente curiosa, non sa dire nulla.

La  madre racconta che il padre di Tonino è un alcolista, dal quale non le è stato facile difendersi in passato. Ha subito le sue furie anche quando era incinta e descrive episodi tragici come ineluttabili. Ha faticato per allontanarsi da lui e, neanche a casa dei propri genitori, ha trovato pace.  Capitava, infatti, che si presentasse di notte, ubriaco, con pretese assurde, che si trasformavano in urla e minacce contro i vani tentativi dei genitori di intervenire.

Tutto fa pensare che la donna sia fin troppo abituata ai maltrattamenti, mentre le sue parole descrivono adulti inermi, ben lontani dall’essere figure tutelanti. Non riconosce, infatti, altri significati possibili, se non rappresentando tali incursioni come esempi di attaccamento del padre verso il figlio. 

Questa madre, così ingenua, si dedica con tutte le sue forze al piccolo Tonino, ma mi sembra troppo vulnerabile e fiduciosa nel prossimo, per essere garanzia di sicurezza. 

Tonino, durante i nostri incontri, come è giusto che sia, continua a dimostrare di non conoscere i tanti modi in cui si può comunicare. Ad esempio, non ha idea dell’esistenza di una comunicazione non verbale, nella quale, invece, è molto competente. Ha un buon contatto oculare, una mimica espressiva, utilizza la gestualità simbolica per rispondere alle domande e, col tempo, riproduce alcuni suoni, come versi degli animali e sirene della polizia. In tal modo, aggiunge dettagli alla sua narrazione silenziosa.

Ad un certo punto, il sospetto che Tonino fosse coinvolto in attività non idonee ad un minore e che fosse minacciato di non parlarne è diventato talmente lampante che l’ho dovuto condividere con i colleghi. La mossa successiva è stata, inevitabilmente, la segnalazione all’Autorità Giudiziaria.

Non è stato facile condividere i dati da me raccolti. Qualcuno mi ha dato piena fiducia, sostenendo il mio impegno e confermando la stima nei miei confronti fino alla fine, ma non sono mancati attacchi, rallentamenti e dubbi su come procedere. Ho arrancato controcorrente per giorni, cercando di concatenare tutti gli elementi a disposizione.

La prima convocazione in Procura è stata un’esperienza devastante. Il giudice ha visionato i disegni del bambino come se fossero prove, contestando, da incompetente in materia, ogni mia parola. Solo successivamente, ho realizzato che dovevo chiedere un confronto con uno psicologo, piuttosto che discuterne con lui.

Avrei potuto mollare più volte, in preda ad un malessere che mi bloccava la bocca dello stomaco e mi dilaniava dall’interno, ma ho trovato la forza per resistere, avendo quegli occhi innocenti, costantemente, impressi nella mente.

L’assistente sociale, che nel frattempo era andata in pensione, ha partecipato all’ultima riunione, pur essendo ormai fuori servizio, ammutolita dalle mie rivelazioni e con un’espressione seria, che mai le avevo visto in volto. 

L’approfondimento psico-diagnostico, effettuato da una giovane e valente specialista del settore, intanto, ha confermato i sospetti, aprendo, al piccolo, le porte per una nuova vita. 

Se Tonino oggi ha delle opportunità sane di crescita, vuol dire che è valsa la pena affrontare e superare tutti gli ostacoli incontrati. 

Non si può non comunicare, è vero, ma, in quante occasioni, si comunica male, con reciproca sofferenza.

Si tratta, infatti, di un’operazione complessa, in cui si intersecano messaggi di contenuto e di relazione dei singoli comunicanti, nei loro ruoli di professionisti-pazienti-autorità-uomini-donne. Possono esserci pesi e misure diversi, tra i quali è necessario districarsi.

Una buona comunicazione può richiedere la capacità di intrecciare elementi provenienti da fonti diverse, intercettare dissonanze, fare collegamenti e portare avanti un ragionamento articolato.

Può fare la differenza saper ascoltare ed osservare, andando oltre le parole, per poi tradurre ciò che si osserva, nuovamente, in parole, quelle di una diagnosi, oppure di una relazione. Ci vuole coraggio, per questo. 

Anche condividere un intento, come, ad esempio, la tutela un minore, può fare la differenza.

Nel mio caso, intravedere ciò che gli altri non riuscivano ancora a percepire è stata un’esperienza dura, che mi ha insegnato a sostenere le mie idee ad oltranza e ad attendere i successivi sviluppi. 

La storia di Tonino mi ha fatto soffrire profondamente, tra sensazioni di impotenza,  prepotenza e potenza, che si alternavano in momenti diversi. Allo stesso tempo, questa vicenda ha arricchito la mia conoscenza delle molteplici sfaccettature della comunicazione, fino a farmele riconoscere con illuminante chiarezza. 

Mi auguro che il piccolo Tonino, oggi, stia disegnando ancora, magari utilizzando colori e immagini appropriate alla sua età, privi di sangue e buchi nel foglio.