Elisa Sironi, scrittrice | INTERVISTA

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«Da sempre la parola scritta è il mio elemento naturale, la zona in cui mi riparo quando ho bisogno di contattare me stessa e adesso ho finalmente l’occasione per regalare emozioni anche agli altri.» Elisa Sironi

Elisa Sironi

Ciao Elisa, benvenuta e grazie per aver accettato il nostro invito. Come ti vuoi presentare ai nostri lettori che volessero sapere di te quale scrittrice?

Ciao Andrea, innanzitutto grazie a te per avermi dato la possibilità di presentarmi. Sono una scrittrice esordiente, “Il canto dell’assiolo” è infatti la mia opera prima, quella che mi ha regalato l’ingresso in un mondo a cui guardavo da sempre con ammirazione. Mi piace questa parola “scrittrice”, per me ha un significato molto profondo che sa di conquista. Da sempre la parola scritta è il mio elemento naturale, la zona in cui mi riparo quando ho bisogno di contattare me stessa e adesso ho finalmente l’occasione per regalare emozioni anche agli altri. Scrivere per me è una passione, qualcosa che mi sgorga istintivamente dalle mani e si riversa sulla tastiera, ma prima ancora, la cosa più affascinante di tutto, è sentire i personaggi che prendono vita dentro la mia testa e mi chiedono di essere portati sulla carta. Può sembrare un po’ delirante ma il processo creativo ha qualcosa di tremendamente affascinante.

Chi è invece Elisa Donna al di là della sua passione per la scrittura e la letteratura? Cosa puoi raccontarci della tua quotidianità?

Questa è domanda complessa! Sono mamma di due figli maschi di sette e dieci anni e lavoro come funzionario pubblico. La mia quotidianità è fatta della stessa pasta su cui si modella la vita di una donna al giorno d’oggi, con la medesima fame di tempo e di spazi per coltivare sé stesse. Essere genitori nel 2022 è davvero impegnativo, a prescindere dall’essere donna o uomo, e farlo lavorando a tempo pieno è ancora più faticoso. Nicola e Andrea sono la mia ragione di vita, una scelta che rifarei altre mille volte, ma la maternità, bisogna dirlo, non è tutta rosa e fiori, prosciuga tante energie. A volte mi chiedono quando trovo il tempo di scrivere. La notte, rispondo. Sacrificando le ore di sonno. Non si dovrebbe fare ma è così che si rincorrono i sogni, quelli veri.

Qual è il tuo percorso accademico, formativo, professionale ed esperienziale che hai seguito e che ti ha portato a fare quello che fai oggi nel vestire i panni della scrittrice?

Questa è la domanda che preferisco. Da orientatrice professionale, questo è il mio ruolo nella quotidianità, amo parlare dei percorsi di vita. Nel 2006 mi sono laureata in scienze politiche e relazioni internazionali, ma già dal 2004 scrivevo per il maggior quotidiano della mia città, il Tirreno di Livorno, una splendida esperienza che ha avuto un impatto strutturante sulla mia identità ancora in formazione, sia personale che professionale, un’impronta di cui avverto la forma ancora oggi. Poi nel 2009 mi sono trovata di fronte a un bivio e ho inforcato un’altra strada, quella che oggi mi ha portato ad essere un dipendente pubblico. Ho avuto la fortuna di scoprire un’altra passione, di lavorare a contatto con la marginalità sociale, di costruire percorsi per una fuoriuscita dalla povertà, collezionare esperienze di vita, spesso anche tragiche. Il contatto con la disperazione è stato potente, per questo ha intrapreso un altro percorso formativo in counselling analitico transazionale, nella relazione di aiuto quindi. Cosa c’entra con la scrittura? Tutto. La passione per la carta stampata e per la Storia con la S maiuscola non mi ha mai abbandonata e la ricchezza delle esperienze di vita, mie e di altri, ha avuto un impatto significativo sulle mie pagine scritte. Mi dicono che la formazione storica, politica e psicologica si senta molto nel mio romanzo, e credo che abbiano profondamente ragione.

Come nasce la tua passione per scrittura e per i libri? Chi sono stati i tuoi maestri e quali gli autori che da questo punto di vista ti hanno segnato e insegnato ad amare i libri, le storie da scrivere e raccontare, la lettura, la scrittura?

La passione per la scrittura nasce da bambina, tra i banchi di scuola. Una mattina la maestra lesse il mio tema di fronte a tutti, facendo notare come era scritto, lodandone le metafore. Le passioni nascono anche da rinforzi che abbiamo, dai rimandi degli altri rispetto alle nostre attitudini e quello fu un momento dirimente, la prima presa di consapevolezza che ciò che scrivevo era in grado di catturare gli altri. Nella vita poi ho avuto la fortuna di conoscere lo scrittore livornese Sergio Consani, a cui mi lega un’amicizia da oltre quindici anni. Sergio ha senza dubbio il merito di aver educato la mia scrittura, che risentiva ancora di echi giornalistici e di averla resa più conforme alla letteratura. Quanto ai libri amati, credo di essere stata una della poche della mia classe ad aver boicottato il Bignami ed essersi letta con gusto la versione integrale dei Promessi Sposi. Ho sempre avuto un debole per i romanzi storici e sempre sarà. Per questo ho adorato “Venuto al mondo” della Mazzantini, “L’ombra del Vento” di Zafon, e tutta la quadrilogia dell’“Amica Geniale” di Elena Ferrante, tanto per i citarne di contemporanei. E, tornando ai classici, ammetto di essere riuscita a leggere il “Dottor Zivago”. “Guerra e pace” fa capolino dalla mia libreria da qualche anno, arriverà anche il suo momento.

Ci parli del tuo libro “Il canto dell’assiolo”? Come nasce, qual è l’ispirazione che l’ha generato, quale il messaggio che vuoi che arrivi al lettore, quali la storia che ci racconti senza ovviamente fare spoiler?

Il canto dell’assiolo è in parte ispirato ad una storia vera che mi è stata raccontata da una collega. Un’adolescenza ribelle, una famiglia ingombrante, il gusto del proibito, il primo amore che resta scolpito nel cuore e, quell’età, agisce con una potenza tale da spezzare le catene familiari. Gli anni Ottanta, gli ultimi bagliori di un mondo polarizzato intorno alla Cortina di ferro. Non ho resistito, i personaggi hanno preso vita da soli. Il messaggio? É un romanzo sui legami che il tempo non corrode, sulle verità inconfessabili, sui segreti delle donne, sulla complessità delle loro scelte. Il romanzo si apre ad Haiti, nel 2010, durante il terremoto che distrusse l’isola, ma è una storia lunga venti anni che nasce nel 1988.

Chi sono i destinatari che hai immaginato mentre lo scrivevi?

Mentre scrivevo ho immaginato un pubblico di donne, dalle coetanee alla generazione immediatamente precedente alla mia, ma sono rimasta sorpresa e lusingata dalle recensioni positive di molti uomini. Non me lo aspettavo, mi ha fatto riflettere molto su quanto il tocco rosa fosse sì importante ma non esclusivo in questo romanzo. La base storica contemporanea evidentemente lega insieme lettori con interessi diversi.

Una domanda difficile, Elisa: perché i nostri lettori dovrebbero comprare “Il canto dell’assiolo”? Prova a incuriosirli perché vadano in libreria o nei portali online per acquistarlo.

Questo romanzo è stato definito come un genere sperimentale, con elementi del romanzo rosa, di quello storico, del thriller e di quello psicologico. Ce n’è quindi per tutti i gusti, ma credo che la vera formula vincente siano le emozioni che ci vibrano dentro. Non tutti sanno che il canto dell’assiolo è un canto d’amore con cui questo piccolo rapace notturno chiama la sua compagna al ritorno dalla migrazione, una compagna a cui resta fedele anche oltre la morte. É il simbolo dei legami che sopravvivono nel tempo, anche nelle forme meno convenzionali.

C’è qualcuno che vuoi ringraziare che ti ha aiutato a realizzare quest’opere letteraria? Se sì, chi sono queste persone e perché le ringrazi pubblicamente?

Ce ne sono tante e sono tutte citate nei ringraziamenti finali. In prima fila c’è mio marito, per quel suo supporto silenzioso e incondizionato, ma anche ovviamente la collega che mi ha ispirato il romanzo, per quella confidenza così intima e per avermi concesso di trasporla su carta. Naturalmente Sergio Consani, che è stato il mio editor. E poi, un’altra collega, ma prima di tutto amica, che è stata cruciale per mantenere alta la motivazione su un romanzo per niente facile da scrivere come prima opera. Insomma, ognuno di loro sa quanto abbia contribuito.

Nella tua attività di scrittrice hai scritto altri libri? Se sì, ci parli di queste tue opere letterarie? Di cosa trattano, quali le storie, quali i messaggi che hai immaginato di trasmettere ai tuoi lettori? Insomma, parlaci della tua attività letteraria.

Come già detto questo è il romanzo d’esordio, per cui ho all’attivo solo pubblicazioni accademiche. Ma il cantiere è aperto e altri progetti si profilano all’orizzonte.

«… mi sono trovato più volte a riflettere sul concetto di bellezza, e mi sono accorto che potrei benissimo (…) ripetere in proposito quanto rispondeva Agostino alla domanda su cosa fosse il tempo: “Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so.”» (Umberto Eco, “La bellezza”, GEDI gruppo editoriale ed., 2021, pp. 5-6). Per te cos’è la bellezza? La bellezza letteraria e della scrittura in particolare, la bellezza nell’arte, nella cultura, nella conoscenza… Prova a definire la bellezza dal tuo punto di vista. Come si fa a riconoscere la bellezza secondo te?

La bellezza è fascino per me. Una cosa bella ti lascia un’impronta unica, un’emozione irripetibile, ha questo denominatore comune qualsiasi campo attraversi, ha la capacità di lasciarti senza fiato, al di là delle caratteristiche tecniche di fatto la rendono oggettivamente tale, la riconosci da questo.

«Appartengo a quella categoria di persone che ritiene che ogni azione debba essere portata a termine. Non mi sono mai chiesto se dovevo affrontare o no un certo problema, ma solo come affrontarlo.» (Giovanni Falcone, “Cose di cosa nostra”, VII ed., Rizzoli libri spa, Milano, 2016, p. 25 | I edizione 1991). Tu a quale categoria di persone appartieni, volendo rimanere nelle parole di Giovanni Falcone? Sei una persona che punta un obiettivo e cerca in tutti i modi di raggiungerlo con determinazione e impegno, oppure pensi che conti molto il fato e la fortuna per avere successo nella vita e nelle cose che si fanno, al di là dei talenti posseduti e dell’impegno e della disciplina che mettiamo in quello che facciamo?

La fortuna aiuta gli audaci. Frase fatta ma vera. É uno dei miei mantra nella relazione di aiuto. La fortuna può essere più o meno complice e accelerare le tappe, è innegabile, ma le cose accadono se fai qualcosa per farle accadere, cerco sempre di passare questo importantissimo messaggio. Se mi metto in testa una cosa è molto probabile che la raggiunga, il che non significa che si possa raggiungere tutto, ma che bisogna saper fare bene i conti con le nostre risorse e misurare bene obiettivi che siano alla nostra portata. Per quelli che sono oltre serve la fortuna. O forse solo la capacità di attendere che i tempi maturino.

La lezione di Falcone è la chiave di volta della vita. Non sono i “se” a fare la differenza, ma i “come”.

«La lettura di buoni libri è una conversazione con i migliori uomini dei secoli passati che ne sono stati gli autori, anzi come una conversazione meditata, nella quale essi ci rivelano i loro pensieri migliori» (René Descartes in “Il discorso del metodo”, Leida, 1637). Qualche secolo dopo Marcel Proust dice invece che: «La lettura, al contrario della conversazione, consiste, per ciascuno di noi, nel ricevere un pensiero nella solitudine, continuando cioè a godere dei poteri intellettuali che abbiamo quando siamo soli con noi stessi e che invece la conversazione vanifica, a poter essere stimolati, a lavorare su noi stessi nel pieno possesso delle nostre facoltà spirituali. (…) Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905 | In italiano, Marcel Proust, “Del piacere di leggere”, Passigli ed., Firenze-Antella, 1998, p.30). Tu cosa ne pensi in proposito? Cos’è oggi leggere un libro? È davvero una conversazione con chi lo ha scritto, come dice Cartesio, oppure è “ricevere un pensiero nella solitudine”, ovvero, “leggere sé stessi” come dice Proust? Dicci il tuo pensiero…

Credo che dipenda molto dal tipo di lettura e da quel che si sta cercando, la motivazione che ti spinge a leggere, non credo che si possa dare una definizione univoca. Sia scrivere che leggere sono terapeutici per cui può capitare di cercare sé stessi nella lettura così come esattamente il contrario, la diversità rispetto a noi stessi, l’allargamento degli orizzonti. Per me le letture belle sono quelle che ti cambiano, che ti arricchiscono.

 «Non mi preoccupo di cosa sia o meno una poesia, di cosa sia un romanzo. Li scrivo e basta… i casi sono due: o funzionano o non funzionano. Non sono preoccupato con: “Questa è una poesia, questo è un romanzo, questa è una scarpa, questo è un guanto”. Lo butto giù e questo è quanto. Io la penso così.» (Ben Pleasants, The Free Press Symposium: Conversations with Charles Bukowski, “Los Angeles Free Press”, October 31-November 6, 1975, pp. 14-16.) Secondo te perché un romanzo, un libro, una raccolta di poesie abbia successo è più importante la storia (quello che si narra) o come è scritta (il linguaggio utilizzato più o meno originale, armonico, musicale, accattivante per chi legge), volendo rimanere nel concetto di Bukowski?

Credo che dietro al successo di un libro ci siano due elementi che trascinano più degli altri: l’idea originale e la passione con cui è stato scritto, la motivazione che ha spinto lo scrittore a scriverlo. Certo poi c’è la tecnica, l’abilità di scrittura, ma diciamo che sono la base, non la garanzia del successo.

«Io vivo in una specie di fornace di affetti, amori, desideri, invenzioni, creazioni, attività e sogni. Non posso descrivere la mia vita in base ai fatti perché l’estasi non risiede nei fatti, in quello che succede o in quello che faccio, ma in ciò che viene suscitato in me e in ciò che viene creato grazie a tutto questo… Quello che voglio dire è che vivo una realtà al tempo stesso fisica e metafisica…» (Anaïs Nin, “Fuoco” in “Diari d’amore” terzo volume, 1986). Cosa pensi di queste parole della grandissima scrittrice Anaïs Nin? E quanto l’amore e i sentimenti così poderosi sono importanti per te e incidono nella tua scrittura, nella tua arte e nel tuo lavoro?

“L’amore che muove il sole e l’altre stelle.” Che dire? Lo diceva già Dante nel 1300, aveva già capito tutto. Passano i secoli ma è ancora così. Il canto dell’assiolo è anche un romanzo d’amore, di sentimenti vivi e duraturi che resistono al tempo e si muovono sotto la corteccia dell’apparenza, per cui per adesso possono dire che le emozioni hanno un grande impatto sulla mia produzione letteraria.

«Lasciate che vi dia un suggerimento pratico: la letteratura, la vera letteratura, non dev’essere ingurgitata come una sorta di pozione che può far bene al cuore o al cervello – il cervello, lo stomaco dell’anima. La letteratura dev’essere presa e fatta a pezzetti, sminuzzata, schiacciata – allora il suo squisito aroma lo si potrà fiutare nell’incavo del palmo della mano, la potrete sgranocchiare e rollare sulla lingua con gusto; allora, e solo allora, il suo sapore raro sarà apprezzato per il suo autentico calore e le parti spezzate e schiacciate si ricomporranno nella vostra mente e schiuderanno la bellezza di un’unità alla quale voi avrete dato qualcosa del vostro stesso sangue» (Vladimir Nabokov, “Lezioni di letteratura russa”, Adelphi ed., Milano, 2021). Cosa ne pensi delle parole di Nabokov a proposito della lettura? Come dev’essere letto un libro, secondo te, cercando di identificarsi liberamente con i protagonisti della storia, oppure, lasciarsi trascinare dalla scrittura, sminuzzarla nelle sue componenti, per poi riceverne una nuova e intima esperienza che poco ha a che fare con quella di chi l’ha scritta? Qual è la tua posizione in merito?

Anche qui credo che non si possa limitare tutto ad una sola esperienza. C’è il libro che ti fa scattare immediatamente l’immedesimazione e per questo ti rapisce e quello che viene filtrato, rielaborato e fatto proprio con significati diversi da quelli che lo scrittore intendeva tramettere, accade soprattutto con i finali aperti. Personalmente amo interpretare e dare i miei significati alle storie che leggo.

Se per un momento dovessi pensare alle persone che ti hanno dato una mano, che ti hanno aiutato significativamente nella tua vita professionale e umana, soprattutto nei momenti di difficoltà e di insicurezza che avrai vissuto, che sono state determinanti per le tue scelte professionali e di vita portandoti a prendere quelle decisioni che ti hanno condotto dove sei oggi, a realizzare i tuoi sogni, a chi penseresti? Chi sono queste persone che ti senti di ringraziare pubblicamente in questa intervista, e perché proprio loro?

Oddio, ce ne sono troppe. Parto dalla mia professoressa di storia e filosofia delle scuole superiori, Paola Bussotti. Ha visto in me quello che io non riuscivo a vedere. Senza quella fiducia il mio percorso non sarebbe stato lo stesso. La seconda, non certo per importanza, è stata mia zia Silvia, l’unica persona capace di spiazzare il mio punto di vista sulle cose, di offrirmi la visione sull’altra metà della luna, la parte in ombra, e contagiarmi con l’entusiasmo di vivere.

Poi voglio ringraziare una grande amica e collega di lavoro, Antonella, che non solo mi ha dato il coraggio di portare a termine il mio romanzo ma mi ha sostenuta nei momenti di difficoltà professionali e personali, tirando fuori la persona che sono oggi. Ma la lista è lunga… potrei continuare.

Gli autori e i libri che secondo te andrebbero letti assolutamente quali sono? Consiglia ai nostri lettori almeno tre libri da leggere nei prossimi mesi dicendoci il motivo della tua scelta.

Ne elenco quattro tratti dalle ultime letture e tutti improntati sul versante storico. Piera Ventre con “Sette opere di Misericordia” e Elena Ferrante con tutta la quadrilogia dell’Amica Geniale, per conoscere la Napoli vera, la Napoli popolare con tutto il fascino delle sue contraddizioni dal dopoguerra ad oggi e per lo stile narrativo di queste opere, il linguaggio metaforico che fa veramente spettacolo di sé.

Se vuoi capire cosa significa scrivere bene non puoi non leggere la tanto discussa Oriana Fallaci, In “Niente e così sia” la forza espressiva è così feroce ed elegante allo stesso tempo che ti fa capire cosa significhi dipingere con le parole. Inoltre offre una cronaca puntuale e dettagliata degli anni più duri della guerra del Vietnam.

Ho apprezzato molto anche Jamie Ford con “Il gusto proibito dello zenzero”, un romanzo delicato che affronta un tema sconosciuto alla storia con la S maiuscola, ossia la deportazione dei giapponesi residenti negli Usa, raccontandolo con gli occhi di due bambini preadolescenti. Arte allo stato puro.

Ti andrebbe di consigliare ai nostri lettori tre film da vedere? E perché secondo te proprio questi?

Io amo “C’era una volta in America” e non posso fare a meno di consigliarlo. Anche qui, si torna al concetto di bellezza che per me è puro fascino. Ogni volta che lo vedo ne rimango affascinata pur conoscendo a memoria le battute.

Ma tornando più ai nostri giorni ho adorato “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese, sia per la tecnica cinematografica sia per il messaggio che lancia rispetto alla società moderna, dove la tecnologia nasconde ma conserva memoria di ciò che effettivamente siamo o diventiamo, dove l’intimità intesa come assenza di maschere è un evento sempre più raro.

Il terzo è Mine Vaganti di Ferzan Ozpetek. Di questo regista amo il modo con cui affronta il tema della diversità e dell’omosessualità, e ho un debole per le storie che si intrecciano fra passato e presente.

Ci parli dei tuoi imminenti e prossimi impegni letterari e professionali, dei tuoi lavori in corso di realizzazione? A cosa stai lavorando in questo momento? In cosa sei impegnata che puoi raccontarci?

In questo momento sono impegnata a scrivere una storia a quattro mani con il mio maestro Sergio Consani, con un argomento difficile e scivolo ma che ci siamo sentiti di affrontare come quello della violenza sulle donne. Ma ho già anche un’idea per la testa che potrebbe tradursi nel terzo romanzo.

Dove potranno seguirti i nostri lettori?

Sulla mia pagina fb Il canto dell’assiolo o sul mio profilo Instagram ilcantodellassiolo.

Per quanto riguarda i prossimi appuntamenti invece sarò presente a Pisa Bookfestival e al Bukromance di Roma nel prossimo autunno.

Come vuoi concludere questa chiacchierata e cosa vuoi dire a chi leggerà questa breve intervista?

Ogni intervista è un po’ un mettersi in gioco e devo dire che ogni volta ne esco con delle consapevolezze in più ed è un grande arricchimento. A chi legge, e soprattutto a chi leggerà il mio romanzo, auguro di provare almeno una piccola parte delle emozioni che ho provato io scrivendolo, spero che arrivino, perché parlano di come una passione possa portare lontano. Qualche anno fa non avrei mai pensato che un giorno avrei rilasciato interviste, ero abituata a fare io le domande, non ad esserne protagonista. Beh… è un meraviglioso ribaltamento di ruoli!

Elisa Sironi

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Andrea Giostra

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Andrea Giostra al mercato di Ballarò a Palermo_Ph. Mapi Rizzo