Mario Bresciano, “Alle porte del villaggio”, Opera Effettista | Critica di Francesca Romana Fragale

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Reso ad acquarello in un formato minuto, “Alle porte del villaggio” di Mario Bresciano è una summa di filosofia.

Mario Bresciano, “Alle porte del villaggio”, Opera Effettista

Il Bresciano descrive un paesaggio con case limitrofe a una brulla campagna. Il limite del confine viene scandito dai fili di un impianto elettrico di alta tensione. C’è un grande albero, salvifico, sulla destra e un cespuglio dai toni più caldi della terra, terra bruciata e arancione, sulla destra in basso, dipinto sapientemente per dare profondità prospettica.

Sulla sinistra, nel villaggio,  è visibile e ben definito un campanile di una Chiesa dipinto con toni freddi, bianco e grigio.

Il Bresciano non si chiede chi vive lì e cosa induca le persone a scegliere una casa al limite. Forse persone più sagge che intendono porre una riserva di chiusura verso gli Altri, o qualcuno che si trova in un Limbo, peccatore di ignavia.

Tutto è fermo, ma è fermo solo ora perché le pennellate sono tumultuose.

L’Autore non commenta, non giudica, fotografa e espone uno stato d’animo.

Il Bresciano usa i colori dell’Autunno, non certo a caso.

È un’opera Effettista perché induce l’osservatore alla riflessione.

“Alle porte del villaggio” è emblema del limite estremo, forse della fine di un percorso o forse di un inizio.

Viene raffigurato un fragile steccato in legno, una staccionata, espressione dell’illusorio tentativo dell’uomo di porre un qualche argine all’immanente.

Non si legge amarezza, non si legge dolore e risulta evidente la profondità del sentire dell’Artista, il suo spessore stilistico.

Il Bresciano immortala il panta rei e la superfluità della reazione umana rispetto al Divenire.

Dott. Francesca Romana Fragale

Francesca Romana Fragale