“I Tamil e il culto rosaliano” | di Giusy Pellegrino

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In questi giorni, nelle varie pagine social, ci si rincorre forsennatamente per mettere in risalto una qualche particolarità del nostro Festino, tralasciando un elemento di fondamentale importanza, la multiculturalità che lo caratterizza.

Tra le tante, gruppi etnici che hanno adottato Rosalia come propria patrona, quello dei Tamil è il più devoto: la maggior parte proviene dallo Sri Lanka e a Palermo è presente la più numerosa comunità presente in Italia che conta tra le 4 e le 5 mila persone, rifugiatesi nel capoluogo siciliano per sfuggire alla sanguinosa guerra civile scoppiata nella loro patria.

Sull’isola, e in particolar modo a Palermo, i Tamil hanno trovato sia accoglienza fisica che materiale, ma anche fertile terreno per esercitare la propria fede. Luogo scelto è il Monte Pellegrino che ha dato loro la possibilità di esprimere le proprie esigenze spirituali.

I Tamil induisti, per esempio, usano tradizionalmente erigere i propri santuari sulle montagne e nel corso dell’acchianata compiono il percorso a piedi nudi e sinceramente partecipi.

Incuriosita e affascinata da come i Tamil venerano la nostra Santuzza, qualche anno fa in occasione della stesura della mia tesi triennale dedicata proprio al Festino e alla devozione rosaliana in generale, ho intrapreso con loro il percorso verso il santuario.

Sono rimasta profondamente colpita dal modo in cui pregano notando che, ad ogni stazione dell’antica scala, lasciavano un biglietto scritto in lingua madre.

Durante l’acchianata mi sono avvicinata a uno di loro ma, preso dalla preghiera e dalla fatica della salita, non mi prestò attenzione.

Tamil per Santa Rosalia

Solo dopo, arrivati nella grotta, ho avuto la possibilità di parlare con uno di loro che chiamerò A:

Io: “da quanto tempo vivi a Palermo?”

A: “ da 20 anni”

Io: “vivi da solo?”

A: “ con mia famiglia

Io: “Quanti anni hai?”

A: “50 anni

A era padre di due ragazzi di 20 e 15 anni nati e cresciuti a Palermo ma A ci tiene a precisarmi che non parlano italiano perché tiene alle sue origini.

Dopo le rituali domande di conoscenza ho cercato di comprendere come mai, pur essendo legato alle sue origini, abbia fatto proprio il culto e le tradizioni rosaliane.

Io: “ come mai ogni domenica vieni al santuario di Santa Rosalia?”

A: “ perché mia patria essere in guerra e li morti miei amici e perso contatto con mia akka (in Tamil Nadu “sorella maggiore”) e non sapere più che fine fatto

Io: “ quindi speri in Santa Rosalia perché la ritrovi?”

A: “Essere mia unica salvezza. Per questo io venuto da lei. Essere devoto a lei

Possiamo definirlo sincretismo religioso ma al contempo potrebbe trattarsi di una riappropriazione a distanza di uno spazio sacro e perduto per cause non dipendenti dalla propria volontà.

È un luogo dell’anima che si manifesta ogni qual volta un monte si erge a proteggerli nel loro cammino in salita fino ad arrivare ad una Santa che con il suo volto amorevole e rassicurante li accoglie come una madre.

Mentre continuavo a parlare con A si avvicinò la moglie che chiamerò K  che mi disse:

K: “ nel 2000 mia makkal (cugina) caduta da balcone di casa. Sue condizioni gravi ma noi pregato S. Rosalia e lei fatta guarire”.

Quel che sia la vera ragione della loro devozione, questo fenomeno ha visto l’avvicinarsi di culture con radici molto diverse che sono riuscite a trovare per mezzo della religione e dell’amore per Rosalia il modo per comunicare e convivere pacificamente.

Giusy Pellegrino