Eugenia Tamburri incontra John Malkovich nella città di Ljubljana (Slovenia) | di Eugenia Tamburri

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È quando meno te lo aspetti che le cose accadono. Il successo dello spettacolo è legato al concerto e viceversa. Festival Ljubljana. Da vedere e da ri-vedere, “The music critic”.  18 luglio 2022.

Lo spettacolo non è la narrazione arida e confusa della critica musicale.

Lo spettacolo-concerto è un atto performativo costante. È la continuità di una performance, che è arte, che si fa musica.

La bellezza ti viene addosso anche se sei distratto. La bellezza è un ossequio alle prestazioni preparate e sicure degli esecutori. La voce di Malkovich è la linea guida. È il grado zero del copione. È il timbro inequivocabile del tanto amato visconte di Valmont (Le relazioni pericolose/Dangerous Liaisons, 1988) e del meno giovane corpo del protagonista della geniale pellicola Essere John Malkovich/Being John Malkovich, 1999.

Tutti vorremmo forse essere Malkovich (sex symbol, artista multiforme, interprete eccezionale, all’avanguardia, amante della buona musica).

L’avete mai visto voi Malkovich in veste di critico musicale? Funziona benissimo. È il critico musicale che quando non sa cosa dire farfuglia nonsense inventa storie scrive una recensione un articolo un commento.

Cosa pensa cosa scrive come racconta?

Malkovich-critico ha la sfrontatezza dei critici musicali che la musica non la fanno ma sono soliti scriverne, che prendono parole a caso, a volte scontate a volte incomprensibili a volte assurde o surreali.

A volte, per descrivere un concerto dal vivo o una registrazione in studio, abbondano nelle critiche musicali i periodi ridondanti e leziosi, che parlano di Cielo e di Terra, di Mare e di Luna, di quadri e di tempeste.

Forse siamo un po’ tutti in un romanzo scomodo quando ascoltiamo la musica classica. Forse siamo tutti interpreti o burattini antropomorfi manovrati dal burattinaio (alla Being John Malkovich).

Forse fare musica – oggi – ha più senso farla come l’hanno fatta il 18 luglio sera, sul palco del Cankarjev dom della città di Ljubljana. John Malkovich (che faceva musica visiva al cento per cento), Aleksey Igudesman & Joo (Violino e Pianoforte), Massimo Mercelli (Flauto).

I puristi i difensori della musica eurocolta i filologi del l’interpretazione potrebbero disdegnare uno spettacolo a metà tra il concerto classico l’avanspettacolo il teatro di prosa e l’intrattenimento di altissimo livello. Malkovich appare come un cinico critico che si scioglie all’ascolto di Schumann. Ma che spezza gli archetti al violinista che gioca con gli Archi che si muove ciondolando e cercando penne per scrivere cose inutili su fogli qualunque mentre gli artisti suonano il religioso Bach (il clavicembalo ben temperato, libro I, preludio I) che diventa un esuberante Piazzolla come per magia. E resti incollato alla voce di John che ricorda le metamorfosi di Kafka o la filosofia della conoscenza di sé. E mi viene in mente il dialogo platonico Theaetetus sulla teoria della giustificazione della verità delle convinzioni ma anche sulla natura della conoscenza. Ma anche la Metafisica di Aristotele: “dire di ciò che è che non è, o di ciò che non è che è, è falso; dire di ciò che è che è, o di ciò che non è che non è, è vero”.

Ma proprio Aristotele si occuperà di scomposizione della verità nei suoi aspetti analitici (Logica). Scomoderei anche Epicuro per arrivare alla sensazione.

Aldilà di teorie più o meno deflazionarie sul concetto di verità delle cose, l’atto linguistico effettuato da Malkovich durante la narrazione e il commento a latere della performance dei musicisti  – ma anche durante e “addosso” alla stessa, quasi a volerla prevaricare con la voce, per spiegare al pubblico la semiografia muta di una partitura dalla decodifica difficile per i non addetti ai lavori – la sensazione del Bello permane. La persuasione dell’oratore, dell’ officiante al rito è veicolo di idee, siano esse più o meno rispondenti al vero. Il pubblico ascolta. Malkohich consegna un messaggio. Forse più d’uno.

La musica di Debussy per flauto solo evoca tutta la musica, l’Oriente e l’Occidente.

Ci si catapulta in mille piccoli mondi, in tante miniature, in tanti episodi di un unico racconto: il viaggio di un’epoca disumana, tradita nell’ascolto, turbata dalla responsabilità fatiscente del critico che si fa opinionista che s’improvvisa conoscitore tanto abile da cambiare la tonalità d’impianto ad una tra le musiche più commerciali nella hit parade della musica classica per eccellenza (Mozart, Alla Turca), con la pretesa di renderla più bella e meno triste dell’originale in la minore, magistralmente eseguita  dagli interpreti presenti in palcoscenico (oltre ai famosi sopraelencati, una violinista un violista ed un violoncellista).

La ribellione dei musicisti porta Aleksey Igudesman (eccezionale virtuoso e geniale compositore) a beffarsi di Malkovich-critico, dedicatario di una composizione scritta in suo onore (The Malkovich torment) dagli intervalli di reminiscenze turche, riconsegnando al mittente il messaggio della disonestà di una critica al concerto dal vivo, alla registrazione di un disco in studio, dei periodi ridondanti privi di logica inseriti nel trafiletto di un giornale, che hanno determinato il successo/l’insuccesso degli interpreti.

Ma noi sappiamo che ogni processo è in divenire. Everything is in a process of coming to be.

La summa di uno spettacolo ben organizzato è quella cosa che arriva quando non te l’aspetti. Tutti vorremmo essere John Malkovich. Tutti vorremmo poter essere liberi di criticare senza obiezioni. Ma qui l’unica obiezione la fa la Musica. La musica dei grandi interpreti e dei grandi compositori. Un modo diverso, elegante e grottesco al contempo, per accattivare la platea devota in una pericolosissima relazione con il patrimonio umano immateriale attraverso la bravura e i sorrisi del pianista (HyunKi-Joo) la danza virtuosa del violinista (Aleksey Igudesman, anche ideatore e autore dello spettacolo) la  professionalità del grande flautista (Massimo Mercelli) e l’accompagnamento dignitosissimo della violinista del violista e del violoncellista. Tutti diretti dall’insuperabile maestria dell’istrione Malkovich, che nella vita le critiche non le legge quasi mai, perché ha troppo da lavorare.

Passando per Ciaikovskij, Chopin, Prokofiev, il critico musicale si pone sul podio per giudicare, rischiando spesso di fare delle gaffes. Al Festival di Ljubljana il pubblico era attento coinvolto partecipativo.

Attenderemo i prossimi ruoli cinematografici del grande attore, sintesi di tanto buon cinema internazionale: lo stilista Karl Lagerfeld e il direttore d’orchestra Sergiu Celibidache. Nella fervida speranza che “The music critic” si diffonda, come un prontuario di pensieri, come un compendio di logica, di esistenzialismo, di filosofia del linguaggio visivo e musicale.

di Eugenia Tamburri

Eugenia Tamburri e HyunKi-Joo

FONTE:

EA magazine

Alessandro Conte direttore