Da un punto di non ritorno a un nuovo inizio | di Anna Avitabile

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Disegno di Sara Borrelli

Riporto qui di seguito un racconto scritto da un paziente che ho conosciuto in occasione di un percorso psicologico domiciliare. 

Aldo ha circa 36 anni e appartiene ad una famiglia di origini modeste. Non avendo proseguito gli studi, si è precocemente avviato al lavoro, adattandosi a situazioni precarie e insoddisfacenti.

Poi, in un buio giorno della sua vita, ha perso il controllo di sé e si è risvegliato in un letto d’ospedale. Un gesto impulsivo ha cambiato per sempre la sua vita. 

Aldo è una persona estremamente sensibile, che, dopo l’evento traumatico, ha iniziato a dare un valore diverso alla vita. Nonostante ciò, continua ad albergare in lui un velo di tristezza profonda. 

Oggi, passa il tempo dedicandosi alla fotografia, componendo puzzle, partecipando alle attività della parrocchia, scrivendo poesie e racconti.

La sua capacità di mettere su carta situazioni e stati d’animo mi ha più volte stupito e commosso. Come è avvenuto, ad esempio, con questa breve storia, che lui stesso ha intitolato: “Un racconto d’amore”. 

 

“C’era una volta un passero dal becco tutto giallo, che se ne stava su un ramo, in attesa del sorgere del sole.

Il suo più grande desiderio era quello di nascere aquila, ma il destino ha voluto che diventasse ben altro.

D’altronde vedeva passare tanti stormi di aquile sopra la sua testa, ma non ne aveva mai incontrata nessuna.

Il passero scese dall’albero, per andare tra i boschi a prendere qualcosa da mangiare.

Rientrando non fece caso a ciò che era successo, ma se ne rese conto non appena vide un cespuglio che si muoveva in modo strano.

Il passero andò a vedere di cosa si trattava.

Si avvicina con prudenza, ma di botto fece un passo all’indietro, resosi conto che lì c’era un’aquila.

L’aquila cercava di spiccare il volo, ma la sua ala destra gli pendeva su di un fianco.

“Non ti agitare!” gli cinguettò il passero, ma l’aquila non gli diede retta.

“Se continui a muoverti, ti farai ancora più male”.

L’aquila, infastidita dal suo cinguettio, lo beccò.

Il passero ritornò sull’albero, lasciando l’aquila al suo destino.

Pochi minuti dopo, il passero vide che l’aquila non si muoveva, così riscese dal ramo.

Aveva gli occhi chiusi, ma soffiandogli, si rese conto che era soltanto svenuta.

Il passero non poteva crederci che un’aquila, tra l’altro femmina, gli poteva essere così vicina.

L’aquila emise un suono, forse voleva chiamare qualcuno per soccorrerla, ma nulla.

Il passero non capì nell’immediato, ma a fatica cercava di comprendere il suo linguaggio.

I giorni passavano e l’aquila non poteva chiedere grandi sacrifici al passero, perché non era un animale molto forte e non poteva raccogliere tanto cibo o cacciare della selvaggina.

Comunque, i due uccelli diventavano sempre più amici.

Il passero non si staccava mai da lei, forse per paura di perdere quello che aveva trovato.

Era rimasto lì tutta la notte a ricoprire l’aquila di rami e foglie secche, così da evitare il freddo.

Il destino, a volte, ci aiuta a colmare quei vuoti del cuore, così da stare meglio con se stessi e con gli altri.

Però, il passero era a conoscenza del fatto che l’aquila prima o poi sarebbe volata via.

Così che lui cercava di non confondere il bene con ben altri pensieri, cercando di viversi al meglio quel momento.

Una mattina, uscendo dalla tana, il passero si accorse che l’aquila non c’era più.

Alzò il becco e la vide scomparire lungo l’orizzonte.

Il passero, chinato il capo, sospirò ed una lacrima gli scese dal viso.

Sapeva che non poteva raggiungerla, perché l’aquila era di un paese sconosciuto….da cui nessuno è mai più ritornato.”