M. G. Ciuferri, psicologa e scrittrice, “si” racconta | Intervista di Anna Avitabile

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Dietro ogni caso clinico c’è anche la storia del terapeuta, che si “intreccia” con quella del suo paziente. Ogni psicologo, oltre che un professionista, è una persona, con punti di forza, fragilità, emozioni, scelte di vita. Generalmente, si punta l’attenzione sul caso clinico, mentre poco si sa di chi si occupa della cura. Con questa intervista, vorrei dare spazio alla persona, parlando con la psicoterapeuta e scrittrice, Maria Grazia Ciuferri, amica, collega e professionista di indubbia sensibilità.

A.A.: Maria Grazia, mi racconti qualcosa di te, del tuo lavoro e della tua esperienza passata?

M.G.C.: Con molto piacere. Come sai, sono una psicoterapeuta e lavoro in un Distretto Sanitario in provincia di Napoli. Mi occupo delle problematiche relative alla genitorialità su richiesta dell’Autorità Giudiziaria. In passato invece ho lavorato molti anni con malati oncologici anche attraverso la conduzione di gruppi. Mi sono occupata della nascita, del parto e della relazione madre/padre-bambino, quel legame definito da Bowlby la “base sicura” che si costruisce nei primi tre anni di vita. Essa rappresenta il terreno sul quale si poggiano poi tutte le esperienze successive, condizionandole spesso in modo determinante. Un lavoro che ho amato e che amo molto, nato dall’incontro con una psicologa cui sono particolarmente grata, Marcella Balconi, che mi ha insegnato la potenza del metodo dell’osservazione. Per due anni mi fece osservare i neonati che prendevano il latte dal seno della madre per poi scrivere almeno due pagine su ogni osservazione.

Ero bloccata di fronte al foglio bianco che dovevo riempire. Cosa c’è da scrivere guardando un neonato attaccato al seno? Quell’esperienza, però, mi ha insegnato a riconoscere e a tradurre la comunicazione non verbale che passa, non solo tra madre e bambino, ma anche tra tutti noi. Comunicazione, con la quale smentiamo o confermiamo le nostre parole. Se con le parole chiediamo ad una persona di fidarsi di noi, ma poi, con la postura, i gesti, il tono della voce, i silenzi, comunichiamo il contrario, quello che lascerà l’impronta non saranno le parole, ma tutto il resto. Mi sono resa conto, con il tempo, di quanto queste esperienze iniziali mi abbiano aperto porte impensabili, fino a quel momento, nella conoscenza delle relazioni umane.

A.A.: Le osservazioni dell’allattamento ti hanno, quindi, spinto a risalire alla genesi di ogni comunicazione. Come e quando è nata, invece, la tua passione per la scrittura?

M.G.C.: La possibilità di scrivere l’ho sempre vissuta come un’occasione per comunicare, perché ci dà la possibilità di riflettere su quello che vogliamo dire e forse lo diciamo meglio. Credo che il piacere di scrivere sia nato da ragazza, quando affidavo i miei pensieri alle lettere inviate ad amici cari nel periodo estivo, spinta dal desiderio di ridurre le distanze. Successivamente poi ho scritto numerosi articoli che riguardavano il mio lavoro e ho fatto parte degli autori del libro “Hikikomori e Adolescenza. Fenomenologia dell’autoreclusione” scrivendo un capitolo sull’approccio terapeutico con i ragazzi che si isolano dal mondo.

Ragazzi, quasi sempre maschi, che finiscono per non frequentare più la scuola, i compagni e spesso nemmeno i loro familiari. Si rintanano nella loro stanza dove restano per mesi, molte volte anche per anni, e diventa molto difficile aiutarli a uscire dal loro isolamento. Per questo motivo, iniziavo con un approccio telefonico o attraverso visite domiciliari per poi cercare di portare il ragazzo al Servizio dove lavoravo. Nel libro ho raccontato la storia terapeutica di due ragazzi. Soltanto uno dei due riuscì ad affrontare il suo disagio e a riprendere una vita sociale, ma pensai di scrivere di entrambi per fare emergere le resistenze che si incontrano nella terapia.

A.A.: Molto interessante questo tuo excursus sulle fasi evolutive, che dal lattante arriva a descrivere le turbolenze dell’adolescenza. So che ti sei occupata anche di psiconcologia, vuoi raccontare in che modo?

M.G.C.: Nel 2011 una persona cara mi chiese di raccontare la mia “rinascita” dopo un’esperienza di malattia oncologica e così iniziai a scrivere. Proprio in quel periodo una collega pubblicò un libro molto interessante sul suo lavoro con i tossicodipendenti e questo mi spinse a trasformare l’esperienza che stavo scrivendo in un libro: “Nascere due volte”  prefazione di J. Baldaro Verde e postfazione di M. R. Parsi, nomi che non hanno bisogno di presentazioni.

Il libro è una lunga lettera che una donna, psicologa, scrive al medico che ha accettato di operarla e che riuscirà a salvarle la vita attraverso un delicatissimo intervento chirurgico.  Ascoltando il suo desiderio di accorciare le distanze con una persona così importante per la sua vita, ma anche così estranea -il medico parla un’altra lingua, vive in un’altra nazione e non conosce nulla di lei, forse non ricorda nemmeno il suo nome – lei inizia a raccontargli di sé, ripercorrendo la sua vita e portandolo a riflettere sul confine sottile che separa il corpo dalla mente. E’ una storia vera, che narra di una lotta per la vita combattuta su due fronti: uno per affrontare la malattia e l’altro per rimarginare ferite affettive che hanno origini lontane.

Spesso le persone attribuiscono agli psicologi la capacità di affrontare le situazioni applicando conoscenze che, magicamente e anche in maniera onnipotente, risolvano i problemi e limitino la sofferenza. Non tutti riconoscono loro lo sforzo di una ricerca che invece è sempre presente e che non ha mai risposte preconfezionate, ma che impone, prima di ogni altra cosa, l’indispensabile capacità umana di riconoscere e tollerare i propri limiti per poterli affrontare.

La storia raccontata nel libro narra di questa ricerca e decisi che i proventi fossero devoluti all’associazione “attivecomeprima” di Milano che si occupa da anni del supporto ai malati oncologici. La sua fondatrice Ada Burrone, dopo avere letto il libro, mi disse che le era molto piaciuto, anche perché avevo parlato della “vita nella malattia” e non della “malattia nella vita” e che questo sarebbe stato di aiuto a molte persone. Le sue parole furono profetiche perché il libro fu adottato poi da diverse associazioni di malati oncologici ma è stato letto anche da persone sane.

A.A.: Le esperienze di malattia che descrivi, fisiche o mentali che siano, mettono in connessione “isolamento e dolore” con l’idea di rinascita. Puoi spiegare meglio questo concetto?

M.G.C.: Sono tante le esperienze che possono sequestrare per un periodo i nostri pensieri: il rapporto difficile con un figlio, la chiusura di una relazione affettiva importante, la perdita di una persona cara. Quando riusciamo a dissequestrare i nostri pensieri e a liberarli, il tempo riprende a scorrere, riportandoci speranza e futuro, e così scopriamo di avere cambiato prospettiva. Si rinasce. Moltissime persone negli anni mi hanno scritto per raccontarmi la loro storia e in molti casi anche per condividere con me la loro rinascita. Questo è stato un altro regalo della vita e di questo libro.

Nei momenti di fragilità tutto si amplifica, si diventa recettivi verso se stessi e il mondo, anche quando ci si isola.  La pelle psichica diventa così sensibile che qualche volta può fare male anche solo uno sfioramento. Ma essere così recettivi può essere anche una “grazia” perché si diventa fertili di emozioni, di parole, di pensieri. Ed è importante non sprecare questo stato di apertura, che può trasformare anche il più piccolo suono in una melodia. Scrivere di questi momenti, e in questi momenti, permette di trovare parole comprensibili in cui altri si possono riconoscere.

Un’esperienza di dolore superata diventa un’occasione per conoscere e poter esprimere parti nuove di sé. Questo pensiero mi ricorda una frase di Ada Burrone a cui penso spesso: “Il tempo non è nelle nostre mani, il modo di vivere sì”.

A.A.:  So che la copertina del libro ha un significato speciale per te, cosa ci puoi dire?

M.G.C.: Si, questa copertina mi piace molto e l’ha disegnata mio figlio -Luca Venturini- un ingegnere con una vena artistica profonda e solida. Sulla copertina del libro ha disegnato il profilo di una donna che, ballando, si trasforma in un albero. La protagonista, infatti, in un momento critico ricorda le parole di un amico che le suggeriva di “farsi albero” per contrastare la tempesta che stava vivendo. Gli alberi vengono attaccati dal vento e perderebbero contro la sua forza se non lo lasciassero passare tra i loro rami. Il vento soffia, scuote le radici e rischia di strapparlo, ma l’albero che si flette e non resiste non morirà.

A.A.:  Dopo questa immagine così poetica e vigorosa, cosa consiglieresti a chi volesse cimentarsi come scrittore, narratore?

M.G.C.: È sempre importante scrivere se si ha il desiderio di farlo. Si scrive per condividere le esperienze, i pensieri, per comunicare, per uscire dalla propria solitudine, i motivi possono essere tanti. Se si hanno molti timori, si può iniziare a scrivere per se stessi o immaginando di scrivere a qualcuno in particolare. Penso che si possa scrivere solo di ciò che si conosce. Non si potrebbe scrivere del dolore se non si fosse fatta questa esperienza, né della paura o della speranza se non si fosse provata. Anche quando la storia di cui si scrive non ci appartiene. È per questo che, quando scriviamo, ci fermiamo ad ascoltare noi stessi.

Penso si possa imparare tutto questo fin da bambini e credo che possa essere compito della scuola media, ma anche elementare, educare alla scrittura. D’altra parte, la poetessa Chandra Livia Candiani insegna da anni ai bambini delle periferie di Milano, anche molto piccoli, a diventare poeti, riuscendoci molto bene.

Ricordo un’esperienza in una scuola media, dove si organizzarono passeggiate all’aperto dando il compito ai ragazzi di fotografare qualunque cosa avesse colpito la loro attenzione. A Napoli ci sono i vicoli del Petraio, che sono pieni di stimoli, di colori, di fiori, di altarini con le madonne, di gatti…. ma anche un parco o il mare possono incuriosire o qualunque altro luogo. Tornando poi in classe, i ragazzi insieme ai loro professori scelsero le fotografie, molte scattate con il loro cellulare, da stampare. Successivamente, furono invitati a scrivere ciò che sentivano o che pensavano, ritrovando il motivo per cui quel particolare li aveva colpiti.

Non era importante scrivere a lungo,  anche solo una parola sarebbe andata bene inizialmente, e queste rassicurazioni ridussero l’inibizione e il timore di non esserne capaci. Fu un lavoro coinvolgente e duraturo, fecondo di situazioni nuove e divertenti e non privo di momenti emozionanti. Una bella esperienza per tutti, utile anche ai genitori. Ricordo lo stupore di molti di loro nello scoprire la capacità poetica dei loro figli, quando, in conclusione, furono invitati a leggere gli scritti che avevano realizzato.

A.A.:  Mi piace molto l’idea di una scuola che sia aperta all’espressione attraverso la scrittura, quale esperienza illuminante del pensiero. Per concludere, ci racconti qualcosa del tuo tempo extra-lavorativo?

M.G.C.: Mi piace molto camminare nella natura e contemplare il mare in solitudine. E’ una sorta di meditazione che mi mette in contatto con me stessa e con la grandezza che c’è intorno, ridimensionandomi nel presente.

Quando sono a casa, invece, mi piace molto dipingere con gli acquarelli. Per anni, prima del Covid, una sera alla settimana la dedicavo alla pittura insieme agli amici. Ci sedevamo tutti intorno ad un tavolo e, pian piano, trovavamo il gusto e l’ispirazione senza il fine di un risultato preciso. Restavamo  nel “qui ed ora” con il piacere di aprirci al colore che in quel momento ci ispirava e trovava riscontro dentro di noi.  Steiner descrive l’acquarello proprio come un mezzo per incontrare se stessi attraverso un canale semplice, ma che crea corrispondenza con la nostra anima.

A.A.: Per concludere, vorrei esprimerti tutto il mio apprezzamento per la disponibilità a “raccontarti” con parole che trovo, nello stesso tempo, semplici e profonde. E ti auguro di proseguire con sempre maggiore soddisfazione il tuo percorso umano e professionale.

M.G.C.: Grazie a te Anna per avere pensato a me per questa intervista. Non ci incontriamo spesso ma ogni occasione ha rappresentato sempre per entrambe un punto di partenza nuovo. Ce lo auguro anche in questa circostanza.

Per contattare Maria Grazia Ciuferri:
o mail: mgciuferri@hotmail.com
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Pubblicazioni (disponibili online, anche su Amazon, e in tutte le librerie Feltrinelli):
• “Hikikomori e Adolescenza – fenomenologia dell’autoreclusione” a cura di Giulia Sagliocco Mimesis Editore
• “Nascere due volte” Editore Lampi di Stampa