Quando si vive un amore malato: la complicità fra vittima e carnefice | di Daniela Cavallini

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Amiche ed Amici  carissimi,  purtroppo il drammatico problema del femminicidio, oltreché  dell’aggressività subita da alcune donne da parte di uomini inqualificabili, non conosce tregua.

Scelgo di trattare questo argomento tanto doloroso, non per aggiungere ulteriore biasimo, ma allo scopo cautelativo di esortare all’individuazione dei prodromi di un amore “malato”.

Spesso la cronaca ci riporta gli eventi più tragici, ma è importante sottolineare che la tragedia è “solo” l’epilogo di un rapporto malato, i cui sintomi sono ben evidenti, seppur consapevolmente oscurati dalla vittima stessa, in nome dell’amore. E proprio in questo “oscuramento”, si getta il seme della tragedia. Si accondiscende ad un amore “malato”, che si regge sulla complicità fra vittima e carnefice,  una perversione che tocca molte coppie, all’apparenza insospettabili.

Per “rapporto malato”, che ho precedentemente, ma impropriamente definito “amore”, intendo una relazione di coppia vissuta all’insegna della violenza, verbale e manesca, in cui  rispetto, equilibrio, serenità, gioia, trasporto, amorevolezza, sono sostituiti da paura, sottomissione, lacrime, silenzio alternato ad urla e insulti,  rancore, divieti, botte e chissà quant’altro ancora.  Una considerazione a parte la merita il sesso perché, considerandolo un’esplosione istintuale, credo possa essere comunque appagante, divenendo così il collante che  agisce  alla stregua di un veleno emotivo.

Spesso è la tolleranza manifestata dalla vittima, nel subire i maltrattamenti inferti, che stimola la prepotenza del partner violento. Un inetto fa il leone con il debole, no? Pertanto,  nell’intento di  voler celare, soprattutto a se stessa, il drammatico problema, cioè  l’aggressività del partner, gli conferisce maggiore forza. La debolezza della vittima è la vera forza del carnefice. Tuttavia, la vittima, si crea il suo modus vivendi, convincendosi di meritare le aggressioni del partner e divenendo totalmente dipendente da lui. Purtroppo, per quanto paradossale, il  mentire a se stessa, giustificando l’ingiustificabile, consente alla vittima di crearsi alibi atti a rimanere nella sua “zona di comfort”…  Il solo pensare ad un radicale cambiamento la spaventa più del massacro quotidiano.

È a questo punto che la vittima costruisce l’apologia del suo amato. “Non è cattivo, è solo nervoso”, “lo fanno arrabbiare al lavoro”, “è stressato”, “non sta bene”, “abbiamo problemi economici”, “ in alcuni momenti bisogna lasciarlo sfogare” e infine la tipica espressione della martire: “però mi vuole bene, quando si calma mi chiede perdono e piange”!

Questa non è sana comprensione, è autolesionismo. E, soprattutto, funge da implicita autorizzazione al partner per perpetrare la sua condotta.

Basta accettare solo una volta questo comportamento, per consentire l’abbattimento della barriera.  Tutti noi conosciamo la paura della “prima volta” quando decidiamo di “rubare la marmellata”, ma altrettanto è sperimentato l’ autocompiacimento per la forza di avere vinto il nostro limite. Cioè di avere rotto la barriera psicologica che fungeva da inibizione.

Ogni volta che tolleriamo un comportamento aggressivo, verbale o, peggio ancora manesco, non  facciamo altro che autorizzare la manifestazione del prossimo.

Tra i pusillanimi, vi sono anche uomini che non picchiano le loro compagne, tuttavia le umiliano insultandole, nel bieco tentativo di minarne la sicurezza.  Anche l’insulto è un deplorevole comportamento violento.  Mi riferisco a coloro che ricorrono a insulti “fisici” (sei bassa, grassa, ecc.), intellettivi (sei stupida, stai zitta che ci guadagni, dici solo scemenze), talvolta aggiungono “accuse di infedeltà” (sei una poco di buono, sorridi a tutti, vuoi essere corteggiata), fino a sminuirne il valore personale e familiare (non sei in grado di fare nulla, vieni dai bassifondi, dimmi grazie che ti resto accanto). Alcuni esperti sostengono che  la svalutazione espressa tramite l’insulto alla compagna, derivi dalla loro paura di perderla. Il convincerla di non valere nulla genera la sicurezza di trattenerla al loro fianco. Condivisibile il concetto, deprecabile il comportamento.

Mai soccombere ad un rapporto malato… ad un partner “diversamente Uomo”!

Un abbraccio,

Daniela Cavallini