Alice: una vicenda vera, un problema sociale sottovalutato | di Alessandro Zecchinato

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Rieccomi, dopo una lunga “pausa di riflessione”, a proporvi un articolo-intervista su un libro scritto dalla mia amica e collega Caterina Civallero, nel quale si tratta una vicenda realmente accaduta: una storia come molte altre, che spesso ci scivolano addosso nel tran-tran della vita quotidiana, ma che a volte sono talmente vicine da non riuscire ad accorgercene.
È una storia che si è conclusa tragicamente: per far sì che non sia stata inutile vi invito a prenderla come spunto per considerare insieme, e a ragion veduta, il problema dell’anoressia. Il libro serve a dare un filo di speranza (e perché no, qualche suggerimento, anche istituzionale) affinché si possa giungere presto al giorno in cui non si morirà più di fame (oltretutto in una civiltà, quella occidentale, che ha una tale abbondanza, e anche il lusso di sprecarla).

Ciao, Caterina. Grazie per aver accettato di partecipare a questa breve intervista.
Oggi parliamo un po’ del tuo ultimo lavoro pubblicato, il saggio intitolato
Clessidre senza sabbia. Prima di tutto però vorrei citare per intero la recensione che ne ha fatto Licinio Moretti, critico letterario spesso ostico: eccola.

            Questo libro tratta un argomento importante che coinvolge una larga fetta di popolazione ma che viene perlopiù sottovalutato: l’anoressia (e altri disturbi dell’alimentazione).
Lo tratta in modo inconsueto, se vogliamo; infatti nasce da un’esigenza molto umana: far sì che la perdita delle vittime di questo disturbo non siano state inutili. Troviamo infatti una parte del libro molto narrativa, in cui un genitore racconta gli eventi e le emozioni del caso di sua figlia; poi, una parte saggistica piuttosto approfondita descrive clinicamente ciò che si sa su questo disturbo (disagio? malattia? biopatia? ancora difficile definirlo, almeno per chi non è “addetto ai lavori”) ponendoci domande e fornendoci anche delle risposte. Infine vi è una parte in cui ci viene suggerito cosa si sta già facendo e cosa si può fare, e da cui, come lettore, ho dedotto che si tratta di un argomento ancora troppo poco conosciuto e sottovalutato. Almeno, finché non ci tocca da vicino.

            Quindi non dirò che è un libro piacevole, anche se ben scritto e ben strutturato, perché il disagio e la morte non possono definirsi piacevoli. Non dirò che è scorrevole, perché, anche se in molte parti lo è, richiede spesso di soffermarsi a pensare, a ragionare, o a “sentire”: il che, beninteso, è un pregio! Dirò invece, questo sì, che è un libro importante, che tratta un argomento importante, per cui usa uno “stile importante“.

            Mi azzarderei a consigliarne la lettura non solo a coloro che in qualche modo siano interessati o coinvolti nell’argomento, ma soprattutto a chi tale argomento non lo conosce, se non solo per sentito dire.

Leggetelo, commentatelo, parlatene: verso la conclusione propone alcune iniziative che un giorno, se non trascurate, per molte persone potrebbero “fare la differenza”.

Licinio Moretti

            Mi pare un notevole apprezzamento; vorrei sapere che ne pensi: da autrice, come commenteresti questa recensione?

Francamente sono onorata di essere uscita indenne dalla sua recensione. La sua penna notoriamente è molto caustica. Vedo che suggerisce di leggere, commentare e parlare del mio libro: è quello che suggerirei io al pubblico, e non per una questione pubblicitaria. Qui è in ballo la vita, e direi che quando scendono in duello morte e sopravvivenza il tema si fa scottante.

            Tu ti occupi praticamente da sempre di alimentazione e nutrizione: per quale ragione hai avuto l’idea di scrivere un libro sull’anoressia, e come mai proprio ora?

Sì, mi occupo di alimentazione dal 1986 (fate voi i calcoli), ufficialmente, ma sono figlia d’arte e il tema del benessere fa parte del mio lessico da sempre. L’appuntamento con questo tema l’ho preso tanti anni fa, quando ero bambina: in casa ho assistito ai bizzarri comportamenti alimentari di mia madre e non avevo idea che si trattasse di una vera e propria malattia. Inutile dire che certi disagi spingono alla compensazione e posso affermare con assoluta certezza che il mio mestiere nasce dal desiderio di trovare una soluzione all’anoressia, in primis.

Per quanto riguarda il momentum è perché quest’anno ho la stessa età che aveva mia madre quando è morta. Spero che la risposta non sia frettolosa o lapidaria…

 

            Per introdurre il capitolo IDENTIKIT DELL’ANORESSIA NERVOSA citi Lord Byron: «Oggi per la prima volta da sei giorni ho mangiato normalmente anziché prendere i miei sei biscotti con il tè. Come vorrei non averlo fatto! Un po’ di vino e di pesce e ora la pesantezza, gli incubi e il torpore mi stanno uccidendo. Non sarò schiavo del mio appetito!».
Spiegaci perché proprio lui e proprio questo aforisma in particolare.

Adoro gli scrittori romantici inglesi! Mi sono imbattuta nella sua biografia ed è stato inevitabile notare quanto attento fosse alla sua forma fisica. La maniacalità dei suoi comportamenti mi ha suscitato tenerezza e ho subito riconosciuto i ragionamenti tipici di una mente ossessionata e malata. Il suo peso corporeo oscillava tra i 60 e gli 89 chilogrammi per 174 cm di altezza, valente pugile e nuotatore sapeva gestire la densità del suo corpo a menadito.

Fu volubile e pretenzioso, e i suoi eccessi, uniti alle rinunce di cui era capace, contribuirono a renderlo l’autore geniale che ancora oggi è; egli stesso affermò: «Sono così mutevole […] Sono un così strano miscuglio di bene e male, che sarebbe alquanto complesso descrivermi».

Di anoressia si vive o si muore: sostenere che morì a 36 anni per le conseguenze di questo disturbo sarebbe eccessivo, ma lo sarebbe altrettanto escludere totalmente che le febbri reumatiche, che furono la causa di morte ufficiale, non fossero in qualche modo collegate.

            Nel capitolo L’IO ALLO SPECCHIO citi Franz Kafka: «Poteva digiunare quanto voleva… ed egli lo faceva; ma nulla lo poteva più salvare, nessuno più si curava di lui. Si provi qualcuno a spiegare l’arte del digiuno! A chi non la conosce, non si può darne un’idea».
            In effetti leggendo il tuo libro mi sono reso conto che chi vive in prima persona questo problema si trova in una situazione, sia sul piano culturale che quello delle politiche assistenziali, piuttosto “kafkiana”, come si usa dire; a me è venuto in mente il suo racconto più famoso, La metamorfosi, per quanto molti altri descrivano bene l’atmosfera di “normale assurdità” in cui la persona qualunque può venirsi a trovare. Spiegaci la tua visione, da autrice, di questo parallelismo.

Franz Kafka scrisse Un digiunatore (Ein Hungerkünstler, letteralmente “Un artista della fame”) che venne pubblicato nel 1922.

Il protagonista del racconto è, per l’appunto, un “artista della fame”: egli manifesta la propensione al digiuno estremo come forma d’arte. I temi che vengono sviscerati nell’opera sono la corruzione dei rapporti umani, la morte e l’isolamento, l’arte e l’ascetismo, la povertà spirituale e l’inutilità o fallimento personale. Ho trovato geniale che in quest’opera Kafka sapesse unire in un solo colpo le primarie motivazioni che spingono l’essere umano a scegliere di “disalimentarsi” consapevolmente. L’anoressia è sperimentazione morbosa di un delirio mortale che si sviluppa in un diario interiore scritto in solitudine. Il soggetto anoressico si sposa al suo esilio e si scollega dal mondo che lo ospita. Non si ha idea di quale investimento libidico sia capace il malato di anoressia! è puro godimento sentire le proprie ossa sporgere da sotto la pelle ed è follia pensare che questa sensazione possa essere piacevole, ma così è…

Perdersi fra le onde di questo oblio funesto è assolutamente scontato; la straordinarietà è riuscire a emergere dal nulla, aggrapparsi ai bordi della vita ed ergersi sui gomiti per riaffiorare in superficie.

Nel tuo saggio viene spiegato bene che cosa si sta facendo e cosa si potrebbe (e dovrebbe ancora fare) sul piano culturale e politico/amministrativo; raccontaci invece più nello specifico le iniziative che sono state proposte e che sono in corso a livello locale, e nelle quali sei, più o meno direttamente, coinvolta.

Il mio progetto è basato sulla sensibilizzazione. Partecipo alle presentazioni in presenza sul web e attraverso la radio e le web-radio ma la mia punta di diamante è il messaggio scritto. Il mio libro vuole informare, coinvolgere, sconvolgere. Attraverso la mia opera desidero ricevere riscontro da coloro che, come me, credono nel potere della comunicazione e nel lavoro di squadra. Potrei dire che ho gettato un amo in mare e che attendo fiduciosa di scoprire che appeso vi è un grosso bottino. Quotidianamente, senza sosta, svolgo una professione che mi porta a osservare da vicino il disagio legato all’alimentazione. Non ho armi segrete o progetti definiti da sviluppare, se questa è la domanda. Scelgo di far parte di quel gruppo di professionisti che si impegnano costantemente per lasciare un segno e un messaggio: anche di questo parla il mio libro. Per combattere ci vuole forza, e temo non sia la strategia giusta per affrontare l’anoressia: questa patologia va conosciuta e compresa. Da qui può partire il vero dialogo per negoziare un nuovo approccio terapeutico.

            Io so che conosci personalmente le protagoniste di questo libro, che parla di terapie ma anche di speranza, Alice e sua madre: puoi parlarcene?

Ho visto Alice per pochi minuti, otto anni fa: l’ho incontrata per caso mentre parlavo con sua madre Debora, conosciuta da poco. Era una ragazza semplice e apparentemente timida, aveva circa 12 anni; era magra, ma di quella magrezza tipica dell’adolescenza: anche io ero così alla sua età.

In seguito venni a sapere del “problema” e di come andasse peggiorando. Fu incredibile per la famiglia accettare che le terapie non dessero risultato: erano coscienti del fatto che l’assenza di collaborazione di Alice avrebbe portato tutti in un baratro. Furono anni di estenuante attesa e aberrante speranza…

Poco dopo la morte di sua figlia, Debora mi chiese di aiutarla a scriverne la storia, così colsi al volo quella richiesta per offrire il mio aiuto. Tener viva una persona solo attraverso il suo ricordo non era certo quello che avrebbe desiderato, ma era l’unica cosa che sapevo di poter fare.
Sono nate in quel modo le nostre conversazioni: duravano ore, e nello strazio di dover affrontare il dolore della perdita abbiamo cercato di trovare un varco percorribile.C’è voluto tempo, attesa, pazienza, dolcezza… Il testo è stato scritto in circa 18 mesi e, durante le pause in cui lasciavo a Debora il tempo per riprendersi e ripartire, ho realizzato una ricerca capillare per offrire al libro una struttura a doppia sezione. Nella prima delle due parti (inscindibili fra loro nonostante la divisione) c’è la storia di Alice e Debora, nella seconda la trattazione tecnico-scientifica. Pertanto, il testo così formulato permette di partire per un viaggio di conoscenza che può essere percorso in entrambi i sensi.

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Articolo di Alessandro Zecchinato

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